Il Bangladesh si specchia nel Myanmar

Posted on 30 marzo 2013

2



Un paese che sembrava avviato verso una accettabile forma di democrazia, sta virando verso la violenza settaria.

A dispetto di una storia moderna travagliatissima e sanguinosa, il Bangladesh è uscito da tempo da una sequenza rovinosa di dittature militari ed è riuscito a realizzare uno sviluppo economico capace di trarlo dalla condizione ultimo tra gli ultimi a quella di economia vitale che non ha più bisogno di prestiti dall’estero per sostenersi.

Il Bangladesh è il frutto della partizione del Bengala dall’India ai tempi della decolonizzazione, e dal ’47 al 1971 è stata parte del Pakistan, fino a che l’esercito pakistano non invase l’allora East Pakistan per ovviare a inopportune elezioni che avevano manifestato una maggioranza assoluta bengalese. Il Bangladesh ha infatti avuto uno spettacolare sviluppo demografico fino a una ventina d’anni fa, che lo ha portato ad avere una popolazione stimata tra i 140 e i 170 milioni, facendone l’ottavo paese al mondo per popolazione e il paese con la maggiore densità abitativa al mondo. Abitanti che sono per il 98% musulmani e solo per il 2% induisti.

Se in Myanmar c’è appena un milione di musulmani rohingya che lo stato rifiuta persino di riconoscere come cittadini, nonostante la loro presenza nel paese risalga a quasi due secoli indietro nel tempo, ultimamente gli indù in Bangladesh stanno vivendo un’esperienza identica. Se in Myanmar si assiste a una vera e propria pulizia etnica con la collaborazione del governo che asseconda i pogrom eccitati dai monaci buddhisti, in Bangladesh si è scatenata una caccia all’indù molto simile, almeno negli scopi.

La sostanziale differenza è che mentre la caccia ai rohingya vede il paese compatto e persino il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi assecondare in silenzio, in Bangladesh la violenza ha origine tra la minoranza che si riconosce nei due partiti d’ispirazione islamica, il Bangladesh National party (BNP) che è stato in precedenza al governo ed è d’ispirazione moderata e il Bangladesh Jamaat-e-Islami (BJI) , più radicale. I due partiti hanno da un lato l’interesse a dimostrare agli indù che il partito di maggioranza d’impostazione secolare, l’Awami League, non è in grado di proteggerli, e dall’altro mandare lo stesso messaggio a tutti gli elettori, che per amore della quiete dovrebbero cambiare idea rispetto alle ultime elezioni del 2008, che hanno consegnato i due terzi dei voti all’Awami, e togliersi il pensiero insieme agli indù.

Gruppi di facinorosi chiaramente eccitati dal BNP e dal BJP nelle aree nelle quali sono più forti, hanno attaccato in pochi giorni 319 tra templi, case e negozi indù a partire dalla sentenza che ha condannato a morte l’anziano leader islamista Delwar Hossain Sayeedi per una serie d’orrendi crimini commessi durante e dopo la guerra d’indipendenza del 1971. E non si è trattato di uno scoppio d’ira, ma di un’azione che dura ormai da oltre venti giorni e che ha già spinto nel terrore l’iper-minoranza indù, in particolare quanti vivono nelle zone in cui i partiti in questione sono più forti e le forze dell’ordine meno presenti o disposte a difendere gli indù attaccati al grido di “infedeli”, in particolare nei villaggi e nelle città minori.

Pogrom che come accade nel vicino Bangladesh vedono i vicini di casa impegnati ad accanirsi contro l’immaginario nemico accusato di chissà quali nefandezze od offese alla purezza locale. Quelli del BJP per di più sognano il Banglastan, non contenti di una situazione che vede la common law regolare i rapporti civili e la legge religiosa il diritto di famiglia. Il messaggio agli indù è quello di andarsene in India, ma nessuno pensi che gli stessi paladini del Profeta siano disposti a correre in soccorso dei fratelli musulmani rohingya o ad accoglierli. Non li vogliono proprio e i rohingya lo hanno capito, tanto che preferiscono una lunga traversata verso la Malaysia al volgere la loro fuga verso Ovest, incalzati da ferocissimi compatrioti buddhisti che hanno modi del tutto indistinguibili da quelli dei più feroci jihadisti.

