In Kenya aspettano il risultato elettorale da un mese

Posted on 29 marzo 2013

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Le elezioni presidenziali si sono concluse con Kenyatta che ha superato di un pelo in il 50% tra accuse di brogli.

Ha superato la soglia del 50% per appena 8.419 voti su 12 milioni di votanti, Uhuru Kenyatta, figlio di uno dei padri del Kenya e capo di uno dei due maggiori partiti del paese. A contendergli il  primato il primo ministro uscente Odinga, ugualmente figlio di nobile schiatta politica, che se Kenyatta non raggiungesse il 50% guadagnerebbe il diritto a sfidarlo al ballottaggio.

I due hanno finora condiviso un governo di unità nazionale, nel quale Kenyatta era vice primo ministro, concordato dopo che le precedenti elezioni erano finite tra accuse di brogli e senza un chiaro vincitore, ma con un bilancio di più di mille morti negli scontri tra fazioni e violenze assortite. Evitare il ripetersi di un’esperienza del genere sembra essere stato il pensiero principale di tutti gli attori di quest’ultima tornata elettorale.

I giornalisti hanno sostanzialmente taciuto a prescindere dalla loro affiliazione politica e la parola è rimasta alla Corte Suprema, con i kenyani incollati ai televisori a seguire le gesta di Kethy Kilonzo, un’avvocato che rappresenta Africog (African Center For Governance) e altre ONG, che ha fornito alla corte le riprese che dimostrerebbero alcuni brogli, per i quali i dati di alcuni seggi sono cambiati nel tragitto tra le province lontane e la commissione elettorale nella capitale, che invece conferma che tutto si è svolto correttamente.

Coerentemente con lo spirito che si respira in questi giorni a Nairobi anche i due principali contendenti mantengono un basso profilo, anche gli avvocati di Odinga hanno presentato diversi ricorsi, ma sono stati meno fortunati di Kilonzo, pure lei figlia d’arte e del ministro dell’istruzione uscente, che aveva un robusto sostegno probatorio. Ora la corte, presieduta dal Chief Justice Willy Mutunga, con un passato come avvocato a difesa dei diritti umani, l’orecchino e l’iPad sempre tra le mani, e composta in tutto da sei giudici, è attesa per il prossimo fine settimana a decidere sulla sorte di un ristretto numero di voti e sulla regolarità delle elezioni. Il risultato potrebbe spaziare dalla conferma del risultato prodotto dalla commissione elettorale fino all’ordine di ripetere la consultazione. Nel mezzo potrebbero anche annullare o riassegnare un numero di voti sufficienti a fa scendere Kenyatta al di sotto del 50% e quindi mandare i due contendenti al ballottaggio.

Kenyatta nel frattempo procede con grande discrezioni a consultazioni “da presidente”, anche se si è detto pronto ad accettare le conclusioni della Corte. Negli ultimi giorni ha avuto una buona notizia dal Tribunale Penale Internazionale, che lo vorrebbe processare per le violenze dopo le ultime elezioni, ma che per ora è assolto il suo coimputato. Un procedimento strano che non aiuta il Kenya nella sua ricerca di un ritorno alla normalità, anche perché l’imputazione ha davvero poco senso e, anche qualora Kenyatta abbia avuto responsabilità per quelle violenze, è chiaro che la corte avrebbe ben altro di cui occuparsi e che così facendo turba il processo elettorale di un paese sovrano. Che comunque non sta per eleggere un criminale di guerra e nemmeno l’autore di un genocidio.

KENYA-VOTE-COURT

Per il momento sembrano reggere sia l’auto-censura dei media che la pazienza dei cittadini in attesa di conoscere i risultati definitivi, così come sembrano conservare il massimo contegno anche i due sfidanti e i loro rispettivi partiti, oltre a quelli che fanno loro contorno in minoranza, anche se fin da prima del voto erano circolati video nei quali si vedevano i rappresentanti dei due maggiori partiti distribuire denaro contante ai giovani degli slum, con accuse incrociate di compravendita dei voti. La politica a Nairobi funziona che chi ha più soldi vince, e dietro ai due principali contendenti la capacità di spesa precipita e con essa le possibilità di competere e alterando sensibilmente il grado di democraticità della politica kenyana, minata soprattutto e tradizionalmente da altissimi livelli di corruzione, la vera palla al piede del paese.

Quale che sia la risoluzione della Corte ci sono quindi buone possibilità che non succeda nulla di tragico, molti osservatori locali sperano che su tutto che si finisca al ballottaggio, la soluzione che permetterebbe di dichiarare invalidi un numero modesto di voti e salvaguardare la reputazione del sistema elettorale e allo stesso tempo depotenziare le istanze di Odinga, che tanto al ballottaggio dovrebbe soccombere comunque. Previsioni comunque difficili, com’è difficile prevedere se la quiete durerà anche oltre la proclamazione dei risultati definitivi, anche se negli ultimi mesi il comportamento e le dichiarazioni di tutti hanno fatto capire chiaramente che il primo obiettivo di tutti è proprio quello di evitare violenze e isterie.

AGGIORNAMENTO: Il 30 marzo la Corte ha dichiarato le elezioni free & fair e convalidato il risultato di Kenyatta, Odinga ha accettato il verdetto e riconosciuto la vittoria del rivale, ma ha detto che continuerà a presentare ricorsi per accertare la verità.

Pubblicato in Giornalettismo

 

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