Quegli utili analisti

Posted on 27 gennaio 2013

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I “pensatoi” americani, imitati anche dalle nostre parti, fatturano alla grande vendendo aria finissima

Pochi giorni fa l’Eritrea è stata luogo di un tentativo o di una minaccia di golpe militare che ha colto di sorpresa la comunità internazionale. Eppure sulla stabilità della spietata e fallimentare dittatura di Afewerki non c’era troppo da scommetterci, visto che da tempo i diplomatici segnalano frizioni tra il governo e i militari e visto che persino i piloti dell’aereo presidenziale, in teoria tra i privilegiati, hanno di recente disertato insieme all’aereo e hanno cercato asilo in Arabia Saudita.

Ma al golpe in Eritrea non ci aveva pensato nessuno dei tanti istituti specializzati nel raccontare il mondo in maniera utile ai relativi danti causa. E non ci aveva nemmeno pensato Jay Ulfelder, uno scienziato politico noto per aver elaborato una mappa dei probabili golpe futuri, che nelle sue previsioni per il 2013 ha bucato l’Etiopia. L’idea di calcolare “scinetificamente” le probabilità di un golpe appare bizzarra, non solo perché il numero delle variabili da prendere in esame tende all’infinito, ma quando poi tra le variabili  finiscono considerazioni del tutto arbitrarie, che spingono il modello a offrire risultati utili più alla politica che alla scienza e conoscenza, è chiaro che solo la fortuna potrebbe farne un attrezzo capace d’interagire sensatamente con la realtà.

Il Washington Post discute con l’autore validando il modello perché “secondo Reuters i soldati erano probabilmente solo “soldati di grado inferiore e medio che chiedevano un cambiamento della costituzione più che un golpe”. E quindi niente volontà di golpe. Peccato che nell’articolo da cui è presa la citazione si ricordasse anche la richiesta della liberazione dei prigionieri politici e che quella citazione fosse solo quella di “un esperto regionale con collegamenti vicini ad Asmara” citato tra il resto nell’articolo di Reuters.

La realtà dice che un buon numero di soldati ha sfidato uno dei regimi più sanguinari del pianeta occupando la televisione di stato e usandola per chiedere il rispetto e non il cambiamento della costituzione e la liberazione dei prigionieri politici, cioè la fine della dittatura. Se non è un golpe fallito è una minaccia di golpe imminente, non chiedevano gli stipendi arretrati quei militari.

Ma perché il Washington Post corre in soccorso di una previsione sbagliata? Un risposta viene da Democracy Essays di Les Gelb, un testo che affronta la questione e l’impatto che ha avuto sulla guerra in Iraq. Secondo Gelb la “comunità della politica estera”, cioè quella fetta di classe parlante americana impegnata a raccontare come va il mondo e a suggerire come dovrebbe andare negli interessi degli Stati Uniti, soffre la presenza di generosi incentivi all’allineamento:

“Il mio iniziale sostegno alla guerra fu sintomatico delle sfortunate tendenze all’interno della comunità che si occupa di politica internazionale, più precisamente delle disposizioni e degli incentivi a sostenere le guerre per mantenere credibilità politica e professionale”.

Chi si è opposto alle politiche belliche è stato infatti emarginato, quando non diffamato e ridicolizzato professionalmente. Un fenomeno facilmente osservabile anche nel nostro paese, dove si preferisce affidare la lettura di quello che avviene all’estero a penne capaci poi di tradurlo in materiale politicamente utile in chiave interna o all’alimentare il quadro ideologico di riferimento. L’esplosione di improvvisati commentatori con l’elmetto c’è stata anche da noi e nonostante una maggioranza d’italiani contraria alla guerra i media hanno portato al successo i libri pugnaci di Oriana Fallaci e regalato visibilità a guerrieri de noantri come gli Allam o gli agenti Betulla, chi provava a tenere la discussione sul piano della realtà è stato spazzato via.

Non è un problema da poco quando la propaganda elimina qualsiasi collegamento con la realtà, ma la guerra non può esistere e persistere senza propaganda e questa da sempre è veleno per la verità, ma il fenomeno eccede il tema della guerra ed è osservabile con le stesse dinamiche quando s’arriva all’economia, con i pensatoi schierati a spiegare quanto ha ragione questo o quel politico, null’altro.

Indovinare al toto-golpe è ancora più difficile che predire il default di un’azienda o di un paese ed è forse un esercizio tanto sterile da far pensare che mappe come quelle di cui discute il Washington Post non siano altro che materiale promozionale per chi l’ha realizzata, lanciato all’attenzione dei gentili clienti da un complice articolo del Washington Post.

Pubblicato in Giornalettismo