Taiwan vs Filippine, baruffa all’ombra della Cina

Posted on 21 Maggio 2013

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Il 9 maggio un guardacoste filippino ha mitragliato un peschereccio taiwanese uccidendo un pescatore, da allora è montato un caso decisamente curioso.

PECHINO ALLA FINESTRA – Un incidente che Pechino ha accolto con l’atteggiamento del gatto sornione, perché le rivendicazioni di Taiwan sono sovrapponibili a quelle cinesi, che considerano l’isola una provincia cinese. Così nell’occasione hanno fatto sapere che la Cina ha l’obbligo di proteggere “la sicurezza e gli interessi dei patrioti taiwanesi”. Quando s’arriva a Cina e Taiwan bisogna analizzare la situazione partendo dal particolare rapporto tra i due, che un tempo vedeva  quelli sull’isola rivendicare addirittura la sovranità sul continente e dirsi l’unico governo legittimo. Poi hanno finito accettare giocoforza una situazione nella quale all’indipendenza de facto di Taipei da Pechino non le si accompagna che il riconoscimento formale da parte di qualche microstato. La quasi totalità dei paesi del mondo riconosce quello di Pechino come unico governo legittimo cinese e a Taiwan non tiene ovviamente ambasciate, ma solo uffici culturali o commerciali.

LO SPONSOR AMERICANO – Anche gli Stati Uniti che da sempre fungono da protettori dell’isola, che hanno armato come e meglio di molti altri paesi sostenendo una dittatura che dal dopoguerra è durata fino agli anni ’90, si servono dell’American Institute in Taiwan (AIT), un’organizzazione nonprofit privata, per fornire l’assistenza consolare ai propri cittadini. È bene inoltre tenere presente che il partito nazionalista va inteso in senso cinese, essendo erede dei “bianchi” fuggiti dalla Cina e per niente indipendentista, tendenza invece che appartiene al partito “democratico”, che pure fatica ad esprimerla apertamente perché l’idea dell’indipendenza dalla Cina non è poi così popolare e perché Pechino s’arrabbia tantissimo appena ne sente parlare o nota atteggiamenti che mettano in discussione l’unità territoriale. Tanto più che ormai i due paesi sono legati da interessi economici e legami personali fortissimi, con una forte integrazione tra le due economie, che semmai si vorrebbe incrementare.

LA REAZIONE PATRIOTTICA – Ai cinesi così è piaciuta la reazione ferma e decisa di Taipei, che forse potrebbe offrire a Pechino l’occasione per avanzare le sue pretese sulle isole Spratly e premere su Manila, con cui l’anno scorso ha avuto un aspro confronto presso lo scoglio di Scarborough. Reazione che comunque è stata chiaramente eccessiva per gli standard dei rapporti tra i due paesi, buoni alleati degli Stati Uniti al punto da schierare dalla stessa parte i loro dispositivi militari in chiave anti-cinese. Alla notizia dell’uccisione di Hung Shih-cheng, questo il nome della vittima, Manila si è limitata ad ammettere l’incidente senza scusarsi. Il giorno dopo il presidente Ma Ying-jeou a comunicato un ultimatum di 72 ore, scadute le quali se il governo filippino non avesse chiesto formalmente scusa e punito i responsabili, sarebbe andato incontro a pesanti sanzioni. Il governo filippino a quel punto si è scusato ed è intervenuto il presidente Aquino in persona invitando alla calma e al confronto. Le scuse però non sono piaciute ai taiwanesi, perché non sono state presentate in maniera formale e perché hanno fatto riferimento a un incidente “involontario”, mentre a Taipei i 50 colpi che hanno crivellato la cabina del peschereccio sembrano poco involontari.

