Siria, Assad in rimonta

Posted on 21 Maggio 2013

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Se qualcuno pensava che in Siria sarebbe finita come in Libia, ha evidentemente sbagliato i suoi conti.

LA SMENTITA – Il portavoce dell’esercito israeliano Yoav Mordechai (IDF) ha smentito sulla sua pagina Facebook un articolo del britannico Times, che riferiva di un “alto grado della comunità dell’intelligence israeliana” convinto che Israele preferisca che Assad resti al potere. Citando la sua conoscenza dell’ambiente Mordechai ha detto che citazione è inconsistente e falsa, che non è così. La presunta indiscrezione non fa altro che rispondere a un sospetto che si è sostanziato ancora di più negli ultimi tempi, quando il governo di Tel Aviv ha ordinato alcune operazioni militari in territorio siriano insistendo esplicitamente nell’affermare che non erano contro Assad e intimando al leader siriano di non reagire. Messaggio che sembra proprio che sia stato recepito e dalla Siria sono arrivate solo bordate retoriche in risposta alle bombe israeliane.

ASSAD REGGE – Le notizie delle ultime settimane dalla Siria non appaiono confortanti per l’opposizione, ancora meno se si osserva l’aria che ha cominciato a tirare da qualche tempo si media occidentali, sempre più critici sull’operato dell’opposizione e sempre meno inclini a sollecitare interventi militari o qualcosa di diverso dalle sanzioni o dalle stentoree dichiarazioni. Anche molti dei governi che più o meno ufficialmente e in maniera diversa hanno aiutato l’opposizione, sembrano aver perso molto dell’interesse ad agire e investire risorse, mentre è del tutto sparito dall’orizzonte dei media l’allarme umanitario.

UN DISASTRO UMANITARIO – La risposta umanitaria fortunatamente sembra reggere nonostante il calo d’attenzione, ma è chiaro che continuerà a crescere fino a che durerà il conflitto e probabilmente per certi profughi è destinata a durare anni e pesare notevolmente sui paesi vicini che si sono assunti l’onere della loro accoglienza. Costi in crescita, oltre a quello spaventoso pagato dal popolo siriano, travolto da una guerra civile spietata e a oggi apparentemente inconcludente, nella quale addirittura il regime sembra in rimonta. Risultati che faticano a gratificare gli investimenti e che preludono a perdite maggiori.

I FURBETTI DEL GOLFO – Una situazione nella quale chi ha puntato maggiormente contro Assad si trova ovviamente più esposto ed è il caso delle famiglia reale del Qatar, alla quale il Financial Times ha dedicato un lungo articolo scritto a quattro mani nel quale s’inquadra come fallimentare, perché dilettantesco, l’intervento in Siria. Una stroncatura senza appello, che però scagiona il sovrano del Qatar da qualsiasi simpatia per l’estremismo islamico e non sembra trovare altro registro di critica che non sia quello del rapporto costo/beneficio dei soldi investiti da Doha in Siria.

AMBIZIOSI, MA LEGGERI – Gli al-Thanis si dice che non siano islamisti, ma al contrario più liberali dei vicini sauditi, dai quali li divide il giudizio sui Fratelli Musulmani, che ai sauditi non piacciono perché rappresentano un contropotere religioso ostile al wahabismo, mentre per i vicini hanno trovato comodo puntare su di loro quando hanno cominciato a cavalcare le primavere arabe in maniera invero avventata. Dicono sul FT che il sovrano semplicemente non è “choosy” sulle credenze delle amicizie utili, ma questo non si può certo imputare all’inesperienza della diplomazia di un paese che solo da alcuni anni ha mostrato di ambire a un ruolo da protagonista, anche se sul piatto può mettere solo i soldi e le relazioni della famiglia reale. Che peraltro non è in imbarazzo nemmeno nel trovarsi nella strana posizione di una monarchia assoluta di stampo feudale che sostiene le ribellioni anti-autoritarie negli altri paesi arabi. Se c’è una cosa nella quale il Qatar si è dimostrato molto abile è la gestione dell’immagine, nella quale ha investito molto e non solo in al Jazeera, emittente che è strumento della monarchia e che è stato anche prestato agli interessi americani quando serviva, così quasi nessuno fa caso al fatto che la patinata penisola che si protende nel Golfo Persico sia pur sempre un posticino nel quale hanno condannato il giovane poeta Muhammad Rashid al-Ajami a 15 anni di galera e gli hanno anche fatto lo sconto, aveva preso l’ergastolo per aver poetato male contro il governo, mentre era studente tra altri studenti al Cairo, un “poetry slam” finito su YouTube con effetti per lui devastanti.

