Per amor di polemica sullo stato della nostra informazione

Posted on 3 agosto 2013

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Non nego di aver avuto un leggero trasalimento e un discreto moto d’irritazione nel leggere “Sulla parola dissidente” di Luca Sofri, che ha sicuramente il merito d’offrire buoni spunti di discussione anche quando s’esprime in pezzi come questo, che non posso catalogare nel registro delle opportune correzioni semantiche e che nella sua sostanza apparirebbe almeno inutile, anche a lasciare da parte i cattivi pensieri.

Il primo spunto di pregio si trova già nel primo capoverso, dove Sofri ricostruisce la genesi della notizia, come il caso Shalabayeva sia emerso all’attenzione pubblica. Spiega infatti che:

La notizia sull’operazione di polizia a Casal Palocco è stata data dalle agenzie e ripresa da molti giornali subito, ma è arrivata in redazioni che in quel momento non avevano mai sentito parlare di Ablyazov e spesso avevano anche nozioni piuttosto scarse sul Kazakistan e sulla sua politica. Mancavano competenze per sollevare sopracciglia, e la storia è finita lì“.

Preoccupante, perché tra quelle competenze mancanti non c’è solo la mancata conoscenza del caso Ablyazov e della situazione del Kazakistan, che già sarebbero abbastanza clamorose. Sul caso Ablyazov le redazioni hanno ricevuto, tutte e fin da subito, una corposa ricostruzione da parte dei suoi avvocati italiani, particolarmente espliciti nei sottolineare le criticità della vicenda, mentre sulla storia di Ablyazov era ed è disponibile un vasto set d’articoli in lingua inglese, soprattutto di prestigiose testate che si occupano d’economia, che avrebbe permesso a chiunque di conoscere fin nei dettagli la cronologia del confronto tra Nazarbayev, Ablyazov e altri aspiranti oppositori, che sono finiti malissimo, così come sulle sorti della sua JSC BTA e delle diverse cause che lo vedono protagonista, intentate nei fori di diversi paesi. Su cosa sia il Kazakistan è invece davvero grave che le redazioni siano sguarnite di persone in grado di riconoscere nel paese una dittatura e nel suo “presidente” un dittatore, che come altri colleghi dei vicini degli altri “Stan” non è altro che il vecchio capo del partito comunista kazako, rimasto al potere con la forza fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Uno che ama vincere facile, tanto che alle elezioni può correre solo il suo partito, ma ai partner in affari interessa zero. Noi, Italia, ENI, Berlusconi, Prodi, con il dittatore ci facciamo affari e non gli andiamo certo a rompere le balle perché comanda con il pugno di ferro e spara sugli operai in sciopero. Lo stesso fanno altri paesi e lo stesso fanno, adeguandosi, le più importanti redazioni del nostro paese.

Ecco, che non ci siano le competenze per identificare il Kazakistan per quello che è sembra molto grave, ma prima ancora inverosimile, e denuncia al tempo stesso il totale disinteresse dei nostri media per gli esteri e anche per i diritti umani, in blocco. Infatti, nonostante il paese trabocchi di virtuosi spaccatori di capelli in quattro quando s’arriva alle presunte lesioni dei diritti di amici e parenti, in generale non esiste in Italia una discussione pubblica sui diritti umani degna di questo nome. Non che esista o sia più evidente e vitale in altri paesi simili o vicini al nostro, ma l’argomento è talmente desueto che anche le più clamorosi stragi passano ormai nell’indifferenza, se non servono come spunto di politicia interna o per qualche ipocrita photo opportunity. Alle redazioni che mancassero veramente di queste competenze elementari restava comunque l’opportunità di usare un motore di ricerca, le informazioni erano lì, a portata di click, ma pare non si sia arrivati neppure fin lì.

