Fine di Bozizé, inizio di cosa?

Posted on 27 marzo 2013

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Un brutto colpo per la teoria delle “soluzioni africane a problemi africani”.


L’alleanza Seleka che a gennaio aveva concluso un accordo con l’ormai ex dittatore Bozizé, si è stancata di essere presa in giro e ha preso il potere con la forza delle armi. L’esercito regolare è stato a guardare e solo i soldati del contingente sudafricano si sono scontrati con i ribelli, subendo perdite e non riuscendo a fermarne l’avanzata sulla capitale, ultimo lembo di paese più o meno controllato dal presidente, grazie anche alla protezione del contingente multinazionale africano che ha il suo fulcro nelle truppe di Pretoria.Poi c’è il dispositivo militare francese, vero e proprio tutore del paese e dei paesi francofoni vicini fin dall’indipendenza, che nell’occasione si è limitato a prendere il controllo dell’aeroporto della capitale e farvi confluire rinforzi dall’estero. Proprio le truppe francesi si sono rese responsabili delle altre vittime straniere registrate nelle ore del golpe, perché le truppe di guardia all’aeroporto hanno sparato sulle auto di stranieri che volevano lasciare il paese, credendole una minaccia e uccidendo due cittadini indiani, una ciadiana e ferendone altri.


Il più svelto tra i ribelli è stato Michel Am-Nondokro Djotodia, che si è autoproclamato nuovo presidente della Repubblica Centrafricana nonostante la rumorosa e immediata opposizione di alcuni dei suoi alleati, che ha anche promesso un governo d’unità nazionale per portare il paese ad elezioni democratiche entro tre anni, secondo i suoi alleati gli accordi erano diversi e la transizione dovrebbe durare la metà del tempo. Il progetto dovrebbe comunque prevedere la permanenza di Nicolas Tiangaye nel ruolo di primo ministro, nominato a gennaio nel quadro degli accordi è un noto difensore dei diritti umani e ovviamente di Bozizé, che li ha sempre considerati un fastidioso impedimento.

CENTRAFRICA-UNREST
L’azione è stata condannata dall’Unione Africana e dalle Nazioni Unite, ma più di tutti ha tuonato Zuma, che ha promesso d’inviare altri militari per dimostrare che le azioni dei “banditi” non intimoriranno il suo paese. I 13 morti e i 27 feriti sudafricani bruciano moltissimo al presidente sudafricano, che da tempo sostiene la teoria delle soluzioni africane ai problemi africani e che culla aspirazioni da potenza nell’Africa Sub-sahariana, al punto che molti hanno visto nell’impegno sudafricano a Bangui una maniera d’invadere e contestare la sfera d’influenza esclusiva di Parigi che ancora s’estende su tutta l’Africa francofona.


Djotodia ha coronato una scalata al potere durata anni e non è improbabile che aspiri a sostituire nel cuore di Parigi l’ultimo di una lunga teoria di spietati dittatori che dal cannibale e spietato Bokassa passando per Patassé e Bozizé ha garantito dal 1960 ad oggi 33 anni di dittature benedette da Parigi inframezzate da più brevi tentativi d’avviare una democrazia stabile e un’economia in grado di strappare alla miseria una popolazione di appena quattro milioni di abitanti che vivono in un territorio grande il doppio di quello italiano, nel quale il 57% del Pil è fornito dall’estrazione di diamanti industriali e quasi il 30% dall’esportazione di legname alimentata dalla deforestazione che attacca il bacino del fiume Congo da settentrione. Quel che resta è agricoltura orientata all’export, ma gli attivi teorici di questa economia riprendono quasi subito la via dell’esterno senza produrre investimenti nel paese, polverizzati dalla corruzione e dallo stato disastroso della macchina dello stato.

Soldiers_of_the_Forces_Françaises_Libres_near_Bangui


Nel paese ci sono appena 2.000 veicoli a motore, solo la metà della popolazione è alfabetizzata e solo una minima parte della popolazione ha accesso  a qualche genere di servizio o all’energia elettrica, così poca che il paese è stato riconosciuto da uno studio del national Geographic come il paese con il minor inquinamento luminoso notturno. una situazione difficile testimoniata dalla bassissima aspettativa di vita, che per le donne è intorno ai 48 anni mentre per gli uomini si ferma a 45.


Dati che spiegano benissimo quanto la civile mano paterna e protettiva di Parigi abbia aiutato i centrafricani sin da quando mandò  sul finire dell’ottocento i suoi uomini e le sue compagnie commerciali a imporre tasse e lavori forzati ai pochi abitanti del luogo, che con l’arrivo dei francesi calarono sensibilmente. Molti morirono anche molti più tardi quando furono costretti a partecipare alla costruzione della ferrovia, ancora oggi un vanto dei francesi. La ribellione dei centrafricani tra le due guerre venne a conoscenza dell’opinione pubblica francese solo più tardi, inutile inquietare mogli e parenti a casa.

SAFRICA-CENTRAFRICA-UNREST


Così anche nel 2006 i francesi sono intervenuti militarmente fermando i ribelle e poi lasciandoli esposti alla rappresaglia del “presidente”, un uno-due quell’anno perchè dovettero salvare anche il dittatore del Chad Deby, che aveva i ribelli che gli sparavano sul palazzo presidenziale quando in extremis arrivò il soccorso dei soldati francesi. Una potenza e una capacità di reazione che l’Unione Africana non può neppure sognare, perché quando si arriva ai casi concreti l’Unione soffre la penuria di volontari (gli interventi costano) e spesso robusti conflitti d’interessi, perché buona parte dei membri dell’UA sono sotto il tallone di autocrati non molto diversi, ovviamente interessati a fissare il concetto per il quale i governi legittimi non si toccano, anche se poi spesso questo si traduce in una inazione per la quale nessuno fa niente e le situazioni degenerano. Così è stato a Bangui e lo stesso è successo a Bamako, con i francesi che si sono dovuti precipitare in Mali a far fuori i talebani per per mesi avevano imperversato impunemente in metà del paese e cominciavano a pensare di prenderlo tutto.


La natura di queste ribellioni è tale che sono del tutto inconsistenti o quasi, se poste a confronto con le forze speciali appoggiati dall’aviazione che da sempre Parigi addestra e mantiene sul continente africano e che, pur in numeri modesti si rivelano sempre l’ago della bilancia o il bastone al quale possono appoggiarsi gli uomini che vogliono governare il paese senza dar fastidio alla Francia e ai francesi. Nei prossimi giorni  si capirà qualcosa di più di quello che è maturato o meno, per ora gli abitanti della capitale sono inquieti perché alcuni dei ribelli si sono dati al saccheggio e ovviamente perché temono che la capitale diventi terreno di battaglia. Il meno preoccupato di tutto il paese è però sicuramente Herve Loungoundji, il CT della locale nazionale di calcio, che in mezzo a questo caos ieri non ha rinunciato a spiegare che il risultato della partita di ritorno con il Sudafrica per le qualificazioni ai mondiali del 7 giugno, non è affatto scontato, perché la sua squadra quando gioca a Bangui ha statistiche nettamente migliori che in trasferta. Anche nel cuore dell’Africa può cadere il mondo, ma non si può smettere di parlare di calcio, anche se nel paese ci sono decine di migliaia di profughi, buona parte della popolazione che agonizza nell’insicurezza alimentare e c’è una mezza guerra civile in corso.

Pubblicato in Giornalettismo