Fine di un mito: gli OGM hanno perso la sfida della produttività

Posted on 20 giugno 2013

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Uno studio che confronta 50 anni di produzioni agricole europee e statunitensi, conclude che la scelta americana a favore degli OGM è perdente.

È stato pubblicato pochi giorni fa sull’International Journal of Agricultural Sustainability e s’intitola “Sustainability and innovation in staple crop production in the US Midwest“, uno studio che farà molto parlare e che aggiunge un peso notevole alla conclusione per la quale la tecnologia OGM ha perso nei confronti delle tecnologie concorrenti e ha esposto il sistema agricolo americano a minacce molto più pericolose di quante non incombano invece sui campi degli europei. L’Europa occidentale e gli Stati Uniti hanno agricolture tecnicamente avanzate, contadini istruiti e aggiornati, sono pesantemente sussidiate, stanno alle stesse latitudini e offrono una grande quantità di dati per portare a termine un confronto del genere seriamente, lo studio è stato sottoposto a peer review e finora nessuno ha trovato da eccepire sulla metodologia impiegata, anche perché per ora circola per lo più in ambienti accademici.

Lo studio, imponente ed esaustivo per i dati esaminati, è stato condotto dall’Università di Canterbury, in Nuova Zelanda, da un gruppo guidato dal professor Jack Heinemann. A spingere l’università neozelandese a questo studio è da un lato l’importanza del settore agricolo per il paese, dall’altra la necessità di scegliere tra due modelli alternativi, o meglio, di capire se cedere alle pressioni dei lobbisti pro-OGM che vorrebbero piantare la loro bandierina anche nel paese australe

“Abbiamo bisogno di più dell’agricoltura, abbiamo bisogno di agricolture, pratiche diverse per crescere e produrre cibo che gli OGM non reggono, abbiamo bisogno di sistemi utili, non semplici tecnologie che producano profitti, ci servono sistemi che provvedano una provvista affidabile per nutrire bene il mondo”. Questa la conclusione che ne ha tratto Jack Heinemann al termine dello studio. Per giungere a tale conclusione i ricercatori hanno confrontato i dati relativi a 50 anni di produzioni agricole relative alle colture dominanti in Europa occidentale e Stati Uniti. Alla fine i risultati hanno detto che le biotecnologie e i sistemi adottati negli Stati Uniti, in pratica un “pacchetto” sempre uguale che segue i semi OGM stanno riducendo le rese per ettaro e aumentando l’uso di pesticidi, almeno se paragonate alle biotecnologie sul campo in Europa, dove gli OGM restano vietati in molti paesi, quelli presi in esame per completare lo studio, nei quali è forte anche l’opposizione dell’opinione pubblica alla loro introduzione.

Una differenza robusta, che secondo gli scienziati nasconde una terribile vulnerabilità del sistema fondato sugli OGM,  più esposto al pericolo rappresentato dalle variazioni climatiche e dalla selezione di varietà di parassiti resistenti a pesticidi ed erbicidi specifici per gli OGM. “La nostra ricerca dimostra che le rese delle coltivazioni di colza crescono più velocemente in Europa che in Canada che ha scelto un pacchetto-OGM, mentre cala l’impiego di erbicidi chimici che invece in Nordamerica è cresciuto”. Una considerazione che vale anche per le altre colture, nel caso del grano la scelta OGM ha penalizzato anche i produttori che hanno fatto ricorso a tecnologie diverse, oggetto di una minore diffusione e quindi più costose. Anche per il mais, di cui gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale, per il quale per di più ogni anno che passa si scoprono nuovi impieghi extra-alimentari. Coltura quindi particolarmente strategica per Washington. “L’Europa ha imparato a ricavare più cibo per ettaro usando meno sostanze chimiche nel processo. Le scelte degli Stati Uniti in tema di biotecnologia li stanno lasciando indietro rispetto all’Europa sia in termini di produttività che di sostenibilità”. La resistenza alle variazioni climatiche è una dote importante, non tanto per un problema di scarsità, quanto perché all’aumentare della prevedibilità delle rese annuali, cala anche la pressione della speculazione, che anche negli anni non particolarmente disastrosi può spingere i prezzi verso l’alto e con essi gettare centinaia di milioni di persone in una povertà tale da non riuscire ad aver accesso agli alimenti.