E non basta, perché è evidentemente mancata anche la competenza per riconoscere nei fatti una clamorosa violazione di legge e delle procedure, italiane e internazionali. Non è normale che durante la ricerca di un latitante si catturi la sua famiglia la si deporti d’urgenza nel suo paese senza che le persone in questione siano ricercate o imputabili di alcun reato. Sarebbero quindi parecchie le competenze che mancano nelle redazioni italiane, e siamo solo all’inizio, perché anche quando il ministro della Giustizia Cancellieri a inizio giugno ha dichiarato che: “Le procedure sono state perfette. Tutto in regola e secondo la legge. Mi sono informata subito della questione, e tutto si è svolto secondo le regole”, ben pochi nelle redazioni hanno esibito le competenze necessarie per focalizzare il punto della questione e ribellarsi a quella plateale presa in giro.

Non bastasse, la ricostruzione di Sofri si fa poi ancora più agghiacciante:

Poi, un mese dopo, l’avvocato di Alma Shalabayeva ha trovato ascolto al Financial Times, che ha fatto un pezzo più chiaro e scandalizzato, e alla Stampa, che ha aperto il fronte della campagna giornalistica italiana. Ma ancora lì, gli approfondimenti erano pochi: quelle prime benemerite due pagine della Stampa avevano come fonte l’avvocato e lo stesso Ablyazov, senza ricerche maggiori. E così è stato per diversi giorni sugli altri giornali, che hanno adottato quindi per Ablyazov la sbrigativa qualifica di “dissidente”, con il suo carico di nobiltà e valore politico. I buoni.

A parte questo singolare punto di vista sulla diffusione della notizia, evidentemente influenzato dalla soggettività delle letture dell’autore che fino ad allora non s’era accorto dell’importanza del caso, è qui che l’articolo di Sofri m’infastidisce. Perchè Sofri ha scritto questo pezzo per dire che Ablyazov è un banchiere e che chiamarlo dissidente non è stato bene, perché così i suoi avversari hanno avuto gioco a spostare l’attenzione sul fatto che forse dissidente non era, anche se non è questo il punto, sottolinea lo stesso Sofri. So what?

Ora, a prescindere dal fatto che Ablyazov e soci sono l’unica opposizione visibile in Kazakistan e che sono tutti più o meno destinatari di mandati di cattura e angherie assortite, siano banchieri o poeti, Sofri forse manca ancora oggi dei dettagli sui quali fondare correttamente il suo giudizio. Ablyazov non è un banchiere come Calvi, ma un personaggio pubblico che da tempo ha assunto rilevanza politica nel suo paese, dal quale peraltro non giungono voci da parte dell’opposizione che lo sconfessino come un furbastro o come un bancarottiere, ma solo una stonatissima propaganda governativa. Ablyazov ad esempio è quello che ha denunciato e dato evidenza internazionale alla strage di operai del settore petrolifero in sciopero a Zhanaozen, quando nel 2011 il regime sparò sulla folla, facendo circolare un video relativo agli incidenti e attirando così l’attenzione su un regime che fino ad allora aveva goduto per anni del disinteresse generale per la persistenza della spietata dittatura. Ablyazov inoltre è stato descritto dai kazaki alle polizie di Italia e Francia come un “terrorista” che si muove circondato da un esercito di guardie armate e non è vero neppure questo, di Ablyazov non si conosce un solo fatto specifico nel quale emerga una sua consuetudine con le armi o il loro impiego. Circostanze e fatti che appaiono poco compatibili con la reductio a banchiere alla quale invita Sofri, anche ammesso senza problemi che i tentativi di assassinio dei banchieri possono essere motivati da qualcosa di diverso dalla dissidenza.

sofri

Che la biografia di Ablyazov non sia limpida è fuor di dubbio, direi di aver sollevato il problema tra i primi, ma le ricerche un po’ più accurate si potevano fare anche prima, molto prima, e magari si potevano fare ancora più accurate, sarebbe bastato questo alle “redazioni” per fare una figura meno pietosa. Per questo, e non solo, non mi sembra proprio che la definizione “banchiere che si è messo nei guai con uno più grosso di lui” possa aiutare molto il lettore a inquadrare correttamente una situazione che è già stata rappresentata in maniere molto distorte e che sicuramente non ha alcun bisogno di essere incasinata ulteriormente da esercizi di stile infondati come questo.

