Oggi nasce la Palestina

Posted on 29 novembre 2012

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Israele  è in grosse difficoltà. “Uno stato palestinese fu stabilito sotto lo sguardo di Netanyahu e Lieberman. Sarà scritto per sempre accanto ai nomi di Netanyahu e Lieberman”. La citazione apre un articolo su Ynet News e spiega da sola lo storico momento. Spiega la contrarietà israeliana alla costituzione di uno stato palestinese, spiega come al di là dell’ipocrisia buona parte degli israeliani miri molto più in là dei confini del 1967 e spiega anche come i palestinesi e il resto del mondo stiano andando a vedere il bluff dei governi israeliani che, dal sabotaggio degli accordi di Oslo ad oggi, hanno messo il turbo alla colonizzazione e all’oppressione dei palestinesi.

Il governo israeliano non ci può far niente, e allora dopo le inutili minacce di rappresaglie nei mesi scorsi, adesso cerca di sminuire il significato dell’evento: “Sarà una decisione insignificante, visto che solo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può approvare la nascita di un vero stato”, ha spiegato un ufficiale del governo che non ha voluto essere nominato, aggiungendo che il vero scopo di Mahmoud Abbas sarebbe quello di distrarre i palestinesi dal suo cattivo governo. Come se poi si potesse governare con successo una serie di Bantustan dai quali si esce e si entra al ritmo stabilito da una potenza occupante.

In realtà uno stato palestinese esiste già, oggi si vota solo la sua ammissione all’assemblea dell’ONU in qualità d’osservatore. 131 paesi, il 68% dei 193 stati membri già riconoscono la Palestina, e quasi tutti i paesi che non la riconoscono come stato, compresa Israele, riconoscono il governo palestinese come rappresentante del popolo palestinese. Una situazione che legittima l’esistenza dello stato palestinese a prescindere dall’adesione all’ONU e dal riconoscimento tra i paesi associati, che porta con sé conseguenze diverse dal semplice riconoscimento, ma che ha incidentalmente l’effetto di rendere incontestabile l’esistenza dello stato palestinese.

Se quindi non cambia molto nei rapporti con i paesi che già riconoscono la Palestina, cambia invece il rapporto tra la Palestina e le leggi e le istituzioni internazionali. L’acquisizione dello status di paese osservatore permetterà al novello stato palestinese di firmare le convenzioni internazionali, dalla convenzione universale dei diritti umani in giù. Lo stato palestinese assumerà quindi una personalità giuridica che gli permetterà di agire da stato in molteplici occasioni, potendo tra l’altro chiedere giustizia di fronte alla corte dell’Aia o al Tribunale Penale internazionale.

Questa è l’evenienza più temuta da Israele, che sullo status indeterminato dai palestinesi ha sempre giocato per escludere qualsiasi sindacato di legittimità sul suo operato e sostenere di essere esentato dal rispettare cose come la Convenzione di Ginevra e altre regole che avrebbero impedito l’oppressione dei palestinesi così com’è stata realizzata.

Proprio la possibilità di adire i tribunali internazionali è quella temuta da Israele, lo testimoniano numerose dichiarazioni e anche i dietro le quinte, rivelati dai cable di Wikileaks e persino la dichiarazione di William Hague, con la quale il ministro degli esteri britannico ha detto che il suo paese si asterrà in assenza di assicurazioni palestinesi sul ritorno ai colloqui di pace e sul fatto che non cercheranno la condanna d’Israele o ufficiali israeliani presso il TPI.

L’effetto costitutivo della nuova situazione imporrà prima di tutto degli obblighi agli stessi palestinesi, i quali firmando convenzioni e aderendo ai trattati internazionali vi si sottometteranno, ma avrà effetti rilevanti anche per Israele in quanto i suoi obblighi di “potenza occupante” secondo il diritto internazionale non potranno più essere ignorati. Anche se la propaganda israeliana nega che esista un’occupazione, per il diritto internazionale non ci sono dubbi, visto che detiene il potere assoluto in West Bank, compreso il controllo totale dell’area C (che è il 62% della West bank), di Gerusalemme, delle fonti idriche, oltre ad avere il controllo dello spazio aereo, quello civile e militare dei confini e altro ancora.

La stessa situazione di Gaza integra un’occupazione anche se le truppe israeliane non sono sul terreno di Gaza, ma “solo” nel suo spazio aereo e tutto intorno a sigillare l’area. Lo status del territorio occupante non è in questione, tanto che Israele è “potenza occupante” anche in assenza di stato palestinese, ma la propaganda israeliana parla di “territori contesi”. Un falso, perché non sono affatto contesi, non potendo Israele far valere il diritto di conquista. Gran parte del dominio israeliano sui palestinesi si gioca sulla capacità d’imporre una semantica per la quale ad esempio i palestinesi che resistono all’occupazione sono tutti “terroristi” o d’imporre l’uso di narrazioni distorte come quella dei territori contesi o dell’inesistenza della Palestina.

Utili equivoci che sono destinati a sparire quando le due Gerusalemme si dovranno affrontare godendo dello stesso status e degli stessi diritti. Il problema più grosso in questo caso sarebbe rappresentato proprio da quelle colonie che, approfittando della war on terror, Israele ha costruito a velocità mai vista prima, dopo aver affondato gli accordi di Oslo. Migliaia di case da quando il governo israeliano (come rivendicheranno poi Netanyahu  e altri – video) fece fallire il negoziato e passò immediatamente ad accusare Arafat di “aver rifiutato il 98%” dei territori palestinesi.

