Pervez Musharraf torna a casa.

Posted on 25 marzo 2013

2



Ha governato il Pakistan per quasi 10 anni in uno dei periodi più turbolenti della sua pur agitatissima storia moderna.

Pervez Musharraf è nato quattro anni prima della partizione dell’India da una influente e ricca famiglia musulmana di Delhi, che nella capitale indiana aveva una proprietà tanto grande da ospitare in seguito otto famiglie. Il padre divenne un diplomatico pakistano e Pervez ebbe accesso alle migliori scuole del paese e infine all’accademia militare, sempre distinguendosi per brillantezza e buoni risultati. La sua carriera decollerà nell’ISI, i temibili servizi segreti pakistani, che lo videro distinguersi per il suo legame con gli Stati Uniti, con i quali collaborò sia politicamente come trait d’union con il governo di Benhazir Bhutto, che militarmente contribuendo alla formazione e assistenza dei mujaheddin afghani.

Promosso a capo dell’esercito dal successore di Bhutto, Nawaz Sharif, si dette subito da fare per perseguire un suo (e dell’esercito) vecchio pallino, l’infiltrazione nelle province contese del Kashmir, nota come “Kargil infiltration”, che una volta scoperta dagli indiani provocò una breve guerra tra i due paesi. Finì male, ma proprio la discussione sulla responsabilità di quella sconfitta lo porterà al potere nel 1999, quando depose con un golpe proprio Sharif, indubbiamente governante corrotto e deludente, che aveva provato a sostituirlo a capo dell’esercito.

Il golpe fu incruento, l’esercito si schierò con Musharraf e non fu nemmeno seguito da proteste popolari. Sharif, già a processo per corruzione, firmò un accordo con il quale si auto-esiliava, raggiungendo Benhazir Bhutto negli Emirati, dove anche lei aveva cercato riparo da accuse analoghe. Musharraf non assunse la carica di primo ministro e affidò il governo a un gruppo di tecnici, solo il 20 giugno del 2001 si autonominerà presidente per un anno, accettando la disposizione della Corte Suprema che disponeva nuove elezioni nel 2002. Elezioni che il suo partito l’All Pakistan Muslim League (APML) vincerà, anche se non riuscirà a conquistare la maggioranza assoluta e si dovrà adattare a un govenro di coalizione, dal quale comunque Musharraf rimarrà fuori, pur rimanendo de facto arbitro del paese come s’impone ai militari pakistani, considerati anche dalla popolazione un’ultima risorsa contro il fallimento di governi invariabilmente fallimentari e corrotti.

Nel 2001 intanto c’erano stati gli attacchi agli Stati Uniti e di fronte alla minaccia di Bush di “riportare il Pakistan all’età della pietrà” Musharraf riportò il paese sui binari della tradizionale e stretta collaborazione con Washington, scaricando gli islamisti che a lungo avevano vissuto in simbiosi con l’esercito e i servizi pakistani e dimostrando così di seguire l’iniziativa politica dei sauditi più di quella di Washington, visto che i rapporti con l’Islam radicale continuarono perpetuando una doppiezza che ha sempre inquietato gli americani. Proprio a Washington disse uno dei no più forti e problematici della sua carriera, quando divenne universalmente noto che il Pakistan, nel quadro dell’accordo per la costruzione della “bomba atomica islamica” siglato dal Pakistan con Libia, Arabia Saudita ed Iran, aveva trasferito tecnologia nucleare e impianti ai paesi associati.
0205pakbhUn’accusa terribile proprio nel momento nel quale gli Stati Uniti mettevano sotto accusa il programma nucleare iraniano, che però passo quasi sotto silenzio in Occidente e che Musharraf riuscì a risolvere con una pantomima che gli americani dovettero rassegnarsi a incassare. Si presentò infatti in diretta televisiva con A. Q. Khan (nell’immagine d’apertura) che è “il padre della bomba atomica pakistana” e all’epoca a capo del programma nucleare, il quale si assunse le responsabilità dei fatti, disse che lo aveva fatto per i soldi e si scusò con il paese, che nell’occasione era tutto con lui e con il governo contro gli americani, ma anche contro Musharraf. Nessuno infatti poteva e può credere che Kahn potesse spostare dentro e fuori del paese, usando anche gli aerei militari, ingombranti macchinari e matriali sensibilissimi all’insaputa dell’ISI e quindi di Musharraf e dei militari pakistani, sicuramente coinvolti nell’adempiere ai termini di quell’antico accordo per il quale ancora oggi l’unico straniero ammesso nel board nucleare è un principe saudita. Finì con un breve periodo ai domiciliari per Khan e con il rifiuto di farlo interrogare dagli americani, che dovettere fare buon viso a cattivo gioco.