Infondati e per di più incoerenti con altri articoli dello stesso  Sofri, in Le fonti che ho io e quelle che ha il Viminale, ad esempio riportava la voce di Wikipedia nella quale è definito “former banker and politician” e che di seguito dice:

“In November 2001, Ablyazov co-founded the Democratic Choice of Kazakhstan (DCK), an opposition political movement challenging the current president, Nursultan Nazarbayev.”

E sarà mai un semplice banchiere uno che è stato ministro e condannato anche per abuso di potere da ministro? ( In July 2002, Ablyazov was convicted of ‘abusing official powers as a minister’ and sentenced to six years in prison, anche questo riportato da Sofri stesso sulle sue pagine). Delle due l’una, o il giornalismo di Sofri si risolve nel  copincolla di Wikipedia, salvo farsi venire qualche dubbio a distanza di settimane, oppure tutta la storia su come chiamare Ablyazov è priva di senso alla luce delle stesse spiegazioni di Sofri, frutto forse di rimuginazioni estive e di un sostanziale essere alieno al caso.

Ma non basta, in fondo sono dettagli, per quanto fastidiosi, perché a chiunque citi presunte malefatte di Ablyazov nel caso, si può agevolmente far notare che l’Italia non ha deportato il banchiere/dissidente, ma sua moglie e sua figlia di sei anni, consegnandole agli emissari del regime che si sapeva fossero in caccia del marito e che solo in un secondo tempo hanno “ripiegato” sulla presa degli ostaggi.

Questo non è il caso Ablyazov, l’Italia non ha catturato Ablyazov e non ha mai discusso o intrapreso l’estradizione di Ablyazov, quella è tutta roba che ora tocca ai francesi e che prima è toccata ai tribunali britannici, che comunque ad Ablyazov hanno concesso l’asilo politico riconoscendolo un perseguitato politico con il diritto di vivere libero e alla luce del sole. E non un banchiere inseguito da oscuri figuri che lo volevano appendere al ponte dei Frati Neri, non è da quella minaccia che Ablyazov ha ottenuto la protezione britannica.

All’Italia è toccata la vergogna della deportazione della signora Shalabayeva e della figlia di sei anni, colpevoli solo di essere parenti di un nemico dell’orrido regime, che non potendo catturarlo si è risolto a prenderle in ostaggio con l’attiva complicità della autorità italiane. Nulla della situazione di Ablyazov deve rilevare nel caso e nulla doveva rilevare all’epoca di questa deportazione illegale, sulla quale il governo ha taciuto e mentito fino a che ha potuto e lo stesso hanno fatto -evidentemente- molte redazioni, che le competenze di cui sopra ce le hanno eccome, ma che pure hanno deciso di tenere bassi i toni per i motivi loro.

Lo stesso è accaduto al governo e alle istituzioni che sicuramente avevano le persone con le “competenze” per inquadrare correttamente il caso, se qualcuno non si fosse fatto parte attiva per ingannarle, almeno secondo l’ipotesi che  sembrano seguire i magistrati che hanno aperto un’indagine sui fatti. Ce le aveva anche Bonino, che fin da subito allarmata ha chiesto sussurrando spiegazioni ad Alfano e ce le avevano tutti quelli che hanno letto le agenzie che riportavano questi primi sussurri, che dicevano di uno scandalo e di una clamorosa figuraccia internazionale per il nostro paese, già ai primi di giugno. E a quel punto ce le aveva anche Alfano, che di diritto non è certo digiuno e che era perfettamente in grado di cogliere le implicazioni dell’allarme di Bonino.

