Myanmar, tre repressioni al prezzo di una

Posted on 11 gennaio 2013

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Il passaggio da un regime militare vicino solo a Cina e Corea del Nord a success story dell’esportazione di democrazia, ha beneficiato l’economia del paese, che dal nulla ora sta registrando buoni tassi di crescita e un consistente afflusso d’investimenti stranieri attirati dalla disponibilità di mano d’opera a prezzi stracciati e di risorse naturali generose quanto trascurate dai locali.

In realtà quello che era un regime militare che controllava il paese e l’economia fin dal 1988, si è trasformato nel 2011 in un governo “regolarmente eletto” con un’opposizione capeggiata dalla premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che da allora si trova confortevolmente nei panni d’ambasciatrice della nuova Myanmar. Quella che noi chiamavamo Birmania e i britannici Burma, già colonia della Corona e temibile mix d’etnie consegnato all’indipendenza dopo averne utilizzate alcune contro le altre.

Agli Stati Uniti piace, sia perché è una dittatura in meno e Washington si vanta di aver spinto il regime a passare la mano, sia perché l’apertura del mercato birmano ha spianato la strada a molte aziende statunitensi, che per il non trascurabile dettaglio per il quale l’evoluzione politica si è accompagnata anche a un cambiamento nelle alleanze che ha allontanato Yangoon da Pechino e soprattutto da Pyongyang, con la quale gli americani hanno imposto il taglio dei ponti, che i generali hanno ammortizzato senza panico apparente. L’ex dittatore ora presidente Thein Sein ha annunciato persino una commissione contro la corruzione, della quale il suo regime è sempre stato tra i campioni del mondo. Una nuova alleanza che restringe l’accesso al Golfo del Bengala.

Il paese ha così ricevuto la visita dei grandi leader mondiale e dagli Stati Uniti è arrivata la visita di Barack Obama, preceduto dagli emissari delle grandi corporation americane e anche da George Soros, che negli anni ha finanziato l’opposizione al governo. Non tutto va però per il verso giusto, perché il paese è poverissimo e buona parte della popolazione vive delle rimesse dei migranti, che finiscono ultimi tra gli ultimi a lavorare da clandestini nei paesi vicini .

Tuttavia anche questa valvola di sfogo potrebbe risultare intasata a breve, in Thailandia ad esempio la promulgazione di una legge sul salario minimo e sul lavoro si è sommata a un inasprimento fiscale, determinando proprio la chiusura per prime delle fabbriche che utilizzavano la manodopera sottopagata dei migranti del Myanmar, ma anche di Laos e Cambogia, gettando ovviamente sul lastrico i migranti, molti dei quali profughi, che hanno perduto il lavoro.

C’è però un’ombra su tanta festa ed è rappresentata dal fatto che il non più regime ha iniziato la guerra contro alcune delle minoranze del paese proprio con l’avvento della democrazia. L’idea è semplice, il paese non può fare a meno dell’esercito contro le minacce di veri e propri eserciti e l’esercito fa di tutto per dimostrarlo accendendo conflitti qua e là, ma soprattutto dove ci sono interessi economici. L’opposizione, Nobel in testa, tace. A margine c’è anche la persecuzione dei rohingya, un milione di musulmani che sono minoranza delle minoranze e oggetto di ricorrenti persecuzioni da parte della popolazione come delle autorità, che negano loro la cittadinanza nonostante siano residenti nel paese da generazioni.

Tra pogrom ed emarginazione i rohingya cercano rifugio nei campi dove vivono da profughi in casa loro e quasi detenuti o tentano la fuga verso la la Malaysia, paese musulmano raggiungibile per mare e meno disgraziato del Bangladesh, anche se più lontano. Nel mezzo c’è la Thailanda, ma i non cittadini del Myanmar che ci arrivano sono rispediti indietro e spinti a proseguire oltre.

Non troppo meglio va ai Kachin, che con la rottura di una tregua che durava da più di un decennio si sono presto trovati sotto i bombardamenti aerei, che poi il regime ha ammesso. Anche se ha giurato che il governo usa l’aviazione solo per difendersi. Dice lo stesso Assad, ma in questo caso non si scandalizza nessuno. I Kachin hanno un esercito e un territorio interessato dalla costruzione della discussa diga made in China di Myitsone sull’Irrawaddy, il principale fiume del paese, e di un oleodotto in direzione della Cina.

Un conflitto che ha già reclamato qualche migliaio di vite e costretto alla fuga oltre 100.000 persone, che hanno attraversato il confine con la Cina, che alla lunga li sopporta male. Non diversamente va con gli Shan, che proprio questa settimana hanno denunciato il mancato rispetto del cessate-il-fuoco siglato dal governo nel 2011. Lo Shan State Army-South (SSA-S), ha dichiarato che forze governative hanno invaso il territorio dello stato Shan sabato, impegnando in feroci scontri l’esercito Shan. Il portavoce dell’organizzazione Sai Lao Hseng ha spiegato: “Vorremmo ricordare al governo di adempiere alle proprie responsabilità e di fare in modo che tutte le organizzazioni governative, compreso Tatmadaw (l’esercito) aderiscano al cessate-il-fuoco e di promuovere il dialogo invocato da tutti i gruppi etnici e l’opposizione”. Da quando nel novembre 2011, quando è stato firmato l’accordo, sono stati registrati oltre 50 scontri tra le due parti.

Dettagli, sembra proprio che l’esercito possa contare sulla sostanziale complicità dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti, impegnati da attirare il paese nella loro orbita a svantaggio della Cina, così come sembra possa contare sull’omertà dell’opposizione “democratica”, che nel caso dei rohingya è arrivata ad affermare proprio con la voce del Nobel, che non è chiaro se siano da considerare cittadini del Myanmar a maggioranza buddhista.

Pubblicato in Giornalettismo

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