Arrivano le cyber-milizie?

Posted on 18 febbraio 2013

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L’innovazione semantica reca diverse minacce. The Washington Post, Foreign Policy e altri media simpatetici con la sicurezza nazionale statunitense stanno lanciando anticipazioni relative al contenuto di un National Intelligence Estimate, un report riservato alla comunità dell’intelligence americana, che subito le solite fonti innominabili si sono precipitate a divulgare fuor d’ufficialità.

Rivelazioni parziali evidentemente volte a stimolare la copertura desiderata e i beneficiati da tanta confidenza in effetti si sono dati parecchio da fare per provare a ricostruire e trasmettere il messaggio, dal quale si possono cogliere due indicazioni principali. La prima è quella che le aziende americane sono un colabrodo quando s’arriva alla segretezza e che il governo non è messo molto meglio. Il rapporto parla di un diluvio di spionaggio dalla Cina, ma anche da Russia Francia, Israele e altri paesi, ma non manca di rilevare come nel paese che nel quale risiede fisicamente buona parte della rete per come la conosciamo e che ne ha cullato lo sviluppo, non esista una cultura della sicurezza informatica e nemmeno la percezione della minaccia.

Il problema non sta tanto nella minaccia o nella presenza degli hacker, nonostante l’abbondante enfasi sugli attacchi, ma nell’inevitabile trasformazione che ha reso possibile stoccare quantità enormi d’informazioni in spazi minuscoli, renderle facilmente duplicabili e trasportabili online, ma anche offline. Il caso dei cable diplomatici diffusi da Wikileaks è esemplare in questo senso, perché non è stato un hacker a violare i sistemi di sicurezza informatici, ma uno delle decine di migliaia di persone che vi avevano accesso quasi liberamente. Non ci voleva un hacker ed era inevitabile che succedesse per la legge dei grandi numeri e probabilmente sarà successo, ma ovviamente l’emulo di Manning che avesse voluto vendere quelle stesse informazioni a qualche governo, non ci terrebbe a farlo sapere.

Difficile capire quante persone si occupino della cyber-sicurezza del e per il governo degli Stati Uniti, ma sono sicuramente tantissime e hanno a disposizione molti fondi, grazie all’approvazione negli scorsi anni d’imponenti finanziamenti per la sorveglianza delle reti e la costruzione di datacenter enormi nei quali processare miliardi di comunicazioni. Approccio del tutto diverso da quello adottato dagli spioni che curiosano nelle cose americane, che invece puntano dritti ai dati che interessano loro mentre gli USA si cullano nell’idea di poter setacciare tutto quello che passa in rete grazie a macchine potentissime.

Si parla principalmente di spionaggio industriale, che diventa minaccia alla sicurezza nazionale quando gli spioni mettono le mani sui progetti delle macchine belliche più avanzate. Il costo del cyber-spionaggio per l’economia americana è stimato da chi spara alto tra lo 0.1 e lo 0.5 del PIL, tutto sommato una cifra modesta, ma  la cosa può effettivamente inquietare in un’economia che si è trasformata da grande opificio mondiale a riserva della più redditizia proprietà intellettuale, che sta tutta o quasi contenuta nei computer e circola in rete.

Il NIE sottolinea la minaccia cinese, la più importante per la quantità degli attacchi, metodicamente rivolti a tutte le maggiori aziende e solleva il problema di quelle che Foreign Policy traduce in cyber-milizie, indicando con il termine persone in rapporti non necessariamente organici con i governi che ordinano loro le incursioni. Professionisti più che milizie, ma se le definisci milizie forse si apre una finestra per sdoganare pratiche repressive altrimenti illecite o intollerabili. “Milizie” dietro le quali gli stati potrebbero nascondere il loro coinvolgimento e le loro responsabilità.

Curiosamente FP cita un atto di cyber-guerra tra Russia ed Estonia e un altro di cui si è parlato alla Georgia poi definisce l’era attuale come “post-Stuxnet” dal nome del virus che gli americani hanno ammesso, non ufficialmente, di aver preparato e gestito insieme agli israeliani per danneggiare gli impianti industriali iraniani e che poi ha fatto danni anche altrove. Sembra incredibile, ma questo è l’unico riferimento all’unico vero attacco che si conosca in grado di provocare potenzialmente una strage o incidenti importanti, persino un incidente nucleare, ma ovviamente il punto di vista di FP è quello di sottolineare le responsabilità di altri paesi e non quello di fare scomodi paragoni confondendo i lettori. L’Iran è invece citato come responsabile di un attacco informati a una banca americana e si dice ovviamente che un giorno potrebbe anche diventare capace di bloccare le banche americane facendo un gran danno.

I cinesi e gli altri invece mirano alle informazioni e non per distruggerle, secondo l’intelligence americano è infatti evidente che i cinesi abbiano rubato i progetti del JSF F-35, anche se poi hanno copiato i progetti di un aereo che non va e che gli americani devono ancora riuscire a capire come fare per correggerlo, se mai ci riusciranno. Resta comunque una minaccia reale, anche il leader di Google  Eric Schmidt conferma che la Cina è l’hacker più sofisticato e attivo e riconosce che l’attività direttamente gestita da Pechino è imponente. A tutto questo gli USA, che hanno tenuto a battesimo la rete per come la conosciamo, tardano a rispondere e ancora oggi s’interrogano sul che fare, solo l’anno scorso ad esempio il Dipartimento della Giustizia ha varato un programma per istruire 100 procuratori nel gestire i procedimenti relativi alle intrusioni informatiche sostenute da governi o entità straniere e non sembra nemmeno un provvedimento molto efficace, mancando quasi sempre in casi del genere la possibilità di ottenere estradizioni e di poter interrogare i sospetti stranieri.

La novità semantica delle cyber-milizia fa temere che la comunità dell’intelligence americana più che sviluppare una cultura della sicurezza miri a ridefinire la natura dei crimini di questo tipo al fine di poter superare gli ostacoli legali che altrimenti frenerebbero la loro repressione con i metodi tradizionali in uso contro “terroristi” ed “entità ostili”. Inoltre qualora passasse l’idea dell’esistenza di cyber-milizie sarebbe facile estendere il concetto, e il set repressivo, anche in capo a singoli o  comunità d’attivisti come Anonymous, che potrebbero presto trovarsi accomunati ad al Qaeda e sottoposti allo stesso trattamento, segni di questa tendenza sono evidenti nella repressione scatenata contro Manning, Assange e gli altri attivisti legati a Wikileaks.

Pubblicato in Giornalettismo