Bahrein, due anni dopo sono ancora lì

Posted on 14 febbraio 2013

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Il problema resta sempre che la famiglia reale non ha alcuna intenzione di concedere la minima riforma. Con buona parte degli oppositori e dei rappresentanti delle associazioni per i diritti umani in prigione e la repressione che continua imperterrita come sempre, la famiglia reale degli al Khalifa ha indetto un Dialogo Nazionale. Non significa molto, la tirannia ha già organizzato una commissione internazionale indipendente sulla prima ondata di repressione che ha spazzato la primavera del Bahrein dalle strade.

Poi ne ha accolto le conclusioni che riconoscevano i crimini del regime e promesso di seguire le raccomandazioni con le quali la commissione l’ invitava a rimediare. Purtroppo la promessa non ha avuto alcun seguito e la repressione è proseguita come prima.

La primavera del Bahrein era partita con entusiasmo il 14 febbraio del 2011 con l’occupazione della rotonda della rotonda della Perla, dove l’emiro che si è autoproclamato re aveva fatto innalzare un monumento enorme in onore del Consiglio di Cooperazione del Golfo, anche se declinato localmente con l’intitolazione alla perla, antica fonte di ricchezza locale. Per qualche giorno sembrò andare bene, tanto che i manifestanti ottennero la liberazione dei primi arrestati e il movimento cresceva.

In seguito la famiglia Khalifa ha ricevuto il supporto decisivo dei sauditi, che hanno mandato i soldati nel regno a coprire le spalle ai mercenari arruolati dal tiranno in Pakistan e in altri paesi musulmani tra gli ex militari di quei paesi. Questi spazzarono la piazza, dopo di che la repressione fu spietata, con migliaia di persone licenziate perché avevano preso parte alle proteste, severe condanne detentive per molti e la condanna a morte di alcuni. Il regime trascinò in galera e in seguito condannò persino i medici che avevano curato i cittadini in fuga dalle squadracce che sparavano sulla folla, per quella sola colpa.

L’iniziale ondeggiamento secondo alcuni è stato dovuto a una frattura all’interno della famiglia reale, come da tradizione molto numerosa, ma è chiaro che se mai c’è stata una frattura ad avere la meglio sono stati il re e lo zio, primo ministro da 42 anni durante i quali si è messo 6 o 7 volte dopo che i suoi governi avevano fallito miseramente. Poi ha sempre ricominciato dirigendo un gabinetto nuovo quanto ugualmente fallimentare e corrotto.

La monarchia assoluta di stampo feudale non è un sistema sopportabile da quanti vogliano godere dei diritti umani e civili, ma nemmeno da quanti si accontentino di fare affari o di lavorare nel paese nel quale sono nati, esposti come sono tutti all’arbitrio e ai capricci della famiglia regnante, che in quanto ad abusi, torture, corruzione e rapina ai danni concittadini non si è risparmiata niente, anche una principessa è finita sotto accusa nei panni di torturatrice.

Capricci dimostrati anche durante la repressione, con l’abbattimento del monumento della Perla perché “profanato”, il ritiro delle monete che ne recavano l’effige e la sostituzione della rotonda con un rarissimo incrocio a raso di sei strade. Per la propaganda reale le proteste non hanno alcuna legittimità, in quanto sarebbero settarie e animate dall’Iran, visto che la maggioranza della popolazione locale è sciita e la famiglia reale sunnita. Di settaria s’è vista solo l’azione del regime che ha raso al suolo quasi tutte le moschee sciite del regno, tanto che in questi giorni al Dialogo Nazionale per l’opposizione si sono presentati delegati sunniti per la metà.

Nell’ultimo anno la repressione è stata più misurata quanto spietata, avvalendosi della regia di un ex capo della polizia di Miami e di un esperto di Scotland Yard arruolati all’uopo. Così sono diminuite le violenze più splatter in favore dell’uso abbondante e quotidiano dei gas, con i quali il regime ha irrorato quotidianamente i quartieri e i villaggi ritenuti ostili, attaccandoli di notte e devastandoli mentre gli abitanti si rinchiudevano in casa.