E sì, la signora Shalabayeva e la figlia sono indubbiamente “i buoni”, non sono banchieri, non sono terroriste e non hanno commesso un reato che sia uno prima di essere deportate, nemmeno in Kazakistan, per ammissione dello stesso Kazakistan. Sbaglia quindi Sofri a lanciarsi sulle ali dei sottili distinguo semantici, sbaglia perché malamente informato su Ablyazov e sbaglia soprattutto perché distrae l’attenzione dal caso di Shalabayeva e figlia puntando l’attenzione sulle disgrazie del coniuge e genitore, che però con il nostro paese e con il caso italiano ha ben poco a che fare, se non come primo movente della deportazione illegale dei suoi congiunti.

Ablyazov non c’entra nulla, dall’Italia sono state deportate illegalmente in patria due persone su impulso di una dittatura che non le accusava di alcun reato, ma che aveva l’unico interesse evidente al loro rimpatrio per servirsene come mezzo di pressione su Ablyazov, la storia del passaporto centrafricano falso usata a pretesto è tutta Made in Italy ad esempio. Niente che abbia cittadinanza nel nostro diritto e nella nostra civiltà giuridica e uno scandalo di gravità assoluta. Si pensi solo che sarebbe accaduto nel nostro paese se, per dire, per catturare Craxi rifugiatosi in Tunisia si fosse risolto di limitare la liberta della moglie e dei figli Bobo e Stefania o di catturarli all’estero e riportarli in patria con la complicità di un altro paese. Ci sarà sicuramente chi non vedrebbe niente di male nell’applicare misure del genere alle famiglie degli autori di gravi reati o egregie grassazioni, o magari dei grandi banchieri in fuga, ma in teoria la civiltà giuridica nel nostro paese, ma anche quasi ovunque altrove, è ormai molto più avanti e guarda con orrore alla presa di ostaggi come strumento per implementare la giustizia. La responsabilità penale è personale, le colpe dei padri non possono ricadere sui figli e tutto questo genere di cose, non da ieri.

E in questo caso è addirittura peggio, perché il Kazakistan non è l’Italia, ma un paese nel quale la pratica della tortura è comune e lo stato di diritto coincide notoriamente con l’opinione di un dittatore spietato. Un paese con il quale abbiamo materializzato quella che è stata definita “una vergognosa collusione” persino dal Washington Post, una testata non certo fighetta con la puzza sotto il naso in tema di diritti umani e nemmeno in prima linea nel chiedere giustizia per le vittime delle rendition americane o per quella di Abu Omar in particolare.

Se vogliamo sanare questa vergogna, dovremmo cominicare a raccontarci le cose come stanno, evitando sofismi buffi e ricostruzioni di fantasia, esercizi come quello di Sofri non mi pare proprio possano aiutare qualcuno, se non chi ha tutto l’interesse a sopire quello che è uno scandalo gravissimo sia per le evidenti violazioni di legge che per come, per oltre un mese, il governo e buona parte dei media abbiano di fatto tentato d’insabbiarlo fingendo di non riconoscerne la gravità e rifiutando di chiedere od offrire chiarezza e assunzioni di responsabilità.

Infine un inciso sulla mancanza di competenze nelle redazioni. Si può notare che già il primo di giugno il Corriere della Sera fornisse tutti gli estremi per inquadrare correttamente la vicenda in:  Caccia all’uomo a Roma: fermata ed espulsa la moglie di un oppositore del regime kazako . La primogenitura della notizia in Italia spetta comunque a Oggi.it, il primo a valorizzare le agenzie, che pure a loro volta riferivano correttamente della vicenda. Lo stesso direttore di Oggi ha avuto modo di esprimersi sulla circolazione della notizia, ma diversamente da Sofri non è giunto a concludere che sia stata la mancanza di competenze a tenerla lontana dalle prime pagine, secondo lui si tratta di “pigrizia, confusione e distrazione”, ma anche di un certo provincialismo, anche lui cita un articolo del Financial Times come detonatore capace d’imporre il caso all’attenzione, dimenticando però che nel frattempo erano già scattate le interrogazioni parlamentari, delle quali hanno riferito in pochi, che poi han costretto il governo a rispondere in aula. Sia come sia, la notizia è stata soffocata dalle principali edizioni del paese fino a che è stato possibile, poi a distanza di un mese molti hanno visto la luce grazie a un articolo de La Stampa, almeno a sentire Sofri e la ricostruzione che va per la maggiore. Una ricostruzione però che non corrisponde al vero.

