Fare “come il Belgio” significa tenersi Monti

Posted on 1 marzo 2013

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Non è esatto dire che il Belgio è rimasto per questi due anni “senza governo” ed è quindi sbagliato attribuire all’assenza di un governo gli effetti, anche positivi, della particolare situazione che si è verificata nella piccola monarchia europea.

Il Belgio infatti è un regno, una monarchia costituzionale nella quale spetta al re conferire l’incarico di governo ai vincitori delle elezioni e questa è una differenza fondamentale con i paesi repubblicani, che in una contingenza simile si sarebbero potuti trovare anche l’elezione del presidente della repubblica nel bel mezzo della crisi istituzionale che ha paralizzato il meccanismo destinato a regolare l’avvicendamento dei governi dopo le elezioni. A complicare le cose c’è che la rivalità tra le due culture ha portato allo sdoppiamento dei partiti, al Partito Socialista fiammingo si contrappone il Partito Socialista vallone; ai Cristiani e Democratici fiamminghi il Centro Umanista vallone; ai Democratici e Liberali fiamminghi il Movimento Riformatore vallone; ai Verdi fiamminghi gli Ecologisti valloni. Un po’ come in Italia, ma diviso ulteriormente in due, nemmeno re Alberto II è re “del Belgio”, ma “dei Belgi”, tanto è forte il rifiuto di un’unica identità nazionale.

Il Belgio è quindi di fatto una federazione tra la regione delle Fiandre dove si parla olandese e fiammingo e quella francese del paese, che per parte loro godono già di una spiccata autonomia amministrativa, che non basta mai a saziare l’appetito di quanti vorrebbero semplicemente separare le due regioni e farne due paesi distinti, opzione  sgradita alla monarchia e anche a buona parte dei belgi, ma che assicura una buona capacità d’autogoverno ai livelli inferiori a quello statale, la crisi del quale va loro a beneficio

Proprio seguendo la frattura tra valloni e francofoni è giunta la crisi che dall’aprile del 2010 al dicembre del 2011 ha lasciato il paese “senza governo. La crisi parte anche da più lontano perché è il 25 novembre del 2009 che Yves Leterme assume il mandato al termine di un balletto davvero originale. Nominato primo ministro il 20 marzo 2008 e dimesso qualche mese più tardi, ha poi fatto il ministro degli Esteri del suo successore  Herman Van Rompuy, che gli ripassa il testimone il 25 novembre 2009 per qualche altro mese, fino alle nuove dimissioni, il 22 aprile del 2010.

A quel punto il re accetta le sue dimissioni “sospese”, riservandosi cioè di onorarle non appena si siano tenute le elezioni e si sia formato il governo successivo. Leterme resta cioè in carica “per gli affari correnti”, come accade quasi sempre nei periodi di transizione nelle democrazie parlamentari durante il tempo necessario a sbrigare le formalità di rito. Un periodo che di solito non supera qualche mese, ma che nel caso del Belgio ha visto interrotta la normale dinamica istituzionale dalla situazione di stallo emersa dalle elezioni.

Il re ha inutilmente concesso un mandato esplorativo ad Elio Di Rupo in rappresentanza del partito che ha raccolto il maggior numero di voti tra i francofoni e secondo nel paese, visti i ripetuti e recenti fallimenti del primo nel formare un governo stabile negli anni passati. Ma nonostante estenuanti trattative durate mesi e infiniti tentativi, una maggioranza non si è trovata e il governo è rimasto quello di Leterme, fino a quando il 6 dicembre del 2011 proprio Di Rupo non ha assunto la carica di primo ministro, diventando in un sol colpo il primo socialista dal 1974, il primo francofono e il primo omosessuale dichiarato ad assumere la guida del paese. Per fare il paragone con la situazione italiana sarebbe come se, non trovandosi una maggioranza, Monti rimanesse in carica con i suoi ministri per la gestione corrente altri due anni, finendo comunque per governare con il freno a mano tirato.

