The Gatekeepers, il documentario che cambia per sempre l’immagine d’Israele

Posted on 24 febbraio 2013

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I sei capi dei servizi segreti denunciano “una forza d’occupazione brutale, simile a quelle tedesche nella Seconda Guerra Mondiale” e il folle bellicismo israeliano.

Sbarca alla cerimonia degli Oscar il film che mette fine alla favola dell’esercito israeliano come “il più morale del mondo”, e non solo.

Dror Moreh è il regista israeliano di The Gatekeepers (I Guardiani) , un film documentario costruito attorno alle interviste dei sei capi dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, l’altra faccia del Mossad che si occupa delle operazioni all’estero. I sei uomini che lo hanno guidato dalla fondazione fino a quando l’attuale capo non ha assunto l’incarico e nel documentario dicono la loro sulle loro esperienze e sul passato e futuro d’Israele. Non è non può essere un film “di sinistra”, secondo quanti lo hanno già visto è anzi un brutale bagno di realtà e bisognerà vedere che effetto farà a un paese che da decenni vive, per ammissione degli stessi intervistati, in una realtà alternativa.

Il titolo di un recente articolo di  su Haaretz afferma che dovrebbe essere in nomination per il miglior film horror, perché in effetti per Israele è terribile che i sei gran sacerdoti della sicurezza israeliana abbiano deciso oggi di parlare tutti insieme per dire ai loro compatrioti che il paese è diretto al disastro, a causa della volontà colonizzatrice e dell’immoralità della lotta che Israele conduce contro i suoi nemici.

Molti li hanno criticati come quelli che sputano nel piatto dove hanno mangiato per andare al banchetto di Hollywood, ma è chiaro che si tratta di critiche campate in aria, anche perché  la politica non ha ancora fiatato, nonostante il contenuto del film sia ormai pubblico e sia finito in nomination soprattutto per l’eccezionale valore storico e politico, che a detta degli esperti e delle recensioni pare sia stato valorizzato al meglio dal regista, che ha confezionato un prodotto notevole.

E non basta, perché nell’imminenza dell’uscita del film Yuval Diskin, uno dei sei, ha ribadito giudizi durissimi su Neatanyahu, che dal film esce a pezzi e che da settimane sta cercando inutilmente di formare un governo dopo aver vinto inutilmente le elezioni, un disastro d’immagine che non gli gioverà. La botta è stata tale che Netanyahu ha deciso semplicemente di non replicare, non parla del film, non parla degli ex capi dello Shin Bet, silenzio su tutta la linea ha detto il suo portavoce. Secondo Moreh, che sembra condividere l’opinine degli intervistati, questo: “Dice di lui più di quanto dica del film“, e non solo perché la nomination di un film israeliano di solito è accolta con la fanfara e i politici fanno la gare per congratularsi e parlarne, come in molti altri paesi del mondo.

Si chiede Yossi Klein, a proposito del film, se: “ È stato scelto dai Gentili per dare una pugnalata agli ebrei, e gli ebrei non sanno che come reagire? È per noi o contro di noi? Da un lato mostra un’acuta presa di coscienza. Dall’altro lato, dov’era questa presa di coscienza quando avrebbe potuto far bene?

"The Gatekeepers" Premiere - 2012 Toronto International Film FestivalIl film riesce sicuramente ad essere inquietante, perché i sei, ormai anziani, parlano con naturalezza di omicidi ed eccidi, di una politica criminale che riconoscono immorale e lo fanno come nonni che davanti al camino in una sera d’inverno distribuiscono i loro ricordi in famiglia. Ma non basta, perché questi sei combattenti, sulla lealtà dei quali ad Israele nessuno può emettere un fiato, dicono cose in fondo risapute e ribadite, ma da tempo bandite da una feroce propaganda, al punto che gli editorialisti americani hanno notato con sorpresa come le affermazioni dei sei, sarebbero identiche a molte di quelle che da anni sono bollate negli Stati Uniti (e  non solo) come “retorica antisemita”, anche se niente hanno a che fare con il razzismo contro gli ebrei e sono considerazioni sulla politica d’Israele.

