Scandalo NSA, gli Stati Uniti contro il resto del mondo

Posted on 11 giugno 2013

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Quelli che vogliono rinunciare alla libertà per guadagnare sicurezza, non avranno né meriteranno nessuna delle due.” È una delle citazioni più famose di Benjamin “Beniamino” Franklin, ma di questi tempi non sembra molto popolare nemmeno negli Stati Uniti.

sondaggio

Il bacino elettorale americano sembra infatti abbastanza incline a sostenere il contrario, anche se resta da capire quanto abbia compreso esattamente delle attività nelle quali NSA è apparsa impegnata e della loro mostruosa estensione. Così come resta da pesare l’effettiva persistenza del terrore di attacchi terroristici, sicuramente rinforzata da un attentato come quello di Boston che pure ha segnalato l’evidente inutilità di una tale mostruosità nel fermare gli attacchi islamici come quelli dei “terroristi” genuinamente domestici. Preoccupano anche  i lupi solitari che sbroccano e si sfogano in scuole o luoghi pubblici, un fenomeno tipicamente statunitense che a lungo andare ha suscitato emulazione tra diversi fanatici e folli negli altri paesi occidentali, ma nemmeno quelli appaiono intercettabili dallo spionaggio interno, sia “limitato” come dice l’amministrazione, sia totalitario come confermano le fonti e i documenti che sono venuti alla luce negli ultimi giorni.

Di sicuro c’è che per il resto del mondo non valgono limiti e non valgono le leggi, è territorio di caccia libera per gli americani e quelli che sembrano preoccupati dell’allucinante abuso che è emerso sono davvero pochi, casi di coscienza come Manning o Snowden o una nutrita pattuglia di attivisti che non rischiano lunghe pene detentive meno di quanto non farebbero in paesi platealmente autoritari. Se il metro è quello dei 10 anni di pena proposti per l’hacker che ha aiutato a individuare uno stupratore, che rischia invece 2 anni, si dovrebbe arrivare a condanne capitali per tutti i coinvolti nel programma NSA se la giuria non tenesse l’interesse statunitense su tutto. Raccogliendo all’ingrosso tutto quello che passa in rete e per le reti di telecomunicazione, gli Stati Uniti assumono deliberatamente d’ignorare leggi e diritti dei cittadini degli altri paesi, di tutti gli altri paesi. E nel caso degli stranieri non c’è nemmeno bisogno del pretesto del terrorismo, basta che ci sia l’interesse per gli Stati Uniti.

Nel resto del mondo comunque vanno con i piedi di piombo con questa storia, che molti media hanno già trasformato nel pestaggio di Snowden che, anche se nessuno può dirsi pronto per un’esperienza del genere, se non altro appare un po’ meno fragile di Manning, per quanto visibilmente inquieto sul suo futuro. Per ora si sono pronunciati in Germania, dove Peter Schaar, commissario federale per la protezione dei dati e della libertà d’informazione ha fatto presente che: “Il governo degli Stati Uniti deve fare chiarezza al riguardo della mostruosa accusa relativa  monitoraggio di diversi servizi di telecomunicazione e d’internet. Le dichiarazioni da parte del governo americano che il monitoraggio non è mirato ai cittadini americani, ma solo contro le persone al di fuori degli Stati Uniti non mi rassicurano per niente.

E in effetti per i governi, le organizzazioni e le aziende degli altri paesi non è per niente rassicurante sapere che gli Stati Uniti tendono a impadronirsi di tutte le loro comunicazione per decidere poi con comodo come approfittarne per “difendere gli interessi degli Stati Uniti”, come hanno già dimostrato si fare mettendo il frutto dello spionaggio a vantaggio delle loro aziende e a svantaggio anche di quelle alleate, su tutte quelle europee. Senza considerare l’enorme potere che risiede nel poter ricostruire attingendo da un archivio senza fondo l’intera storia digitale di una persona, dai documenti sanitari alle conversazioni più intime. Un’arma di grande valore anche per influenzare, ricattare o distruggere i politici sgraditi negli altri paesi, materiale da scambiare con altri paesi, ma anche materiale a disposizione di una gran numero di persone, molte delle quali non lavorano neppure alle dipendenze del governo americano, ma di Contractor esterni, compagnie che hanno già dimostrato non avere scrupoli nemmeno a fornire e a tollerare servizi di tortura, ai quali sono affidati masse di dati che in teoria dovrebbero essere riservati e inaccessibili salvo giustificati motivi e sotto la supervisione di un giudice, almeno nei paesi che vogliano dirsi democratici. Niente che per ora preoccupi i nostri rappresentanti eletti in Italia o in Europa e ovviamente anche il Garante della Privacy e le autorità preposte alla sicurezza dello stato continuano a dormire il sonno dei giusti, come difficilmente farebbero se tale spionaggio provenisse da un altro paese.