Niente di che, Di Rupo non è passato grazie a nuove elezioni, ma grazie alle pressioni dei partner europei, che da qualche anno osservano il debito belga che si gonfia oltre le plausibili capacità dei belgi di ripagarlo. Alla fine la maggioranza si è trovata e il socialista Di Rupo ha potuto governare per imporre un po’ d’austerità ai belgi, che insieme dalla crisi istituzionale avevano avuto in regalo un governo legalmente incapace d’assumere misure straordinarie e quindi d’imporre nuove tasse, tagliare il welfare e fare quello che è stato fatto in altri paesi europei, anche se poi il il bilancio è stato bloccato al livello dell’ultimo prima della crisi e quindi ha subito un taglio reale netto e automatico pari all’inflazione nel periodo, senza che nessuno sia stato chiamato ad approvarlo.

Ma nel mezzo il Belgio non è rimasto senza governo, perché Leterme è rimasto in carica e quando si è trattato di prendere decisioni importanti per il paese, ha trovato in parlamento la maggioranza necessaria persino inviare truppe in guerra contro la Libia. Dell’ingessamento del governo e della sua obbligata mancanza d’iniziativa hanno approfittato le autonomie regionali e comunitarie, responsabilizzate agli occhi degli elettori e desiderose di mostrare loro quanto è bello l’autogoverno senza dover badare a mettersi d’accordo anche con i compatrioti che parlano la lingua diversa.

Una competizione per una volta virtuosa, che approfittando del riparo dalle politiche di austerità ha anche portato a una crescita economica in controtendenza con i paesi vicini, ma che è stata alimentata dal desiderio di rompere l’unità nazionale più che da una tensione allo sviluppo economico o alla buona amministrazione. Anche gli effetti benefici che ha avuto secondo molti analisti il blocco del bilancio pubblico per quasi due anni, non sono stati frutto di una scelta o di una strategia, oltre ad avere avuto come controparte inevitabile una serie di tagli altrettanto obbligati alla spesa.

Ma nel mezzo il Belgio non è rimasto senza governo, è rimasto con il governo vecchio a poteri ridotti e con un parlamento nel pieno delle sue funzioni, situazione che in virtù del particolare assetto istituzionale non ha provocato un drammatico vuoto di potere, si è solo trattato di una lunghissima transizione da un governo privo di maggioranza a un governo che si regge su una maggioranza formata da sei partiti che non vorrebbero stare insieme, ma devono. Un governo che non ha altra missione che fare quello che ha fatto Monti in Italia, rassicurare l’Europa potando la spesa pubblica e recuperando denaro dove si può e anche dove no, perché i belgi dovrebbero ripagare un po’ del loro debito pubblico, già robustamente accresciuto per  onorare i debiti di Dexia, la banca franco-belga finita al macello sotto i colpi della crisi finanziaria e poi di quella del debito della Grecia. Anche il salvataggio di Dexia e della sua ristrutturazione sono stati validati da governi di Francia e Belgio, che ci hanno perso e poi versato cifre imponenti prese dai bilanci pubblici impegnandosi a pagarne ancora se sarà necessario. Dexia era la prima società belga, quarantanovesima nella Fortune Global 500, oggi è un cadavere in attesa di essere smembrato e che continua a richiedere soldi ai contribuenti  e che è già costato cifre fantastiche tra il ripianamento dei debiti, la perdita del valore azionario, ridotto a zero, e la strage di disoccupati che si è lasciato dietro.

Con o senza governo, il Belgio si è assunto nuovi debiti proprio di recente e quindi non può aumentare le spese per finanziare politiche espansive, che comunque dovrebbero essere condivise tra fiamminghi e valloni, conservatori e progressisti e così via, che invece si sono messi insieme eccezionalmente per fare l’esatto contrario. In sostanza i belgi non sono mai stati tanto lontani dall’essere “senza governo” e non è affatto chiaro se il lunghissimo periodo speso per trovare una maggioranza sia stato qualcosa di più di una pausa prima dell’inevitabile, un vantaggio netto o al contrario un lusso che poi sarà pagato caro nei prossimi anni. L’unica cosa certa è che il Belgio non può attendersi niente di molto diverso, nemmeno nel medio e lungo periodo a meno di non spaccarsi in due o di trovare un miracoloso ingrediente unificante. Non sembra proprio l’esempio adatto dal quale ricavare la dimostrazione che la sua particolare e lunghissima “assenza di governo” sia da ipotizzare addirittura come preferibile a qualsiasi governo in altri paesi.

Pubblicato in Giornalettismo

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