TAIWAN-PHILIPPINES-CRIME-DIPLOMACY

I TENTATIVI DI MANILA – I filippini ci hanno riprovato, Aquino ha inviato un messaggio nel quale le Filippine esprimono il loro profondo rincrescimento e si profondono in scuse, facendolo recapitare dal presidente del MECO Amedeo Perez, nominato per l’occasione suo rappresentante personale. Il  Manila Economic and Cultural Office (MECO) a Taipei funge da ambasciata per i filippini, che per le questioni sopra ricordate non possono intrattenere rapporti a livello governativo con Taipei senza far infuriare Pechino. Ma il diavolo è nei dettagli e Perez non è stato neppure ricevuto dal ministro degli esteri taiwanese, che si è offeso tantissimo quando ha saputo che la lettera di cui era latore non recava la firma del presidente Aquino, ma del suo portavoce. Perez è così dovuto tornare a Manila e ieri Taiwan ha annunciato una serie di sanzioni (blocco dei visti per i lavoratori filippini, il richiamo dell’incaricato d’affari a Manila, sospensione degli incontri ministeriali e la decisione di tenere un’esercitazione militare nella zona contesa). Inutile anche il risarcimento offerto alla famiglia del pescatore da parte di “donatori” privati filippini, Taiwan esige un risarcimento che venga dalle casse pubbliche, perché la responsabilità del guardacoste è dello stato filippino.

I PROBLEMI DI TAIWAN – C’è chi in tutto questo ci ha visto la frustrazione dei due paesi che vivono all’ombra degli americani come dei cinesi e che finalmente avrebbero trovato uno sfogo alle pulsioni nazionaliste in un confronto più praticabile di quello con Pechino, che resta alla finestra e osserva con grande interesse senza agitarsi troppo ché non si sa mai come la possano prendere a Taiwan dove ultimamente è maturato il sospetto di un complotto cinese portato avanti grazie alla mafia locale. È successo infatti che nelle città minori le sedi del  Democratic Progressive Party (DPP) siano state inondate dal centinaia d’iscrizioni da parte di noti delinquenti affiliati alla gang dell’Alleanza Celeste, che ha interessi economici rilevanti e mescola attività lecite a quelle illecite ed è uno dei sindacati criminali più potenti dell’isola.

LA TEORIA DEL COMPLOTTO – La cosa è stata scoperta e il DPP è corso ai ripari e ha stroncato l’iniziativa, apparentemente mirata a influenzare il voto interno per le leadership del partito nel luglio dell’anno prossimo, che fungeranno anche da primarie per le presidenziali del 2016. Molti esponenti del DPP hanno trovato la motivazione più plausibile dello scandalo in un complotto cinese, sia perché le gang hanno forti rapporti rapporti con il continente, dove operano con la tolleranza delle autorità cinesi, che quindi a Taiwan risultano in condizione d’influenzare le gang criminali dell’isola. Per di più il leader spirituale dell’Alleanza Celeste è l’ex deputato indipendente Lo Fu-chu, un gentiluomo che oltre ad aggredire in diretta televisiva una collega parlamentare e che si dice abbia rapito un altro parlamentare, le abbia bendato, denudato, chiuso in una gabbia per cani e abbandonato così sul ciglio di una strada. Latitante dal 2012 si ritiene che si sia rifugiato sul continente e goda della protezione di Pechino, e anche questa è una circostanza che conforta i fautori della teoria del complotto.

UN PRESIDENTE IN CRISI – Un insieme di situazioni e rapporti complessi, complicato ulteriormente dalla debolezza del presidente taiwanese, che è al suo secondo e ultimo mandato e soffre un calo del consenso che lo ha visto precipitare attorno al 20% di gradimento. Difficile far peggio, a per questo è ancora più difficile lasciarsi sfuggire l’occasione di gonfiare il petto e cavalcare le pulsioni nazionaliste e l’orgoglio isolano, trasversali e solidi nei taiwanesi, che infatti hanno risposto con entusiasmo sfilando contro gli aggressori e bruciando bandiere filippine in piazza.

Pubblicato in Giornalettismo