Iraq, dieci anni dopo

Posted on 5 marzo 2013

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Dell’Iraq pochi parlano volentieri in Occidente, ancora meno adesso che si avvicina il decennale dell’invasione.

Non è ancora chiaro come si atteggeranno i media americani e l’amministrazione Obama quando il 20 marzo prossimo ricorrerà l’anniversario dell’ingresso delle truppe statunitensi in Iraq, poi seguite da quelle britanniche. Il pretesto dell’invasione è ormai la leggendaria caccia alle “armi di distruzione di massa” (WMD), una locuzione usata allora con incredibile frequenza, poi evaporata insieme a tutto il resto della paccottiglia retorica che ha accompagnato la “war on terror” e ancora di più l’incoerente deviazione verso Baghdad, incubo del clan dei neoconservatori riuniti attorno al secondo presidente Bush.

 Quando Amnesty International accompagnò le manifestazioni no-war con la previsione di 50.000 probabili vittime civili dell’intervento, la violenza dei puri che l’accusarono di sciacallare costrinse l’associazione a scusarsi per una stima predittiva fondata su basi molto deboli.  In effetti le stime delle vittime civili in Iraq nel decennio partono da cifre molto più elevate e superano spesso il milione, ma nessuno di quelli che saltarono alla gola ad Amnesty si è poi ricordato di fare ammenda.

Anche a Londra c’è chi fa ammenda, ad esempio Lord Prescott, che all’epoca era vice primo ministro del governo Blair, che dice che la guerra fu sbagliata e che gli dispiace molto. Dice anche che gli sembrava un bel progetto perché Bush aveva anche un piano per sistemare Israele e Palestina. Poi se l’è dimenticato o glielo hanno fatto dimenticare, ma probabilmente era solo un abbellimento di un piano che puntava a Baghdad e a Saddam  con determinazione.
Al governo oggi ci sono i conservatori, ma se qualcuno pensasse che approfittino della più grossa e vergognosa disavventura nella carriera politica di Tony Blair, si sbaglierebbe di grosso, anche perché per parte loro sostennero con entusiasmo l’intervento. William Hague,  il segretario agli Esteri, ha scritto ai membri del gabinetto invitandoli a non discutere i motivi e la giustezza della guerra all’Iraq, così come il governo fatica a commentare il numero sempre più alto di iracheni che fanno causa nei tribunali britannici e ottengono risarcimenti per le torture subite, un fenomeno in crescita per il quale il governo non ha ritenuto fosse necessaria una commissione d’inchiesta, anche se il numero delle cause si traduce nella certificazione di una pratica della tortura sistematica. Un’evidenza di crimini gravissimi che se non affrontata dalla giustizia britannica potrebbe, teoricamente, attivare i tribunali internazionali. Probabilmente anche Washington sceglierà il basso profilo, anche perché non ci sono successi da vantare, ma solo una serie di questioni spinose che è meglio non rievocare per tutti.
Oggi in Iraq si muore di meno che negli anni del picco delle violenze, tra il 2006 e il 2007, e febbraio è stato migliore di gennaio, con “solo” 220 morti e 571 feriti, a gennaio 246 e 735, praticamente mille. Numeri impressionanti e comunque in crescita sull’ultimo trimestre del 2012 con 136, 160 e 144 vittime da ottobre a dicembre. La maggior parte delle quali è invariabilmente rappresentata da civili, che quindi in Iraq continuano a morire in misura addirittura superiore a quelli registrati durante buona parte delle rivoluzioni arabe o persino di guerre modeste come quella in Mali.

La matrice delle violenze è settaria, tra iracheni, ma esiste anche un’attività di stampo terroristico d’ispirazione wahabita che continua a far affluire nel paese persone e risorse dedite a piazzare esplosivi. Attività praticata anche da diversi attori locali, in particolare dalle milizie settarie, sia sunnite che sciite e probabilmente anche da parte delle forze di sicurezza, controllate dalla maggioranza sciita.

