L’abdicazione a sorpresa del re del Qatar

Posted on 21 giugno 2013

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L’annuncio dell’abdicazione del re e del ritiro dello storico primo ministro il Qatar ha rotto una tradizione di misteri senza in realtà chiarire molto.

Il Qatar è una penisola che si protende dalla più grande Penisola Arabica nella acque del Golfo Persico, benedetta da grandi giacimenti di petrolio e dai più grandi giacimenti al mondo di gas naturale. Il paese vanta un PIL nominale pro-capite che supera i centomila dollari all’anno, anche se ovviamente la distribuzione non è così equanime. Con poco meno di due milioni di abitanti, la maggior parte dei quali immigrati e non cittadini, il Qatar conserva una monarchia assoluta che nell’ultimo ventennio non si è fatta notare solo per la disponibilità di denaro contante, ma anche per l’eccezionale protagonismo del sovrano sulla scena internazionale. Quando nel 1995 l’emiro Hamad, che oggi ha 61 anni e si dice sia malatissimo, prese il potere spodestando il padre mentre questi era all’estero, in Svizzera, non sembrò che l’ennesima successione in stile qatariota, visto che confermava una tradizione che fino ad allora aveva sempre visto il problema successorio risolto con la deposizione del regnante. L’idea che Hamad ceda volontariamente il potere al figlio trentatreenne Tamim, è quindi una grossa novità.

La cosa è ancora velata di mistero, a cominciare dall’annuncio uscito non si sa bene da dove, ma non smentito e preso per buono anche dagli osservatori più scafati, segno che in mancanza di conferme pubbliche non sono mancate quelle private. Sul prescelto ovviamente si è addensata la curiosità e si è parlato d’intrighi di palazzo, la leadership qatariota infatti deve tener conto degli equilibri all’interno della tribù degli al Thalil e non è mancata la curiosità sui motivi della scelta tra i quattro figli dell’emiro, ma tra i dettagli dell’annunciata successione a far rumore è stata più che altro la contemporanea sostituzione di Hamad bin Jassim Al Thani, primo ministro dal 2007, ministro degli esteri e capo della potentissima Qatar Investment Authority, carica che probabilmente conserverà, ma forse no, e che prelude al controllo di una cassaforte che contiene oltre duecento miliardi di dollari d’investimenti che spaziano da quote nelle maggiori corporation globali, fino a un’incredibile quantità d’immobili, tra i quali persino interi isolati nella banlieu parigina.

Il principale problema del sovrano del Qatar negli ultimi anni è stato quello di come investire gli introiti petroliferi e par di capire che il suo disegno fosse quello di usarli per assumere una statura internazionale decisamente superiore a quella alla quale potrebbe ambire un paese minuscolo, privo di qualsiasi consistenza militare e “garantito” dalla presenza della più grande base americana nell’area. Così l’emiro ha capito che non ci può essere potere senza la sua rappresentazione e che per farsi vedere aveva bisogno di una televisione abbastanza ingombrante da portare la sua voce e la sua immagine oltre i confini dell’emirato, così è nata al Jazeera, l’emittente globale che ha prima emulato e poi battuto CNN nella gara all’informazione globale. Un successo conseguito arruolando un esercito di professionisti stranieri e allineando la rete alla narrazione gradita da Washington al punto da metterla letteralmente al servizio delle indicazioni americane. Quando è emerso dai cable di Wikileaks l’imbarazzante subalternità del direttore della rete alle esigenze americane, la reputazione della rete presso il mondo arabo ha subito un duro colpo che non è certo stato ammortizzato con le dimissioni del direttore, ma in Occidente non se n’è accorto quasi nessuno.

Alla notizia dell’avvicendamento al vertice dell’emirato invece in Occidente come a Oriente sono saltati sulla sedia in tutte le cancellerie, perché negli ultimi anni gli al Thani hanno usato la loro enorme disponibilità di denaro per ingerire pesantemente nei paesi scossi dalle primavere arabe. In Libia, Egitto, Tunisia e più recentemente in Siria, l’emirato è intervenuto inviando denaro o armi e schierandosi contro le autocrazie laiche in nome della libertà dei loro popoli. Come i sauditi, l’emirato ha poi stroncato con decisione qualsiasi timido tentativo locale di protesta, al punto che in prigione è finito persino un povero poeta ce ha poetato male. La successione, che non è ancora chiaro se si vedrà, come dai ipotesi che circolano, a settembre o addirittura nel 2016 dopo un periodo di rodaggio con il padre ancora accanto sembra comunque indolore e non motivata da dissidi come fu per il precedente avvicendamento. Tra i due c’è accordo ad esempio sul sostegno ai Fratelli Musulmani e anche sull’intervento in Siria, che però per ora si è rivelato deludente, al punto che i sauditi sembrano aver rimpiazzato i qatarioti come mentori e coordinatori dei ribelli.

La “visione” dell’emiro e del suo primo ministro si è rivelata molto avventurosa ed evidentemente al di là delle sue forze e della sua pur enorme disponibilità di spesa, non tutto si compra con il denaro e l’afflusso di capitali da Doha ha ovunque irritato più persone di quante non abbia gratificato, americani compresi. Se la libertà d’azione dei due infatti ha spesso bruciato sul tempo le diplomazie e i piani di altri paesi, non sempre questo intervento è apparso concertato e gradito ad alleati come i sauditi e gli americani. L’eccessivo attivismo è forse il motivo più plausibile dietro questa improvvisa ritirata dei due uomini che hanno incarnato la politica del Qatar negli ultimi anni e se così fosse a dimostrare l’ipotesi sarà un deciso e visibile cambiamento nell’interventismo dell’emirato.

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