Il secolo dell’Apartheid

Posted on 23 giugno 2013

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L’apartheid o la segregazione razziale praticata dai bianchi nei confronti di popoli diversamente colorati, è un retaggio coloniale che in alcune parti del mondo si è perpetuato ben oltre la fine della colonizzazione. In Sudafrica, dove la pratica ha lasciato le ferite più profonde, la sua data di nascita ufficiale è considerata il 20 giugno del 1913 e corrisponde all’entrata in vigore del Natives Land Act.

Nel Sudafrica è durata  fino al 1991, in Namibia fino al 1990, negli Stati Uniti in varie forme fino agli anni ’70, in Rhodesia il tempo della dittatura bianca, ma solo in Sudafrica assumerà una dimensione assoluta, arrivando a privare gli abitanti neri della cittadinanza del loro stesso paese. come scriverà l’attivista e co-fondatore dell’ANC (African National Congress) Sol Plaatje “svegliandosi la mattina del 20 giugno 1913, il nativo sudafricano si ritroverà non come un vero schiavo, ma un pariah nella sua terra natia”.

Alla sua entrata in vigore il Native Land Act riservò appena il 7% dei terreni agricoli ai neri, che erano il 67% della popolazione. C’è da ricordare che fino a dopo la seconda guerra mondiale lo status dei cittadini nei possedimenti coloniali europei subsahariani è rimasto improntato al principio della superiorità del bianco e dall’imposizione di ogni genere di tormento e umiliazione alle popolazioni locali, sul presupposto dell’autoproclamata superiorità della razza bianca su tutte le altre e su una gradazione dell’evoluzione che poneva i neri poco sopra gli animali, la tratta degli schiavi fu solo un’episodio nella generale spogliazione delle risorse di quei paesi.

Ad assicurare lo status quo contribuivano il divieto di vendita e affitto delle terre tra bianchi e neri. L’atto non servì quindi ad espellere i lavoratori agricoli neri dalla fattorie dei bianchi, ma a trasformarli da mezzadri in lavoratori a basso costo e a cristallizzare uno spossessamento che si era già completato dopo la fine della guerre coloniali e la pace tra boeri e britannici, il Natives Land Act segue infatti di poco la concessione dell’autogoverno alla corona da parte della corona britannica, nel 1910.

La costruzione dell’apartheid come sarà conosciuto in seguito proseguirà dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando la minoranza bianca si predispose al cambiamento che in tutto il mondo portava alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, proclamata il 10 dicembre del 1948 a modo suo. Dopo le elezioni del 1948 gli abitanti del Sudafrica furono divisi in 4 gruppi razziali: nativi, bianchi, coloured e asiatici e le aree residenziali furono segregate di conseguenza. Nel 1970 un’ulteriore esasperazione con l’abolizione della rappresentanza politica dei non-bianchi, un fastidio di meno anche se era relegata a minoranza di bandiera. Fu inoltre tolta la cittadinanza ai neri, che diventarono cittadini di dieci aree ad autogoverno tribale chiamate bantustan, quattro dei quali diventeranno poi  stati indipendenti. Il governo segregò l’educazione, la sanità, le spiagge e tutti i luoghi e i servizi pubblici, fornendo ovviamente ai neri servizi assolutamente inferiori a quelli garantiti ai cittadini bianchi.

I bantustan divennero così affollati serbatoi di manodopera a basso costo e non più solo agricola, separati dalle aree produttive, nei quali una legge razzista, implementata da una giustizia razzista relegherà i neri fino al 1991, nonostante decenni di biasimo internazionale e di sanzioni relativamente pesanti che il regime di Pretoria dimostrerà di reggere con una certa disinvoltura molto a lungo. L’oppressione, le violenze, le torture e tutto il dispositivo segregazionista per mantenere sottomessa una maggioranza nera finiranno solo nel 1991, anche se non tutte le ingiustizie saranno riparate.

La questione della terra ad esempio è ancora bruciante, nel ’94 l’ANC promise di redistribuire il 30% dei terreni agricoli controllati dai bianchi ai contadini neri, nel 2012 solo un terzo di quell’obbiettivo è stato raggiunto nel 2012 e pare quindi che nemmeno quella promessa sarà mai mantenuta. Proprio in quell’anno il viceministro all’Agricoltura,  Pieter Mulder, affermava che all’arrivo dei bianchi non c’erano neri nelle regioni del Western e del North-western Cape e che quindi i sudafricani neri non hanno diritti storici sul 40% della superficie del paese. La teoria della terra vergine occupata dai coloni è un grande classico, le spoliazioni di sovranità ai danni dei nativi che si sono protratte fino a oggi si sono tutte fondate sulla pretesa che quelle terre non fossero abitate, o che fossero abitate da tribù simili ad animali e quindi prive di diritti sui territori nei quali hanno vissuto per millenni prima degli sbarchi dei bianchi.

Nei decenni trascorsi dall’inizio del ‘900 al 1991, i neri non smetteranno mai di rivendicare i loro diritti, sviluppando in Sudafrica un movimento che non si limitò solo al contrasto politico al regime bianco, ma anche alla promozione e istruzione della popolazione nera. Una lotta per la quale i neri sudafricani hanno pagato prezzi altissimi e che ora ai più giovani è ricordata dai musei e dai racconti dei più anziani, su tutti quel Nelson Mandela che è diventato il totem simbolo di un’unità nazionale e di una riconciliazione che è stata un successo, ma che non è ancora riuscita a trasformare quei bianchi che erano razzisti in non-razzisti e che ha smarrito quella tensione resistenziale e didattica che ha contribuito alla crescita e all’affermazione dell’ANC, ma soprattutto alla rinuncia da parte dei neri a rivendicazioni che a moltissimi potrebbero ancora oggi apparire fondate. Anche per questo le condizioni di salute di Nelson Mandela sono un’incognita che incombe sul futuro prossimo del paese, 100 anni dopo il Native Land Act e dopo oltre vent’anni della fine de iure dell’apartheid nel paese.

Pubblicato in Giornalettismo

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