La frattura tra sunniti e sciiti, oggi maggioranza che governa in virtù della democrazia e ieri invece oppressi dalla minoranza sunnita schierata dietro Saddam, non si è ancora ricomposta. Nelle province a maggioranza sunnita ci sono state anche nei giorni scorsi massicce manifestazioni per chiedere al governo di mantenere le promesse di sviluppo e smettere la persecuzione dei sunniti. Alle manifestazioni si è unito Rafaie Al-Esawi, il ministro delle finanze iracheno che nell’occasione ha annunciato le sue dimissioni, il motivo scatenante delle quali è stato l’arresto delle sue guardie del corpo, che ha provocato una protesta che ormai ha superato i 70 giorni. Esawi era il leader di Hamas al-Iraq e le sue guardie del corpo sono sicuramente veterani di una lotta che li ha visti incrociare le armi con americani e sciiti, ma le autorità li accusano di aver portato a termine omicidi e attentati anche in tempi recenti. Un destino simile è toccato a Tareq al-Hashemi, penultimo vicepresidente dell’Iraq, condannato a morte per lo stesso motivo in un caso nel quale le prove a carico dei suoi uomini, una vera e propria forza paramilitare spietatissima, hanno convinto tutti.

IRAQ-MUTANABI-DAILY LIFE

Al-Hashemi è fuggito in esilio in Kurdistan, che è così autonomo che l’ultima volta che al Maliki è andato in visita nella regione autonoma, il governo ha censurato le trasmissioni sulla visita. Tra il governo centrale c’è lo stesso tipo di problemi che ci sono con i sunniti, a parte che le forze di sicurezza di Baghdad non operano in Kurdistan, dove l’ordine è gestito in totale autonomia. Una storia di successo, relativo, nel panorama iracheno, che comunque si segnala per una discreta vivacità che dalla dialettica politica si estende alla vita di tutti i giorni, che per gli iracheni oggi ricomincia ad assumere una parvenza di normalità, almeno nelle aree risparmiate dalle violenze.

Il problema del successo del Kurdistan è che è contagioso e la cosa alimenta l’ansia d’Iran e Turchia, per i quali i curdi che vivono nei due paesi sono tutti terroristi o quasi e che ora assistono per niente contenti alla nascita di una simile enclave anche in Siria, dove la regione a maggioranza curda è ormai nelle mani dei locali, che si pongono terzi rispetto al regime di Assad e l’opposizione armata, un’evoluzione accolta male dai ribelli, alcuni dei quali hanno testato inutilmente la resistenza armata curda prima di desistere.

Il Kurdistan iracheno resta un mondo a parte, discretamente diverso dal resto dell’Iraq, ma per ora alieno a tentazioni indipendentiste, dove il “ritorno alla normalità” è una realtà già da qualche anno, un traguardo che nel resto del paese non si può ancora considerare conseguito, anche se in qualche modo l’Iraq oggi appare decisamente in ripresa e qualche effetto le massicce entrate petrolifere lo stanno avendo, sull’economia del paese come sull’umore degli iracheni, che continuano nella ricerca di un’identità capace di sopravvivere alla fine della disastrosa era Saddam.

Un problema che in qualche misura non è risolto nemmeno per i curdi, che per ora hanno riempito alcuni gap culturali che li separavano dai paesi più sviluppati preferendo attingere agli esempi o addirittura agli usi di altri paesi. Particolare è il caso del tifo calcistico, che divide i curdi nella capitale Erbil come nella provincia, tra tifosi del Real Madrid e delBarcellona. Una passione diffusissima e vissuta intensamente, al punto che tra tifosi rivali ci sono anche scontri e accoltellamenti, che i caffè frequentati dai tifosi di una squadra non sono sicuri per quelli dell’altra e che la polizia scende in strada numerosa ogni volta che si gioca el clasico, seguito di solito da manifestazioni da mundial da parte dei tifosi dei vincitori.

Nel resto dell’iraq invece sciiti e sunniti condividono un’impostazione orgogliosamente nazionalista e nonostante la vicinanza contingente tra curdi e sunniti, i primi diffidano dei secondi ricordando i massacri subiti da Saddam e i secondi non consentirebbero mai una secessione del Kurdistan iracheno. A dieci anni dall’invasione americana, il paese pompa petrolio come non mai, approfittando anche dell’embargo americano, che ieri aveva ridotto alla miseria gli iracheni bloccando l’export petrolifero e ora fa lo stesso con l’Iran a vantaggio di Baghdad.

Pubblicato in Giornalettismo