La Somalia riparte, che sia la volta buona?

Posted on 20 Maggio 2013

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A Mogadiscio c’è un governo di transizione che sembra funzionare e ancora ogni tanto c’è un attentato, ma la capitale somala forse è riuscita a perdere il titolo di città più pericolosa del mondo.

C’È UN GOVERNO – Con gli shabaab in rotta, gli estremisti islamici che si erano impadroniti di buona parte del paese, e il riconquistato controllo su quasi tutto il paese, la Somalia gode da alcuni mesi di un governo riconosciuto internazionalmente, di una pace relativa sulle strade e del ritorno dei commerci, ma il suo futuro resta un rompicapo, la soluzione del quale dipende ancora da troppe variabili perché si possano formulare previsioni minimamente fondate. Per il momento si può registrare una situazione decisamente migliore di quella che ha caratterizzato mediamente gli ultimi 20 anni del paese, che ha visto l’ultimo governo malfunzionante cadere nel 1991.

C’È  ANCORA PERICOLO – A testimonianza della fluidità della situazione ci sono le pronunce degli organi giudiziari di Norvegia, Olanda e Danimarca, che hanno bloccato alcuni rimpatri diretti a Mogadiscio. Fino all’anno scorso i somali non avevano grossi problemi a vedersi riconosciuto asilo, ma ora che è spuntato il governo e con esso il ritorno alla “normalità”, le autorità di alcuni paesi non hanno perso tempo a togliere i somali dall’elenco dei sicuri profughi. Iniziative frustrate però sia dai ricorsi alle autorità nazionale che da un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, che ha sospeso un procedimento per la deportazione di un gruppo di richiedenti asilo dalla Somalia, sentenza che dovrebbe fare efficacemente da scudo ad altre eventuali iniziative da parte di altri paesi europei, almeno nel breve e medio periodo.

I PAESI DONATORI – Per aiutare la Somalia a rimettersi in piedi è stata organizzata la settimana scorsa a Londra una conferenza dei paesi donatori. David Cameron ha fatto da anfitrione, anche perché la Gran Bretagna si è assunta il ruolo di capofila occidentale nell’impresa, riaprendo per prima la sua ambasciata a Mogadiscio. Non si tratta dell’obbligazione morale dell’ex tutore coloniale, che ad esempio il nostro paese ha onorato malamente defilandosi a lungo, in particolare quando è stato il momento di mettere mano al portafogli, quanto più probabilmente della difesa di una tradizionale sfera d’influenza nella quale americani e francesi cercano d’infiltrarsi da anni con relativo successo. Di sicuro c’è che la Gran Bretagna è una delle mete preferite della diaspora somala e che la Somalia è pur sempre un rifugio di simil-talebani con robusti collegamenti in Gran Bretagna e che il paese resta strategicamente importante sia come ponte tra i paesi del Golfo e l’Africa, che come porta del Mar Rosso sull’Oceano Indiano, dove non bisogna dimenticare che la pirateria somala non si è ancora ritirata dagli affari anche se ha ridotto o è stata costretta a ridurre le attività.