Il paese da due anni è off-limits per i giornalisti stranieri, eccezzion fatta per quelli sportivi che seguono le manifestazioni lamentando la molestia dei manifestantie per quelli invitati a cantare le glorie dell’emirato. Ce ne sono parecchi, tanto che il governo si è potuto permettere di condannare la repressione in Siria e di essere elencato tra quanti hanno criticato Assad per la repressione dei siriani senza che nessuno rilevasse la leggera incongruenza.

Il regime conta evidentemente sul supporto saudita e anche su quello di Washington, che nel paese ha la base della Quinta Flotta e che in questi due hanno ha condannato blandamente e sgridato l’emiro a voce bassa Inutile dire poi che nessuno dei governi che si sono autonominati esportatori di democrazia ha avuto il cattivo gusto di criticare il generoso emiro, che dai reali d’Inghilterra ai ministri in visita si assicura che tutti lascino il regno riconoscenti.

Difficile credere che in Bahrein come in Arabia Saudita qualcuno dei tiranni rinunci al potere assoluto sui regni consegnati loro da Gran Bretagna e Stati Uniti alla decolonizzazione, un potere che permette loro di fare, disfare o ignorare le leggi e di disporre arbitrariamente delle vite dei loro sudditi, che usano per reprimere spietatamente qualsiasi dissenso. Difficile quindi pensare che il Dialogo Nazionale sia qualcosa di diverso dalla solita tattica dilatoria.

I coraggiosi cittadini del Bahrein che chiedono riforme fin da allora, non ne hanno mai viste, anche il “parlamento” che ha avuto vita dal 2006 al 2011 non si è rivelato altro che un’istituzione vuota all’interno della quale impegnare l’opposizione in attività prive di senso e di efficacia alcuna. Opposizione, riunita in “società” perché i partiti sono vietati e costretta ad opera sotto costante minaccia per la vita dei suoi associati, che nonostante tutto fino a all’anno scorso non era ancora giunta a chiedere nulla di più delle dimissioni del primo ministro eterno e qualche riforma che restituisca una minima certezza del diritto, sottraendo i cittadini almeno agli abusi più grossolani. Ancora oggi l’opposizione si mantiene fedele alla protesta non-violenta e il regime non riesce ad andare oltre una situazione di stallo che lo vede comunque costretto a una estenuante opera di relazioni pubbliche e a spendere energie e somme ingenti per mantenere il livello di repressione necessario a contenere le proteste, che hanno anche un peso rilevante sull’economia locale, per quanto sia retta da un numero di lavoratori immigrati che supera quello dei residenti.

L’economia del Bahrein continua a crescere l’ultimo anno ha segnato un bel +6%, ma il regno è più isolato di un tempo e anche il traffico aereo e turistico hanno subito un calo rilevante, tanto che in questi giorni è fallita la Bahrain Air, concorrente “privata” low cost della compagnia di bandiera Gulf Air. Un fallimento non determinato dal calo del traffico, ma secondo gli azionisti da una decisione del ministro dei trasporti  Kamal Ahmed, che ha imposto la restituzione dei prestiti governativi proprio dopo che i soci hanno varato ingenti investimenti. Che  Kamal Ahmed sia azionista di rilievo di Gulf Air e che questa sia in difficoltà e in perdita da anni perché gestita come un feudo della famiglia reale e non affidata a gestori esperti come le compagnie aeree dei paesi vicini che la schiacciano con la loro concorrenza, sono dettagli che spiegano bene come l’irritazione verso il governo dell’isola possa essersi diffusa non solo tra i sunniti, ma anche tra i membri della famiglia reale meno potenti, come quelli che erano tra gli azionisti della Bahrain Air e che hanno chiuso la società rilasciando un comunicato molto esplicito.

Dopo due anni di manifestazioni e repressione quasi quotidiana, i cittadini del Bahrein non possono ancora dirsi certi di una qualsiasi pur minima vittoria, esattamente come i loro ascendenti nell’ultimo mezzo secolo, ma sembrano aver acquisito la consapevolezza che nemmeno il regime può pensare di stroncare la richiesta di  riforme e che con questa prima o poi sarà costretto a fare i conti se mai vorrà uscire dallo stallo con l’opposizione e restituire il paese a una parvenza di normalità.

Pubblicato in Giornalettismo

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