Scandalo in Canada, il governo ha insabbiato l’inquinamento dell’Alberta

Posted on 28 luglio 2013

0



Il governo canadese fino all’anno scorso ha rassicurato i cittadini sull’impatto ambientale dell’escavazione di sabbie bituminose dicendo che non inquina, ora una coppia di ricercatori  ha scoperto che può dirlo solo perché i rapporti sugli incidenti sono stati insabbiati in massa o neppure redatti.

Il ministro dell’ambiente canadese Peter Kent l’anno scorso ha affermato che l’escavazione delle sabbie è pochissimo inquinante e che il nuovvo sistema di monitoraggio offre “prove tangibili” ai critici di quanto sia “responsabile” l’operato di quanti si dedicano allo sviluppo dei giacimenti in Alberta, la regione canadese dove si concentrano le sabbie bituminose. Oggi si scopre che mentiva su tutta la linea.

L’Alberta è una regione canadese poco abitata e grande un po’ più del doppio dell’Italia,  il suo territorio è (wikipedia) : “sufficientemente umido, solcato da grandi fiumi e costellato da una miriade di piccoli laghi“.  È anche una regione ricca: “Oggi l’economia dell’Alberta è indubbiamente fra le più forti e fiorenti di tutte le province del Canada, supportata sicuramente da un’importantissima industria petrolifera, sia estrattiva che di raffinazione“. Un’industria che si è sviluppata con l’apertura di cave e miniere per l’estrazione delle sabbie bituminose, un tipo d’estrazione con conseguenze ambientali pesantissime ed evidenti, se non fosse che industria e governo lo negano.

Grazie alle sabbie bituminose infatti il Canada può oggi vantare riserve paragonabili a quelle dell’Arabia Saudita, anche se si tratta di tutta un’altra storia. I sauditi fanno una trivellazione e ne cavano petrolio per anni, i canadesi devono sbancare ettari di terreno, raccogliere le sabbie, separarne il petrolio usando acqua ad alta temperatura e pressione. Il risultato è che al posto del pozzo dei sauditi il Canada si trova vaste aree di natura ancora vergine che ora sono diventate cave a cielo aperto, i fiumi e le falde inquinate e non si sa neppure quanto questi processi rilascino in atmosfera.

Una devastazione che è sotto gli occhi di tutti, osservabile persino dai satelliti, che un tempo  fotografavano laghi e fiumi blu e che orta invece li restituiscono marroni. Ma il governo e le industrie negano. Di recente i giornalisti del Calgary Herald si sono dati da fare e sono riusciti a spiegare l’apparente incongruenza.

I due canadesi si sono andati a spulciare i rapporti sugli incidenti, non sempre facili da reperire, e hanno lavorato a lungo sui documenti che hanno rinvenuto, scoprendo alcune sconvolgenti verità. Solo l’uno per cento dei rapporti riguardanti perdite o infrazioni alle leggi per la protezione dell’ambiente hanno avuto come seguito la ripulitura e il contenimento del danno, nel 99% alla denuncia di disastri ambientali più o meno estesi non è seguita alcuna azione di pulitura, meno che mai sanzioni da parte delle autorità.

Ma c’è di peggio, i registri sono infatti pieni di buchi e imbottiti d’errori al punto che non è possibile farsi alcuna idea dell’impatto ambientale dell’industria estrattiva nelle regione. difetti nei registri che si riproducono all’infinito e che in alcune aree non registrano alcun intervento a tutela dell’ambiente. Difficile credere che le industrie o le autorità si dannino per nascondere le azioni positive, più facile pensare che queste proprio non esistano e che la tenuta di registri inservibili a qualsiasi scopo non sia figlia di sciatteria, ma di una tattica che ha chiari beneficiari.

“Quando hai osservato migliaia di queste note, quello che vedi è solo la punta dell’iceberg” ha spiegato Kevin Timoney, biologo, consulente ambientale e co-autore del rapporto di 667 pagine, non pubblicato su una rivista scientifica, ma sottoposto a peer review. L’idea del rapporto è nata nel 2008, quando Tmoney lavorava alla  Alberta Environment’s Data Library di Edmonton e si è imbattuto in interi scaffali di rapporti contenenti la denuncia di violazioni ambientali che non erano stati mai pubblicati. Quando gli impiegati della biblioteca gli hanno detto che erano “off-limits” Timoney e Peter Lee di Global Forest Watch hanno deciso di scoprire il loro contenuto e hanno cominciato a presentare richieste fondate sulla legge canadese simile a FOIA e intitolata alla Freedom of Information.