TROPPO ESPOSTI – Proprio il Qatar sembra in pole position per diventare il capro espiatorio perfetto di un intervento che ha visto altrettanto attivi i sauditi, tanto per nominare un vicino e alleato di peso. Alla cattiva stampa che comincia ad emergere un po’ ovunque, s’accompagna peraltro un deciso sgradimento dell’impegno dei paesi del Golfo anche tra l’opposizione siriana, che al terzo anno di guerra non riesce ancora ad avere una sola voce e una sola testa e che negli ultimi tempi hanno subito anche severi colpi d’immagine per colpa di alcuni gruppi che hanno adottato tattiche splatter per spaventare i nemici, finendo invece per l’inorridire gli amici e nel fortificare negli uomini di Assad l’odio e l’idea di combattere contro selvaggi che vogliono sterminarli.

siria qatar

ROBA LORO – Selvaggi per lo più esplicitamente finanziati dalle monarchie del Golfo, un’altra circostanza che dimostra ai suoi che Assad non mente quando dice che il paese è vittima di un complotto internazionale, anche se tutti in Siria sanno benissimo che alle manifestazioni popolari genuine e non ancora violente, fu Assad a rispondere sparando sulle folle e con una repressione spietata. Più o meno come fanno nel Golfo e Assad per di più ha evidentemente un genuino consenso tra l’esercito e una discreta parte della popolazione, non conta solo sul denaro del petrolio per affittare mercenari utili a reprimere i suoi.

LA STRATEGIA NEOCON – Che Assad non sia diverso o peggiore di altri autocrati arabi e no, è fuor di dubbio, tanto che era stato ampiamente riabilitato ed aveva collaborato con malcelato entusiasmo alla war on terror, torturando presunti estremisti islamici per conto della CIA e accollandosi un numero impressionante di profughi iracheni. Tanto era riabilitato che la moglie campeggiava sulle riviste glamour e della Siria a parlare male erano rimasti solo gli israeliani. Proprio il sovrano del Qatar era stato uno dei mentori dello sdoganamento siriano, anche in realtà non fece altro che assecondare la decisione dei neoconservatori di appoggiare tutte le autocrazie arabe disposte a bastonare gli islamici cattivi. Neppure loro sono mai stati choosy, tanto che insieme ad Assad riabilitarono persino Gheddafi, il sudanese al Bashir, lo yemenita Saleh e altri ancora. Meglio un dittatore che collabora del dilagare del talebanesimo e i dittatori abbastanza veloci a recepire il messaggio (tutti) ne trassero grandi vantaggi. Non per niente i toni e le azioni di Washington contro questi soggetti al tempo delle primavere arabe sono state estremamente misurate e selettive, nessuna primavera araba è mai cominciata da una campagna animata da Washington, che è sempre stata prudente e ha sempre appoggiato la rivolta solo e quando si è rivelata ampiamente maggioritaria e capace di avere ragione dell’autocrate di turno con aiuti e interventi modesti, tanto da finire a combattere solo il Libia e per di più al traino di una fuga in avanti di Sarkozy

PIACEVA A TUTTI – Anche Israele trasse grandi vantaggi dall’avere le spalle coperte da robusti cuscinetti come la Siria, la Giordania e l’Egitto e probabilmente l’idea di sostituire questa confortevole posizione, con una nella quale i tra paesi diventano in ottica israeliana rebus inquietanti come l’Egitto di Morsi, piace a pochi in un paese che vive la sindrome dell’assedio nonostante sia l’indiscussa potenza militare regionale.

SE VA MALE – La fuga in avanti del Qatar, che ha persino inaugurato la prima e unica ambasciata siriana gestita dall’opposizione ad Assad, rischia di lasciare gli al-Thanis con il cerino in mano, mentre per l’Europa e ancora di più per gli Stati Uniti la persistenza del regime di Assad si risolverebbe al più in una delusione facilmente ammortizzabile con la consolazione del massacro di un buon numero di selvaggi islamici, tanto più che il disfacimento della Siria impone costi severi sull’alleato turco, che per ora non ha dato segni di stanchezza, e ancora di più alla stabilità dell’Iraq, dove le aree sunnite sono di nuovo percorse dai combattenti e dalle armi che raggiungono la Siria dal Golfo, quelli destinati in particolare ad armare i battaglioni “islamici” dei salafiti graditi ai sauditi e tutta una galassia di gruppi che opera in proprio in cerca di finanziamenti e di armi.

RIMANE UN REBUS – Il risultato della guerra civile in Siria resta imprevedibile, negli ultimi tempi sembra che il regime stia riguadagnando terreno e che Assad abbia il polso della situazione più di quanto non accada al variegato cartello delle opposizioni. L’opposizione che pure non ha sfondato  è abbastanza robusta da sembrare per ora irriducibile dall’esercito siriano, che non può pensare di liberare le vaste aree del paese che ora sfuggono al suo controllo in breve tempo. L’insieme di queste considerazioni porta in direzione di un prolungamento del conflitto o in alternativa di una soluzione politica, che però per quanto periodicamente evocata non è finora mai apparsa praticabile. Uno scenario nel quale la sopravvivenza del regime di Assad potrebbe sembrare a molti preferibile al perseguimento della sua caduta.

Pubblicato in Giornalettismo

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