“L’agricoltura risponde agli incentivi commerciali e legislativi. Questi prendono la forma di sussidi, strumenti per tutelare i diritti alla proprietà intellettuale, incentivi fiscali, promozioni commerciali e legislazione. I sistemi d’incentivi negli Stati Uniti in Nordamerica spingono verso la dipendenza dai semi OGM e da pratiche di gestione che sono inferiori a quelle adottate e sussidiate in Europa”. La scelta pro-OGM è stata quindi perdente e gli Stati Uniti ci si sono buttati senza rete, fidando solo sulle previsioni di chi aveva interesse alla loro adozione e milioni di dollari per fare campagna sui media e nei corridoi del Congresso.

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Lo studio fa soprattutto giustizia di affermazioni di segno contrario da parte dei fan dell’OGM, che però non hanno sostenuto questa propaganda con i dati. Non ci sono tracce della pretesa secondo la quale gli OGM producono un numero maggiore di calorie per ettaro, semmai l’evidenza dice il contrario. In ogni caso il claim secondo il quale “gli OGM servono a combattere la fame nel mondo” è del tutto privo di fondamento, un’affermazione indimostrata a oggi. Di più, le colture OGM hanno sviluppato vulnerabilità che in caso di catastrofe nei campi ne amplificherebbe le conseguenze e ritarderebbe la ripresa, anche perché il pacchetto OGM prevede anche l’istruzione dei contadini all’impiego di quella e solo di quella tecnologia agricola, che con la sua introduzione ha determinato la sparizione del programma pubblico che incentivava la produzione e selezione dei semi affidata ai consorzi di produttori che, insieme all’occasione d’incontro sociale, hanno perso anche un patrimonio di conoscenze per ricostruire il quale servirebbero anni.

Un progresso discutibile, che ha portato anche a un processo di concentrazione nelle proprietà agricole, calate drasticamente di numero mentre parallelamente si assisteva a un ancora più brutale processo di concentrazione di tutte le industrie fornitrici dell’agricoltura,  che è sfociato nell’apparire di veri e propri monopoli e all’impennata dei prezzi. Considerazione ancora più valida per le sementi, che nel periodo da ’94 a oggi sono cresciute del 140%, mentre gli altri costi sono aumentati solo dell’80%. Anche l’analisi dei dati relativi al mais dimostra che nel periodo trascorso dall’apparizione del mais transgenico in Europa le rese sono cresciute anche più velocemente che negli Stati Uniti, pur affrontando un aumento dei costi più modesto, e una concentrazione delle proprietà agricole che ha portato a un panorama nel quale un 1/3 delle fattorie produce i 4/5 del valore del settore e i 2/3 del raccolto. Una razionalizzazione che in teoria avrebbe dovuto contribuire alla compressione dei costi e a un aumento delle rese, ma non è successo. Anche per l’impiego dei pesticidi il discorso non cambia, semmai è evidente il progresso europeo nel pervenire a sistemi che hanno permesso una drastica riduzione dell’impiego dei pesticidi, che continua, mentre negli Stati Uniti l’iniziale vantaggio rappresentato dall’avere l’insetticida incorporato nella pianta si sta erodendo con l’apparire di varietà di parassiti che si pappano il BT di Monsanto con gusto e di erbacce resistenti al Roundup, il nome commerciale del Glifosato, l’erbicida che può essere impiegato senza paura perché le piante Monsanto sono RR, Roundup Ready.

Che si tratti di una scelta politica poco sostenuta dall’evidenza della superiorità delle tecnologie OGM è chiaro, anche negli Stati Uniti l’agricoltura è pesantemente sussidiata, al punto che gli Stati Uniti vendono sul mercato mondiale il mais al 73% del suo costo di produzione, il grano al 67, lo zucchero la 44 e il latte al 61%. È a Washington che sono state mosse le leve che hanno spinto gli agricoltori americani nella braccia di Monsanto & co. ed è da Washington che sono partite le pressioni, spesso brutali, verso i paesi che erano riluttanti ad aprire i propri campi agli OGM. Sotto accusa anche gli strumenti, leggi e trattati, che proteggono la preziosa proprietà dei brevetti, l’innovazione annunciata grazie all’investimento dei profitti non c’è stata, i profitti sono stati investiti per imporne l’adozione o sono finiti nelle tasche degli Stati Uniti e non. Quello che è finito alla ricerca privata è meno di quanto un tempo era destinato alla ricerca pubblica un tempo, un altro mito che si è rivelato una bugia avventata. Sembra evidente a questo punto che una scelta politica priva di riscontri reali abbia spinto gli agricoltori americani ad sposare le colture OGM senza molti vantaggi, se non per i pochi che hanno menato le danze, ma anche che abbia procurato un danno difficilmente quantificabile, ma sicuramente imponente.

Pubblicato in Giornalettismo

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