L’ASSETTO FEDERALE – L’attuale governo di transizione è comunque la cosa più simile a un vero governo nazionale che si sia vista da quelle parti da un bel po’, ma anche Cameron è sembrato avere chiaro che la partita non è ancora chiusa e che ci sono ancora milioni di giovani somali ai quali si deve offrire un progetto di futuro diverso dalla tradizionale alternativa tra il morire di fame o imbracciare un mitra e provare a sopravvivere lavorando con quello, attrezzo peraltro diffusissimo nel paese, che resta uno dei più armati al mondo. a complicare le cose resta la questione del separatismo del Puntland e del Somaliland che, pur nella previsione di un federalismo spinto da parte della nuova costituzione somala, si troveranno a far fronte a una compressione degli spazi di manovra dei rispettivi governi, d’ispirazione scarsamente democratica, a favore del governo centrale. È stato il caso recentemente della questione dello spazio aereo, per anni gestito dall’ONU, che a breve dovrebbe tornare a una gestione somala e quindi sotto il controllo del governo di Mogadiscio. Il ministro dell’aviazione civile del Somaliland Mohamud Hashi Abdi ha detto a BBC che il suo governo “non accetterà” l’autorità di Mogadiscio sullo spazio aereo, una pretesa poco difendibile, che si fonderebbe sugli accordi firmati l’anno scorso, ma anche se fosse si risolverebbe in una soluzione folle, costosa e probabilmente inaccettabile per le autorità internazionali che sovraintendono il traffico aereo. A rendere l’idea delle difficoltà di origine “federale” c’è poi la nascita dello Jubaland nel Sud, subito benedetta dalla nomina di Ahmed Madobe, un presidente che è un ex signore della guerra islamista e che è emerso dopo lunghissimi negoziati tra clan locali, governo di transizione e mediatori internazionali, protetti dalle truppe del Kenya che presidiano la regione dopo averne cacciato gli shabaab. La creazione di nuovi “stati” è prevista dalla costituzione, ma non tutte le regioni somale sembrano avere i mezzi  o l’aspirazione sufficiente a procedere in una direzione decisa soprattutto per garantire gli spazi d’autonomia delle due regioni settentrionali, che da tempo si sono ritagliate ampie autonomie de facto. Probabilmente è per questo che nel linguaggio dei comunicati della conferenza di Londra il termine “federale” è sparito e gli “stati” sono stati sostituiti dalle “regioni”, così com’è l’assetto federale sembra tanto il riconoscimento della geografia dei clan, inevitabilmente foriero di un patchwork d’autonomie orribili ben diverso da uno stato funzionante.

LA TRAGEDIA INCOMBE – I problemi del paese restano enormi e ci sarebbe bisogno di minore attenzione ai bizantinismi e di più decisione e consenso nell’affrontarli, di recente in Somalia è passata quasi inosservata una carestia peggiore persino di quella che nel 1992 animò la tragica missione Restore Hope, che nel 2011 ha reclamato la vita di 260.000 persone, la metà dei quali bambini al di sotto dei 5 anni, i più deboli. Ci hanno messo due anni per tirarne le somme e per dare la colpa alla guerra e agli shabaab, ma quelle decine di migliaia di bambini morti in un lasso di tempo di un anno e mezzo; solo quelli più del totale delle vittime in 10 anni in Afghanistan, più che in Siria o in qualunque teatro di guerra recente; gridano vendetta e denunciano una catastrofe umanitaria per la quale non si è mobilitato quasi nessuno. Una strage che è stata documentata a fatica e che mentre era in corso ha visto le notizie che la riguardavano scivolare nell’indifferenza dei media e dei politici nei paesi sviluppati d’Oriente come d’Occidente, sicuramente più determinati a combattere i talebani che a salvare i bambini che morivano come mosche in condizioni terribili e tra atroci sofferenze. Una tragedia che si potrebbe ripetere, visto che nel paese ci sono ancora centinaia di migliaia di persone sfollate dalla guerra e sistemate in condizioni pietose e che altri ne potrebbero affluire dai campi nei paesi vicini, dove tanti hanno trovato salva la vita, ma nei quali naturalmente tutti non vedono l’ora di tornare verso casa, uscendo da un limbo che assomiglia tanto a una reclusione. Il governo, che dipende interamente dagli aiuti internazionali, non potrebbe essere molto d’aiuto e la Somalia non è certo paese nel quale la fame è un incidente.

GLI APPRENDISTI STREGONI – La comunità internazionale ha nel suo complesso grandi responsabilità in Somalia, dove nell’ultimo decennio e oltre non ha giovato che a dettare tempi e modi ci abbia pensato Washington, che nel tentativo di sbandare i talebani locali ha prima spinto la dittatura etiope a una tragica invasione del paese e solo poi ha ripiegato sull’intervento di un contingente multinazionale rinforzato dall’azione delle truppe di Kenya ed Etiopia, che in questo caso non sono state accolte come il nemico storico che provava a invadere il paese approfittando della sua crisi. Purtroppo molti paesi stranieri continuano ad avanzare agende proprie appoggiandosi a Mogadiscio a questo o quel potentato locale con un evidente effetto destabilizzante e non sembra che le cose cambieranno tanto a breve. Il cammino verso la stabilizzazione della Somalia non si può dire concluso, anche se sembra abbastanza evidente che nel paese la leggendaria bellicosità di clan e signori della guerra sia andata calando negli ultimi anni e questo è sicuramente il miglior viatico verso un futuro migliore, che passa necessariamente per l’addio alle armi.

Pubblicato in Giornalettismo

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