Il 5 Giugno era già arrivato anche Il Fatto Quotidiano, con un pezzo che pure riportava correttamente le più evidenti criticità nella vicenda e le prime reazioni dei politici in: “Roma, fermate ed espulse la moglie e la figlia di un oppositore al regime kazako”. Il caso del dissidente kazako diventa politico. Il 4 giugno Pisapia era stato preceduto dal nostro Mollica con: La Digos e il sequestro segreto per conto del Kazakistan e il 6 giugno, unendo alle “competenze” su Kazakistan e diritti umani un po’ di lavoro di ricerca in rete, sono arrivato persino io, modestamente in: Mukhtar Ablyazov, la rendition di Letta e Cancellieri. E da quei giorni fino all’articolo de La Stampa sono stati pubblicati diversi articoli in Italia e all’estero che permettevano a chiunque d’inquadrare alla perfezione la situazione come straordinaria e gravissima. Fin dai primi giorni, dalle redazioni delle grandi corazzate editoriali fino a quelle animate dai cupi blogger, è giunta la dimostrazione che ci fossero le competenze di cui Sofri lamenta la mancanza e anche di come si fosse perfettamente compresa la gravità del problema. Perché non sia successo che il caso sia stato messo in evidenza da tutte le redazioni come avrebbe meritato o perché questo articoli non ne abbiano generati altri a cascata come spesso accade, sarebbe quindi materia da chiarire con le direzioni, perché sicuramente è un fenomeno che attiene  alla volontà e alla politica delle direzioni, non alla mancanza di competenze.

Per questi motivi ho trovato molto irritanti le riflessioni di Sofri, che forse avrebbe fatto meglio a impiegare la sua indubbia capacità analitica per spiegare come mai, al di là della barzelletta sulle competenze, per oltre un mese il governo Letta sia stato tenuto al riparo dalle conseguenze di uno scandalo clamoroso e dalle implicazioni tanto gravi e rilevanti. Sarebbe una maniera di rimediare alla sua stessa disattenzione, sicuramente più utile di questo strano divagare sulla qualifica di dissidente di uno che hanno arrestato in Francia. Non è quindi il caso di provare a ridisegnare la figura di Ablyazov e ancora meno è il caso di di deflettere le responsabilità di direttori troppo inclini a non disturbare la grande intesa governativa, inventandosi che la comunità dei giornalisti italiani non ha le competenze per cogliere la gravità di un caso come quello della deportazione di Shalabayeva e figlia.

Sarebbe invece il caso che le direzioni delle nostre testate provassero il brivido dell’assunzione di responsabilità di fronte ai lettori, e che invece di parlare male delle competenze dei giornalisti, Sofri s’attivasse per scoprire come mai le direzioni dei maggiori quotidiani e delle maggiori reti nazionali siano arrivate tardissimo a dare evidenza al caso, solo quando ormai era inevitabile perché aveva assunto una dimensione internazionale. Troppo comodo lo scaricabarile di Sofri, troppo offensiva la sua conclusione che butta la croce sulle “competenze” di una comunità di professionisti, che invece le competenze ce le ha e le ha mostrate anche in questo caso. E ugualmente inutile e fuori posto il suo spaccare il capello in quattro per negare malamente ad Ablyazov la qualifica di dissidente, non è Ablyazov che l’Italia ha deportato illegalmente.

A minacciare la qualità dell’informazione in Italia non è la mancanza di competenze, sono le scelte editoriali delle direzioni. Sono i direttori che hanno scelto d’insabbiare fino a che fosse possibile lo scandalo, un comportamento ripetutosi identico allo scoppio del successivo scandalo, quello relativo al dirottamento dell’aereo del presidente boliviano Morales, del quale gli italiani hanno saputo poco e niente e ai quali sono stati nascosti, in questo caso con successo, sia la gravità che gli sviluppi successivi, che hanno visto l’esplosione dell’ira dei paesi sudamericani, il ritiro dei loro ambasciatori dal nostro paese e infine la capitolazione del nostro governo.

