Gli schiavi dei Saud

Posted on 20 luglio 2013

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Circa un terzo degli abitanti dell’Arabia Saudita sono lavoratori immigrati, oltre sette milioni di persone per lo più prive di diritti ed esposte ai peggiori abusi.

L’ASSENZA DI UNO STATO DI DIRITTO – Il particolare sistema saudita si fonda prima di tutto su uno stato d’eccezione per il quale la legge coincide con il volere dell’estesissima famiglia reale. Anche le durezze della legge islamica non sono altro che una plateale ipocrisia, perché il controllo della religione permette di reprimere nel sangue qualsiasi opposizione in nome di Dio, allo scoppio delle primavere arabe infatti i clerici sauditi hanno prontamente convenuto che manifestare è peccato gravissimo e che come tale dev’essere severamente punito.

IL RAZZISMO SCALARE – Nel regno esiste una composizione sociale del tutto originale, anche se comune alle altre monarchie del Golfo. Su tutti ci sono i membri della famiglia reale, che hanno letteralmente potere di vita e di morte anche sui cittadini sudditi, poi c’è una parte selezionata di lavoratori immigrati che vive in compound riservati come la leggendaria città dell’Aramco e che è più o meno alla pari con i cittadini sauditi, dopo di che il noto razzismo di buona parte dei sauditi e l’opportunità, hanno dato vita una singolare classificazione informale e relative disparità di trattamento, tra la massa di lavoratori immigrati meno qualificati. Gli ultimi degli ultimi sono gli africani, appena meglio se la passano gli asiatici e poi si risale a seconda della provenienza geografica e, non ultimo, a seconda dei rapporti tra il governo saudita e i rispettivi governi.

IL MERCATO DEL LAVORO – Un terzo dei residenti esposti alle ubbie del governo come a quelle dei sauditi più arroganti, per nulla tutelate da leggi che comunque sono insensibili ai privilegi di questo o di quello. Sul fronte governativo si possono contare i ripetuti tentativi di plasmare il mercato del lavoro in modo da occupare un maggior numero di sauditi attraverso le deportazioni di massa, che negli anni si sono moltiplicati e che non potranno vivere in eterno sulle spalle della rendita petrolifera, già depauperata dall’avidità senza freni di una famiglia reale che si è moltiplicata anche più velocemente del resto della popolazione, quasi cinquemila persone diversamente intitolate a robusti assegni governativi e hanno licenza di rapina ai danni del resto dei sudditi o delle cariche che ricoprono. Gli sforzi perdurano da anni, ma hanno partorito solo una maggiore repressione dei migranti, i sauditi continuano ad essere disoccupati e le saudite continuano ad essere impedite al lavoro delle leggi islamiche, anche se mediamente sono più istruite degli uomini.

POLITICA ED ECONOMIA – I rapporti con gli altri paesi si riflettono moltissimo sulla popolazione immigrata, qualche anno fa i Saud decisero di liberarsi dalla sera alla mattina di un milione d’indiani, gli immigrati più numerosi, più di recente è stata la volta dei libanesi, invitati ad andarsene in quanto improvvisamente associati in massa a Hezbollah, ma anche  agli etiopi, accusati di uccidere i bambini per strani riti africani e impediti ad entrare nel regno.

LO SCHIAVISMO – La grande maggioranza dei datori di lavoro sauditi è corretta con i propri dipendenti, ma la particolare assenza di uno stato di diritto combinata ai privilegi insormontabili di alcuni, offre ampio spazio agli abusi, praticati sia dalle grandi corporation nei confronti della forza lavoro meno qualificata, soprattutto nell’edilizia e nel turismo, che dai privati che impiegano gli immigrati per i lavori domestici. Il tratto comune alle disavventure dei lavoratori in Arabia Saudita è il sequestro del passaporto da parte dei datori di lavoro, figlio di un sistema che elegge a “sponsor” e responsabile della permanenza del paese dell’immigrato il suo datore di lavoro.

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LA TRUFFA – Per i lavoratori sfortunati la cosa preclude a una drastica decurtazione della paga concordata, a orari senza soluzione di continuità e alla sostanziale riduzione in schiavitù. L’idea che un immigrato dall’Indonesia o dall’Africa possa ricorrere alla giustizia saudita contro le ingiustizie che subisce non è praticabile, non è infrequente al contrario che i sauditi si liberino di obbligazioni o di rapporti di lavoro divenuti ingombranti accusando i dipendenti di stregoneria o qualche altra empietà agli occhi del Profeta. Il razzismo verso questi immigrati è palpabile ed evidente, al punto che non ha stupito nessuno l’emersione di un video nel quale un ufficiale prende a cinghiate le persone in attesa dei permessi di soggiorno.