Quelli come Snowden e Manning sono un pericolo per un sistema del genere, mentre quelli che ne approfittano in maniera quieta e magari vendono quegli stessi segreti alle potenze nemiche o a chi abbia interesse ad approfittarne, difficilmente appaiono alla luce dei riflettori. Eppure l’avidità è di solito un motore più efficiente delle crisi di coscienza, è difficile pensare che per ogni Manning non ci sia qualche decina di persone con le stesse credenziali di sicurezza che non abbia ceduto alla tentazione di approfittarne in maniera meno vistosa. Non stupisce comunque la grande attenzione su Snowden, da un lato festeggiato e salutato con gioia come l’ennesimo martire predestinato sull’altare della lotta per la libertà contro la tirannia e dall’altra inseguito da una folla urlante di editorialisti imbestialiti che in queste ore si stanno inventando di tutto sul suo conto, a ruota libera e senza andare tento per il sottile. C’è quello che si è inventato che sarebbe un “narcisista”, quello che parla di suoi accordi con la Cina, e poi ci sono quelli che sostengono semplicemente che sarebbe da uccidere, tutti campioni di democrazia e grandi paladini della libertà, a sentir loro. Ci sono addirittura commentatori che chiedono perché non si sia rifugiato in Svezia (come Assange) o perché non affronti la giustizia americana (come Manning) se ritiene di essere nel giusto. Tutta gente che si butta su queste questioni solo quando serve, e si sente.

privactSnowden è apparso in una intervista registrata a Hong Kong dove è rimasto nascosto da quando ha lasciato gli Stati Uniti ad allora. Nella stessa ha spiegato perché ha scelto Hong Kong, ma non ha affatto detto che ci sarebbe rimasto, ha anzi detto di pensare all’Islanda come a un paese dove potrebbe chiedere asilo. Nessuno ha detto che poi Snowden sia rimasto lì o che intenda rimanerci, ma nonostante questo è partita una ridda di speculazioni che lo vogliono intenzionato a godere della protezione di Pechino o addirittura già in accordo con i cinesi prima di agire. Cina che per parte sua probabilmente non ci pensa proprio, anche se difficilmente potrà esporsi al punto di consegnarlo alle autorità statunitensi. Una ritrosia che non discende da problemi insormontabili con la relativa autonomia della città di Hong Kong, che per mezzo secolo dalla riunificazione conserverà il suo “sistema” più libertario secondo gli accordi, quanto per il fatto che non ha nulla da guadagnare nel provare a gestire una questione del genere immischiandosi. Pechino ogni anno vede centinaia di ricchi cinesi involarsi con ingenti capitali frutto di corruzione e malversazioni che trovano sicura accoglienza negli Stati Uniti con bottino e famiglia al seguito, considerando che le leggi statunitensi impediscono l’estradizione in direzione dei paesi che non rispettano i diritti umani in maniera tanto plateale. A lungo ha cercato una soluzione per questo problema, ma non può essere questa le controparte per la consegna di Snowdown, reo confesso di tutt’altro genere di reati.

Per ironia della storia, come ha spiegato al Global Post l’avvocato Patricia Ho, ad Hong kong non ci dovrebbero essere difficoltà a dimostrare che Snowden negli Stati Uniti rischia ” un trattamento crudele e inusuale” proprio usando il caso di Bradley Manning, che per ammissione della stessa amministrazione pubblica ed ufficiale ha subito proprio quel tipo di trattamento.  Proprio il trattamento platealmente punitivo di Manning e la persecuzione sistematica delle altre fonti di materiali top secret si sono rivelate inefficaci anche come deterrente per scoraggiare ulteriori fughe di notizie anche dal caso di Snowden, che semmai ne ha tratto il suggerimento di provare almeno la fuga. La repressione non è mai riuscita completamente a silenziare il dissenso e sembra abbastanza evidente che la cultura e la formazione degli specialisti dell’IT crei grossi conflitti di coscienza in molti degli operatori addetti a macchine che restano inaccessibili e spesso incomprensibili ai meno che esperti.