Che ha chiesto scusa per quello che, come nel caso Shalabayeva, in prima battuta aveva assicurato essersi svolto nella massima regolarità e senza alcuna responsabilità italiana.

Uno scandalo sfuggito in blocco all’attenzione delle testate italiane, anche a quella di Sofri, e non sicuramente perchè mancassero le competenze per cogliere la gravità del dirottamento illegale dell’aereo di un capo di stato, motivato per di più dall’esigenza di catturare una persona alla quale il suo governo si era detto disposto a concedere asilo. Motivi abietti e futili, li definirebbe il nostro codice, non fosse che si tratta anche della grave infrazione del diritto internazionale e della clamorosa offesa alle prerogative di un capo di stato, oltre che dell’istituzione di un pericolosissimo precedente. Niente che possa sfuggire alle “competenze” delle redazioni italiane, che sicuramente sarebbero esplose se tale trattamento fosse stato riservato all’aereo di Napolitano e che invece in questo caso hanno scelto un omertoso silenzio, rinunciando a indagare i fatti e le responsabilità sul versante italiano e a stendere un pietoso silenzio sulle reazioni dei paesi sudamericani, sull’umiliante esito della vicenda e anche sulla terrificante figuraccia rimediata a livello internazionale.

Tocca alle direzioni valorizzare le competenze e dettare la linea editoriale ed è quindi perfettamente inutile cercare di deflettere le responsabilità puntando il dito verso le redazioni, proprio come nel caso Shalabayeva è perfettamente inutile lanciare discussioni fuffose, quanto infondate, su come sarebbe più opportuno definire suo marito e sul fatto che appartenga o meno ai “buoni”. Piuttosto Sofri e altri direttori dovrebbero preoccuparsi in casi del genere di non rientrare nell’elenco dei cattivi agli occhi dell’opinione pubblica, perché è evidente come nei due casi citati molte testate si siano astenute dolosamente dal riferire e sottolineare come avrebbero meritato, notizie più che rilevanti e di grande interesse per il nostro paese.

Notizie su fatti che hanno leso gravemente la sua immagine internazionale agli occhi delle opinioni pubbliche di numerosi paesi, anche e soprattutto tra quelli alleati e partner, e che hanno determinato reazioni e conseguenze delle quali gli italiani sono ancora all’oscuro. Una responsabilità grave, tanto più perché sembra chiaro che e a chi tiene le redini dell’informazione in Italia non sia parso opportuno disturbare i precari equilibri del governo, anche a costo di queste gravi omissioni. Che mancassero nelle redazioni le competenze per valutare giustamente la rilevanza dei due scandali è falso, serve quindi il coraggio di puntare in direzione dei veri (direttori) responsabili. Di questo mi piacerebbe sentire discutere onestamente e chiaramente con Sofri e gli altri direttori che hanno “bucato” queste due clamorose notizie negli ultimi due mesi e per questo ho trovato particolarmente irritante un pezzo che ha tanto poco da dire, quanto mi è parso importante per gli spunti che ha offerto al fine di fare chiarezza su questo scandalo nello scandalo. L’orrenda gestione delle due notizie non si può certo liquidare accusando ingiustamente le redazioni di essere prive delle competenze più elementari, se davvero esiste qualche direttore che ha a cuore lo stato dell’informazione in questo paese, sarebbe il caso che si assumesse le proprie responsabilità e chiamasse i colleghi a fare lo stesso, il sempiterno gioco a scaricabarile non aiuterà di certo a migliorare l’informazione in questo paese.

Aggiornamento: Ecco la concisa risposta di Sofri alle questioni poste sopra. Se non altro a differenza di altri direttori ha risposto:

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