Paradossi dei teonazionalismi applicati alle micro-minoranze, per di più inermi e disarmate, che ovviamente di qua o di là dal confine sono destinate a giocare il ruolo di capri espiatori senza grandi speranze di ricevere soccorso nell’immediato, anche se agli indù sono stati risparmiati gli efferati massacri che hanno investito i vicini rohingya e non è un dettaglio. Un’altra non sottile differenza è che mentre per i rohingya non s’interessa e non si muove nessuno a parte la solita sparuta pattuglia d’associazioni e attivisti, gli indù in Bangladesh possono contare sulla pesante copertura del vicino gigante indiano e anche di Washington, che ha il BJP nell’elenco dei papabili per finire nella lista delle organizzazioni terroristiche. In Myanmar invece il Dipartimento di Stato sembra timoroso di alzare la voce, forse per paura di turbare il ritorno alla democrazia. Che in teoria sarebbe in corso, anche se la maggioranza nella nuova democrazia resta saldamente nelle mani dei padroni dell’ex regime e anche i metodi sono gli stessi a parte qualche dettaglio. La stampa “liberata” ad esempio ha difficoltà a riferire come si dovrebbe della vera e propria pulizia etnica di cui sono vittima i rohingya, che il governo “mette in salvo” all’interno di campi miserabili e non garantendo la sicurezza delle loro vite e delle loro proprietà , precise scelte di metodo e di campo.

Gli attacchi agli indù in Bangladesh invece sollevano indignazione nella parte più metropolitana ed istruita della popolazione e non è un tabù parlarne, anche se questo per ora non ha fermato le violenze, che è bene ricordare sono rimaste limitate per lo più limitate alle cose. S’avanza anzi l’ipotesi di bandire il BJP, una misura che molti ritengono necessaria per frenare un’evoluzione che oggi preoccupa ancora una robusta maggioranza. politica e civile. Un provvedimento, che costringerebbe il BNP a prendere le distanze con decisione dai radicali o a pagare un pesante prezzo politico anche presso i propri elettori nel breve e medio periodo, ma che ovviamente potrebbe spingere a scelte drastiche come la clandestinità o la lotta armata parte del BJP. Che più probabilmente risolverebbe cambiando ragione sociale e tono della predicazione, ma che comunque dimostrato di poter contare su una numerosa base di sostenitori disposti se non a tutto, sicuramente a valicare i confini della democrazia in nome di Dio e a usare un’innocua minoranza religiosa come capro espiatorio sul quale esibire la propria devozione e attitudine alla difesa di quel Dio contro gli infedeli.

Una storia vecchia e sempre uguale, attraverso il tempo, i confini e le fedi, che finisce sempre per metterne una contro l’altra, che in Bangladesh il paese sembra fortunatamente rifiutare, molto più preso da altri paradossi. Quelli non meno impegnativi di un boom economico che comunque nutre tensioni, scioperi e uno sviluppo veloce che ha trasformato il paese, un tempo noto alle cronache quasi esclusivamente per i disastri naturali e le carestie, in uno dei tigrotti che stanno crescendo alle spalle dei BRICS, quelli che sono stati definiti i “prossimi 11“, paesi che hanno le potenzialità per assurgere in un futuro prossimo al ruolo di potenza economica. Un paese che si è sollevato sfruttando la principale risorsa naturale del paese, la disponibilità di milioni di giovani braccia disposte a lavorare per stipendi inferiori a quelli dei cinesi e a ritmi e condizioni ancora peggiori. Un paese di giovani che nei loro sogni non hanno proprio l’islamismo di stampo medioevale, tesi come sono verso la modernità e promesse di ricchezza ed emancipazione impensabili fino a qualche decennio addietro.

Pubblicato in Giornalettismo

Messo il tag: ,