LA MINACCIA ISLAMICA – La particolare pressione religiosa diventa così un’arma da impiegare contro i musulmani non sunniti e i non musulmani o contro gli stranieri “inferiori” in generale, una spada di Damocle che in ogni momento può portare qualsiasi immigrato sotto lo spadone del boia del re, che negli ultimi anni lavora parecchio. Non bisogna però pensare che l’atteggiamento schiavista appartenga “tradizionalmente” alla popolazione saudita, tanto che ci sono esempi clamorosi di come invece sia praticatissima proprio dall’élite più emancipata, quella che vive più all’estero che in patria, la crema della nobiltà e dei miliardari.

LA PRINCIPESSA E LA TRATTA DELLE SCHIAVE – Il caso della principessa reale arrestata in California e accusata di schiavismo è emblematica, perché la signora, è una delle vedove di un pretendente in linea diretta al trono e a lungo amministratore della capitale e ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Meshael Alayban ha 42 anni e nessuna apparenza “islamica” nel look o nel comportamento quando vive all’estero. Rischia 12 anni perché non ha pensato che il suo potenziale intimidatorio sulle sue donne di servizio era grandemente diminuito una volta che le ha condotte negli Stati Uniti. Anche loro sono state private del passaporto dalla miliardaria, che le ha portate senza problema attraverso le frontiere e che usava questo sistema per pagarle appena 200 dollari al mese. A una cameriera kenyana ne avevano promessi 1.600 quando è stata attirata al suo servizio da un’agenzia che batte l’Africa offrendo di queste occasioni.

NON CI AVEVA PENSATO – La ragazza è stata abbastanza sveglia da abbandonare l’abitazione della principessa e chiedere aiuto. L’intervento della polizia ha scoperto altre 4 filippine ugualmente schiave, che hanno accettato con entusiasmo la loro liberazione. La signora ora rischia teoricamente 12 anni, è ai domiciliari dopo aver pagato una cauzione di 5 milioni di dollari, ma difficilmente finirà in prigione, storicamente nei paesi occidentali è sempre stata un’impresa incriminare i reali sauditi ed è facile immaginare che la signora se non sarà assolta s’involerà, i mezzi per comprarsi la fuga non le mancano di certo e basta un parente con l’immunità diplomatica che se la vada a riprendere per farla sotto il naso della giustizia americana e dell’amministrazione, che di solito quando si tratta di far fuggire i sauditi di rango sono sempre molto distratte.

LE SCHIAVE PEGGIO DEGLI SCHIAVI – Le donne sono ovviamente i soggetti più deboli, sia perché negli interni familiari le loro sofferenze diventano invisibili, sia perché sono anche oggetto di abusi sessuali del tutto in linea con la cultura misogina saudita, la schiava di casa raramente ha scampo e ancora più raramente può pensare di ribellarsi e correre un rischio enorme, visto che la legge non offre alcuna difesa a chi è destinato a presentarsi in giudizio senza un difensore e che alle denunce di solito seguono controdenunce per reati gravissimi che ovviamente sono tenute in maggio conto dalla giustizia locale, che riduce i processi alla vidimazione di sentenze decise a prescindere.

ASSOLUTAMENTE IMPUNITI – L’ipocrisia dell’élite saudita è evidente, i reali e i ricchi possono evadere l’incubo come e quando vogliono e andare a respirare una dorata libertà dove vogliono, mentre per chi rimane nel regno lontano dalle riservate ai privilegiati vige un incredibile medioevo. Una situazione che non inquieta più di tanto le organizzazioni internazionali e nemmeno gli alleati, al più emerge quando il governo si accanisce contro qualche nazionalità in particolare o quando si ha notizia di qualche barbara esecuzione di domestiche provenienti dai paesi più poveri e accusate dei crimini più inverosimili. Una normalità messa così poco in discussione che una principessa saudita cresciuta e radicata in Occidente può portarsi le schiave negli Stati Uniti senza rendersi conto del rischio e senza apparentemente rendersi conto che le leggi che valgono lì sono molto diverse da quelle di casa, anche se è proprio per questo motivo che quelle come lei trascorrono buona parte del loro tempo lontane dall’incubo di casa.

Pubblicato in Giornalettismo