Quelle che seguono sono sei citazioni riprese su Mother Jones, che aiutano a farsi un’idea:

1. “Parlare con tutti, anche se rispondono male. Compresi anche Ahmadinejad, la Jihad islamica, Hamas, comunque. Sono sempre per questa soluzione. Per lo stato d’Israele è un lusso troppo grande quello di non parlare con i nostri nemici… Anche se le risposte sono insolenti, io sono a favore di continuare. Non c’è alternativa. È nella natura degli uomini dei servizi parlare con tutti. È così che si risolvono i problemi. Io scopro che lui non mangia vetro e lui vede che io non bevo petrolio” – Avraham Shalom (1980-86) sui negoziati con i nemici.

2. “Stiamo rendendo la vita di milioni (di palestinesi) insopportabile, e questo m’uccide” Carmi Gillon (1994-96).

3. “Siamo diventati crudeli. Anche verso noi stessi, ma principalmente con la popolazione occupata. Il nostro esercito è diventato una forza d’occupazione brutale, simile a quelle tedesche nella Seconda Guerra Mondiale, simile, non identicaShalom, che chiarisce che fa riferimento alla persecuzione nazista contro le minoranze non ebree.

4. “Non capiamo di essere di fronte a una situazione frustrante nella quale vinciamo ogni battaglia, ma perdiamo la guerra” – Ami Ayalon (1996–2000), a proposito della saggezza delle misure antiterrorismo israeliane.

5. “Per loro io ero il terrorista… il terrorista di qualcuno è il combattente per la liberta di qualcun’altro” Yuval Diskin (2005-11), ricordando la prima volta che ha considerato la sua professione dalla prospettiva palestinese. 

6. “Stiamo procedendo a passi sicuri e misurati verso un punto nel quale lo stato d’Israele non sarà più una democrazia o la casa del popolo ebraico” —Ayalon

800x600-the-gatekeepers-6L’opera si apre con Diskin che afferma “Quello che non è naturale è il potere che hai di prendere tre persone, terroristi, e togliere la loro vita in un’istante” e il tono del film resta quello, grave e pensieroso. “Non voglio più terroristi vivi in tribunale“, spiega  Avraham Shalom,”Nella guerra contro il terrore, dimenticatevi della moralità“. Così sulla pratica degli “omicidi mirati”, poi abbracciata prima da Bush e poi con ancora più entusiasmo da Barack Obama.

A parlare è stato Moshe Ya’alon, vice primo ministro di Netahyau e suo compagno nel Likud e non ha trovato di meglio che inventarsi che, secondo lui, si tratterebbe d’interviste editate: “…per servire la sua narrativa, che secondo me è la narrativa palestinese. Quello che è stato presentato è stato presentato in maniera di parte, e quindi il film è squalificato”. Peccato che dei sei capi dello Shin Bet, nessuno abbia denunciato tagli arbitrari o il travisamento del suo pensiero ed è un po’ difficile immaginare che sei persone con la loro storia possano essere passate alla “narrativa palestinese”, se non perché quella narrativa è semplicemente la realtà alla quale s’oppone la propaganda israeliana.

Una propaganda che ora è nuda, anche se israeliani e filo-israeliani oltranzisti continueranno a far finta che valga ancora qualcosa e forse anche con successo, ma resta sempre la speranza che una serie di opinioni tanto autorevoli da parte di chi ha garantito la sicurezza d’Israele dalla sua nascita a oggi, possa in qualche modo sciogliere il sortilegio nel quale sembrano piombati gli israeliani, sempre più simili a un paese di pericolosi paranoici agli occhi del resto del mondo. Il peggior nemico e la peggiore minaccia alla sopravvivenza d’Israele, sono gli israeliani, questo è quello che dicono i sei, sperando che nel paese ci siano rimaste abbastanza persone in grado di raccogliere l’autorevole e preoccupato messaggio.

Pubblicato in Giornalettismo