Una fatica e un impegno “epico” secondo il Calgary Herald, che alla fine ha permesso loro di compilare una lista di 9.262 infrazioni dal 1996 in avanti, dagli sversamenti nel fiume Athabasca alle emissioni inquinanti in atmosfera, fino ai materiali tossici abbandonati abusivamente sul territorio. Non meno impegnativa della quantità è stata la qualità dei rapporti: “Era evidente che c’erano migliaia d’incidenti di cui il pubblico non ha mai saputo niente, ma anche che è estremamente difficile fare qualcosa in proposito perché i file sono risultati spesso incompleti o minati da errori tali da ridurne quasi a zero l’utilità,gli autori hanno dovuto studiare tutti i documenti e correggere almeno 5.000 errori evidenti prima di dare corso alla loro analisi. “il sistema non fornisce dati puntuali e accurati”, conclude lo studio, “il numero degli incidenti e l’analisi della loro incidenza sono da considerare una stima minima di quanto accaduto in realtà”.


Circa due terzi degli incidenti sono relativi alle eccessive immissioni in atmosfera, diossido di zolfo e solfito d’idrogeno su tutti. L’inquinamento delle acque invece riguarda il 7% delle denunce, mentre le questioni locali e relative allo sfruttamento del terreno sono appena più dell’1%, ma ben poche sono state le conseguenze. Più di 4.000 casi sono relativi a infrazioni che avrebbero dovuto costare la licenza agli operatori, dal 1996 a oggi l’Alberta ha punito appena 37 di questi eventi, con un tasso d’intervento sulle denunce rinvenute dalla ricerca dello 0.9%. Davvero poche se si pensa che negli Stati Uniti le sole sanzioni per infrazioni al  Clean Water Act sono state perseguite con un tasso del 8.2%, nove volte di più per il paradiso della deregulation a confronto con un paese che per gli americani è così statalista da essere considerato da molti quasi “socialista”. La sanzione media in questi casi è poi stata di appena 4.500 dollari canadesi, si può ben capire che per aziende con hanno in ballo investimenti e profitti miliardari sono sanzioni prive di qualsiasi efficacia.


La multa di 3 milioni di dollari a Syncrude per le anatre morte negli stagni velenosi che raccolgono l’acqua inquinata usata nel processo produttivo è la classica eccezione che conferma la regola e nulla più. Il rapporto conclude affermando che le leggi che proteggono l’ambiente in Alberta non sono state rispettate e nessuno ha agito, prima come ora, per fare in modo che lo fossero. La ricerca è costata 220.ooo dollari, circa il 10 finanziato da una charity statunitense, la New Ventures Fund e il resto è stato messo di tasca loro dai due autori. Lo studio del 2012 che aveva permesso al ministro di magnificare l’assenza d’inquinamento e l’efficacia delle leggi sulla protezione dell’ambiente, pur condotto da accademici più che qualificati era stato invece finanziato integralmente da Suncor Energy, società che ovviamente è impegnata nello sfruttamento dei giacimenti di sabbie bituminose. Non appare un caso a questo punto che i due autori dello studio nel 2010 siano stato oggetto di una campagna di diffamazione da parte di scienziati “governativi” e di esponenti dell’industria del petrolio dopo la pubblicazione di uno studio sull’inquinamento prodotto dall’industria estrattiva. Diffamazione poi riconosciuta e ammessa, con tante scuse, dagli scienziati coinvolti e minacciati di essere chiamati in giudizio dai due. Anche in questo caso il governo dell’Alberta ha smentito a mezza voce i risultati dello studio, ma questa volta almeno nessuno ha provato ad accusare gli autori di mentire o di aver dolosamente alterato il risultato delle loro ricerche.

Pubblicato In Giornalettismo