Musharraf conosceva benissimo l’importanza strategica del Pakistan per gli Stati Uniti, visto come baluardo contro la Cina e l’India, con la quale solo in seguito Washington riuscirà a parfezionare uno storico riavvicinamento. Fin dalla partizione i governi americani avevano supportato quelli pakistani anche nei momenti peggiori, autorizzando persino l’intervento e i successivi massacri nell’East Pakistan, che dopo l’intervento degli indiani a cacciare i pakistani diventerà indipendente e prenderà il nome di Bangladesh. Una sconfitta umiliante che poi spingerà Ali Bhutto, padre di Benhazir, a lanciarsi nel progetto della “bomba atomica islamica” finanziato per lo più dai sauditi.

PAKISTAN-UNREST-POLITICS-MUSHARRAF

Solo nel 2007 si metterà in moto su pressione americana un rivolgimento tale per il quale a Sharif e Bhutto fu consentito di rientrare nel paese, anche se i piani americani prevedevano solo il rientro della seconda. Sharif fu infatti respinto al suo arrivo in Pakistan e solo la mediazione dei sauditi convinse Musharraf a piegarsi e a consentire anche a lui il ritorno in patria e una sostanziale amnistia del pregresso. Nell’immediato seguito e nel quadro degli accordi presi con americani, sauditi e Bhutto, Musharraf si dimise dalla carica di capo dell’esercito e assunse la presidenza del paese ponendosi come garante delle competizione elettorale, anche se poi il partito di Bhutto portà al potere suo marito e non lei, uccisa in una clamoroso attentato di matrice islamica.

Durò poco, perché già nel 2008, con il gradimento in picchiata, Musharraf si contrappose alla Corte Suprema che ne chiedeva l’impeachment, promosso dai partiti di Sharif e Bhutto, rimuovendone il Chief of Justice Iftikhar Muhammad Chaudhry, ovvero il suo capo. Pessima mossa che si rivelò un boomerang, il Chief of Justice ritornò al suo posto a furor di popolo e Musharraf fu costretto a prendere la via dell’esilio nel Golfo. A condannarlo concorse anche la decisione presa nel 2007 di lanciare l’esercito all’attacco della Moschea Rossa d’Islamabad, nel quale rimasero uccisi decine di studenti islamici radicali (e alcuni leader) che vi si erano barricati, una strage che gli guadagnerà l’odio degli islamisti.

Ieri Musharraf è tornato in Pakistan, non aspira più alla leadership del paese, ma vuole sfruttare la licenza concessagli dall’autorità giudiziaria per concorrere a un posto in parlamento, dove dovrebbe arrivare grazie ai voti di quanti ancora lo stimano e con il supporto dell’esercito, che se ci fossero rischi di un’umiliazione non ne avrebbe mai permesso il ritorno. Musharraf infatti è riconosciuto come un leader spregiudicato e persino capace di ricorrere all’assassinio politico, merce comune in Pakistan, ma a differenza del suo predecessore Zia ul-Haq e di molti politici ancora sulla breccia, non ha fama di corrotto, nonostante l’esercito pakistano sotto la sua guida abbia continuato ad essere una potenza anche economica e molti militari abbiano tratto grandi profitti dalla corruzione.

La notizia non è piaciuta ai talebani, che per bocca di Ahsanullah Ehsan, portavoce dei Talebani del Pakistan (TTP) ha dichiarato: “Abbiamo preparato un commando di kamikaze per Musharraf”. In un video nel quale appare Adnan Rasheed hanno dettagliato meglio: “I combattenti dell’islam hanno messo in piedi una squadra speciale per spedire Musharraf all’inferno. È compost di kamikaze, degli assassioni d’elite, di un’unità speciale d’assalto e di una squadra per il combattimento ravvicinato”. Minacce serie, al TTP sono attribuite oltre 6.000 vittime negli ultimi sei anni, che Musharraf ha ignorato. Come in passato ha ignorato i sei tentativi di assassinarlo mentre era a casa, in auto e in aereo, tutti andati a vuoto per un pelo e dai quali uscirà sempre illeso, la volta che gli sono andati più vicino sono riusciti appena ad incrinare il parabrezza della sua auto blindata con una potente autobomba, che ha ucciso invece altre 16 persone. Questa volta però sarà molto meno protetto di un tempo e l’azzardo pare decisamente rischioso, anche se la sua buona stella è riuscito a portarlo incolume fino ad oggi nonostante sia stato per oltre 20 anni al centro di conflitti e intrighi tra i più delicati e rischiosi, in una delle regioni più pericolose e violente del pianeta.

Pubblicato in Giornalettismo