La natura totalitaria e repressiva del sistema non è in dubbio, non solo è plateale l’abuso dei diritti dei cittadini del resto del mondo, ma anche i casi domestici testimoniano che il mostro che si cela dietro centinaia di acronimi meno famosi di quelli di CIA ed NSA, un apparato enorme che arruola almeno un milione di persone dedicata all’intelligence, è chiaramente orientato ideologicamente e asservito a interessi evidenti. ACLU  sta portando avanti una causa contro il governo perché FBI e JTTF hanno spiato Greenpeace abusivamente e non c’è gruppo o associazione ecologista o che si batta per i diritti umani che non sia pesantemente controllato e spiato, la vita dei suoi membri rivoltata, alcuni dei suoi membri avvicinati nel tentativo di arruolarli come informatori, non sono cose che succedono solo agli “islamici. Comportamenti, fatti verificati,  che ledono evidentemente anche quanto garantito dal primo e dal quattordicesimo emendamento, che tutelano la  libertà d’assemblea senza interferenze da parte dello stato e del governo. I problemi di coscienza illustrati da Snowden hanno robusti ed evidenti fondamenti, perché non sono certo cose che si possano giustificare a protezione della “minaccia” rappresentata dal terrorismo islamico.

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Qualcosa di più e di diverso da quello rappresentato dalla domanda del sondaggio proposto agli americani, per quello che vale, una demolizione dei diritti costituzionali per di più praticata nel massimo segreto, fino a fare degli Stati Uniti un paese nel quale anche per i cittadini americani ci sono processi segreti, nei quali ci sono condannati con prove segrete e una plateale violazione del principio d’equilibrio tra accusa e difesa, che può muoversi solo negli spazi angusti delimitati dalle ragioni della “sicurezza nazionale”, il totem al quale da sempre Washington sacrifica le sue anime e i suoi sentimenti migliori. Snowden ora è cacciato dal “Gruppo Q”, una squadra speciale dei servizi americani e finirà, se gli va bene, in esilio in un paese dal quale si potrà muovere con difficoltà, coperto di contumelie e di calunnie oltre il ridicolo, perché ci saranno parecchi che si faranno notare per l’eccesso di zelo nel colpire l’uomo in fuga. Se gli va male invece finirà tombato in una prigione americana come Manning, anche se rispetto alla fonte di Wikileaks  ha diffuso molto meno materiale e, in un certo senso, molto meno dannoso dei cable che hanno costretto Washington a fare il giro della ambasciate per rimpiazzare i funzionari esposti e presentare confuse scuse per il contenuto imbarazzante di quelle comunicazioni. Che in più di un paese hanno dato vita a numerosi processi penali, a testimoniare che l’idea di Manning e di Snowden di rivelare al mondo dei veri e propri delitti non è per niente campata in aria.

Snowden resta invece per molti il reo confesso di quello che per molti americani è semplicemente un tradimento, quasi che i casi di coscienza non potessero più avere cittadinanza in quel paese che è nato proprio dal desiderio d’evadere il controllo e le aspirazioni imperiali britanniche e che in seguito proprio dell’impero britannico ha raccolto il testimone,  entrando nel ventunesimo secolo come unica potenza planetaria. Una potenza che in particolare dal 2001 in poi non ha perso occasione per mostrare al resto del mondo azioni e intenzioni per nulla rassicuranti. Una potenza che anche il caso Snowden conferma alle prese con una crisi di legittimità morale che spinge i suoi stessi cittadini a prese di posizione e ribellioni che sanno che costeranno loro tantissimo. Un costo, quello della lotta contro l’esistenza stessa di un sistema del genere, che non può certo essere lasciato solo sulle spalle di un manipolo di obiettori di coscienza o di attivisti statunitensi, pena l’inevitabile regressione e la perdita di alcuni dei principali capisaldi della civiltà democratica.

Pubblicato in Giornalettismo