Bradley Manning: la congiura del silenzio

Posted on 20 dicembre 2012

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Il processo a un uomo accusato dei peggiori reati contro il suo paese non sembra interessare a nessuno. Bradley Manning è l’uomo accusato dal governo degli Stati Uniti di aver passato a Wikileaks una mole di materiale che comprende  92 mila file sulla guerra in Afghanistan, 391.832 su quella in Iraq, 251.287 cablo dalle sedi diplomatiche americane e le 779 schede personali dei detenuti di Guantanamo. Putroppo per lui è anche un soldato e questo gli è valso la detenzione militare, che per lui si è tradotta in trattamento à la Guantanamo.

23 ore al giorno in isolamento, niente luce del sole e niente uscite all’aperto, a lungo costretto alla nudità e a rispondere agli appelli delle guardie ogni cinque minuti esatti, ventiquattro ore su ventiquattro, anche durante la notte. C’è voluta una mobilitazione internazionale per cambiare il suo stato di detenzione, evidentemente contrario alla costituzione americana, perché Manning è un cittadino statunitense e la sua prigione è in territorio americano, a differenza di quanto accade per gli sfortunati ospiti della base militare americana sull’isola di Cuba, incredibile suicidio d’immagine e anche una brutta pubblicità verso i cubani. Nessuno dei quali ha trovato simpatico che in quel lembo del territorio cubano occupato militarmente dagli americani, sia nata una prigione dove Washington ha torturato per anni centinaia di persone catturate all’ingrosso nei territori remoti dell’Asia. I trattamenti inumani e degradanti, nei confronti di Manning sono reati anche per i giudici americani, che pure avallano l’eccezione cubana.

Negli Stati Uniti non si può fare, ma ci hanno messo nove mesi ad ammetterlo e alla fine non si è capito chi avesse ordinato la commissione di quelli che a tutti gli effetti sono reati nei confronti del detenuto e gravi lesioni dei suoi diritti. Lo stesso portavoce di Hillary Clinton, P. J. Crowley l’ha definita “una cosa stupida e controproducente”, anche se gli è costato il posto e si è dovuto dimettere proprio per questa ammissione.

Manning è imprigionato da 19 mesi e nei giorni scorsi ha fatto le sue prime apparizioni pubbliche da un paio d’anni a questa parte, sempre rigorosamente scortato da vicino da militari enormi che ne sminuiscono ulteriormente una corporatura non proprio prestante. Siamo ancora alla preparazione del processo vero e proprio, nel bel mezzo di una partita a scacchi gestitata dall’amministrazione Obama, che sembra non avere fretta di fare a pezzi Manning, probabilmente interessata a coordinare questo processo con la paziente caccia alla sua controparte, quel Julian Assange che con la collaborazione dei governi di Svezia e Gran Bretagna oggi si trova all’angolo nell’ambasciata dell’Ecuador, dove a ore compirà i sei mesi di permanenza.

 Un potenziale processo del secolo, che però ha visto una defezione in massa da parte dei media, basti pensare che la prima udienza, tanto a lungo attesa, ha visto la diserzione di giganti come Associated Press e The New York Times, la sola diserzione dei quali si è tradotta immediatamente nella censura della notizia per qualche milione di persone. A molti media anglosassoni Manning e Assange non ispirano simpatia, è il meno che si possa dire. The Guardian, accusato da Wikileaks di aver manipolato il materiale fornito da Assange al quotidiano britannico, ha visto trionfare nel suo sondaggio sulla persona dell’anno proprio Bradley Manning. La scelta del quotidiano era  però per la giovane pakistana Malala, sopravvissuta a stento ai talebani che la volevano uccidere perché paladina dell’istruzione delle sue coetanee. È stata una valanga per Manning, che il quotidiano britannico ha incassato in silenzio, evitando di dare qualsiasi seguito o commento all’esito del sondaggio, che rimane icona dei limiti di un’impresa giornalistica di successo, ma non priva di ombre.

La prima udienza, quella nella quale Manning ha denunciato le torture alle quali è stato sottoposto e il suo avvocato ha detto che è stato trattato come un animale, è andata quasi deserta e non è andato meglio in seguito. Nemmeno il New York Times ha fatto molto meglio, nonostante Margaret Sullivan, public editor del giornale, abbia pubblicato una risposta alle tante critiche dei lettori nella quale ha ammesso la colpevole assenza e raccomandato una presenza attenta a seguire. Niente da fare, il capo del bureau di Washington, David Leonhardt, le ha comunicato che “come per ogni altro procedimento legale, non ne copriremo ogni passaggio”. Sullivan non ci è stata ed è ritornata all’attacco, forte dell’evidente rilevanza di un processo come quello a Manning, che farebbe comunque notizia solo per le migliaia di persone che negli Stati Uniti lo sostengono a gran voce e lo ritengono un eroe. Per Leonhardt i due articoli in 19 mesi che gli hanno dedicato erano quanto bastava.

Tanto più che il NYT ha scritto centinaia di articoli attingendo ai cable, poi ne ha scritti altre decine a seguire la rivoluzione nelle sedi diplomatiche, un ballo degli ambasciatori e dei funzionari imposto dalla diffusione dei cable, dai quali troppe volte quegli ufficiali sono stati mostrati intenti a cospirare ai danni di questo o quel governo o più semplicemente ad insultare preziosi alleati, anche quelli tenuti ufficialmente e pubblicamente in grande considerazione. Il NYT è stato partner di Wikileaks nella pubblica diffusione dei cable che Manning avrebbe (ha) passato ad Assange e ora sembra ignorare la vicenda, un comportamento che ispira cattivi pensieri, quasi che le pressioni del governo alla lunga abbiano sconsigliato interesse al destino di Manning.

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Non è andata meglio con le televisioni, pronte a scatenare il putiferio attorno a qualsiasi processo, hanno bellamente ignorato la vicenda e le udienze. Undienze peraltro interessanti anche sul piano tecnico, Manning infatti si è dichiarato responsabile, torturato e ha chiesto che il suo caso sia cassato e che gli sia accordata la protezione accordata dalla legge ai “whistleblower” che sono la figura tipizzata dalla legge di chi diffonde segreti governativi o commerciali per denunciare crimini e irregolarità, che non è imputabile di aver infranto impegni alla riservatezza e che in alcuni casi è anche premiato, come capita a chi fa recuperare denaro alla pubblica amministrazione e ne guadagna una parte.

Gli Stati Uniti di Obama non sono quelli che avranno la forza di guardarsi dentro e di mettersi in discussione. Non hanno avuto la forza di sanare Guantanamo e nemmeno quella di mettere sotto accusa nemmeno uno dei responsabili del crollo dell’economia statunitense, non hanno imputato nessuno per la truffa dei derivati e persino la scoperta della manipolazione del Libor si chiuderà al più con la penalizzazione di qualche funzionario, impensabile immaginare un’amministrazione che ripudia un sistema del quale è sovrana espressione.

Pubblicato in Giornalettismo

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