Il sorgere dello stato palestinese non ha effetti retroattivi, israeliani e palestinesi non potranno essere giudicati per i crimini antecedenti alla data di oggi, ma potranno giudicare quelli commessi dalla sua costituzione in poi, che erano crimini anche prima, ma che non potevano arrivare in tribunale. Su tutti le colonie, perché proprio nello statuto del Tribunale Penale Internazionale è stabilito che il trasferimento, diretto o indiretto, di popolazione della potenza occupante nel territorio occupato costituisce un crimine di guerra, mentre la segregazione della popolazione e la pulizia etnica per far posto ai coloni sono classificati tra i crimini contro l’umanità.

Il diritto è dalla parte dei palestinesi e non è un caso se da Abbas ad Hamas, per finire al Dipartimento di Stato americano, si parli del riconoscimento della Palestina entro i confini del 1967. Proprio quell’anno si formalizzò all’ONU quello che sarà destinato a diventare un pilastro del diritto internazionale e che già era stato enunciato in alcune convenzioni internazionali: il principio per il quale la guerra e la conquista non costituiscono titolo per accrescimenti territoriali. Una norma semplice, destinata a rendere inutili le guerre di conquista, che mai e poi mai potranno trasformarsi in guadagni territoriali senza il consenso dei cittadini “occupati” da esprimersi attraverso un referendum a suffragio universale.

Per questo il riferimento comune è ai confini del 1967, perché dopo di allora Israele non può aver acquisito legalmente un metro di terra in più. I confini del 1967 sono già molto più estesi di quelli previsti dalla risoluzione ONU 181 del 1947, che divideva il Mandato di Palestina affidandone il 46% ai palestinesi e il 54% ai futuri israeliani. I confini del 1967 lasciano ai palestinesi appena il 22% di quello che era un territorio da dividere a metà con la nuova nazione degli ebrei, ma pare che anche questo sia troppo per Israele, che di quel 22% del territorio ne vorrebbe un bel po’, almeno a giudicare da dove e come ha costruito e continua a costruire all’interno della West Bank.

Non ci sono altre questioni accessorie che rilevino per il diritto, il reciproco riconoscimento tra israeliani e palestinesi è già avvenuto tempo fa, la Palestina si è dichiarata indipendente nel 1988 e i due paesi hanno tenuto rapporti ufficiali tali da integrare un riconoscimento reciproco de facto, che è valido anche se non esplicito e che non è revocabile, questo dice il diritto internazionale. Il riconoscimento d’Israele è inoltre scritto negli impegni della Lega Araba  e del governo palestinese e quindi il problema del riconoscimento del diritto all’esistenza d’Israele non si pone proprio, così come non si pone il problema del “diritto al ritorno” in Israele di quanti furono cacciati dall’attuale Israele, già destinato a cadere in virtù di quegli stessi accordi e impegni quando nasca lo stato palestinese.

La situazione è chiara e le incognite si riducono al conteggio dei voti in Assemblea e all’osservazione della posizione che prenderanno alcuni paesi, quelli europei in particolare. Contro voteranno sicuramente Stati Uniti, Canada, Olanda e qualche paese dell’Oceania al traino di Washington, mentre la UE ed alcuni paesi europei, Germania e Gran Bretagna su tutti, si dovrebbero astenere. “Non sostenere” non è votare no come hanno tradotto in molti, quello si traduce nell’opporsi. I due governi hanno invece scelto di non schierarsi platealemente contro il volere di Washington, che non è che abbia convinto molti nella sua robusta opera di dissuasione. Allo stesso modo s’asterrà l’Australia, dove la conservatrice Julia Gillard è stata messa in minoranza dai ministri del suo stesso governo e dai parlamentari, costretta a rinunciare ad esprimere un voto contrario, pena finire in minoranza e aprire una crisi di governo. Le hanno detto che “gli australiani non vogliono stare dalla parte sbagliata  della storia” e dopo giorni da tregenda si è piegata.

Francia, Svizzera e Spagna, Danimarca e parecchi altri voteranno invece a favore, mentre l’Italia non ha ancora sciolto la riserva e svelato la sua posizione, che finirà per essere probabilmente l’astensione. Dicono le agenzie che: “la posizione da tenere domani è ancora da definire pienamente dopo una giornata di intensi contatti tra Quirinale, Palazzo Chigi e Farnesina”. L’ambasciatore Cesare Maria Ragaglini, rappresentante italiano all’ONU ha confermato “Si sta ancora discutendo ai massimi livelli: riceveremo istruzioni tra questa sera e domattina”. Facile intuire da che parti provengano le opposizioni, il segretario del PD si è pronunciato per il sì e così in genere tutta la sinistra. Chi non ha parlato e non si è esposto pubblicamente sta invece  operando discretamente perché l’Italia oggi si trovi ancora una volta “dalla parte sbagliata della storia”. Se tutto va bene ci asteniamo.

Pubblicato in Giornalettismo

Aggiornamento: Il governo italiano ha dichiarato a sorpresa che voterà sì, accompagnando la notizia con questa dichiarazione, nella quale si chiede ai palestinesi di rinunciare ad esercitare i propri diritti e allo stesso tempo si dimostra una fondamentale ignoranza delle questioni di diritto in causa, chiedendo a vanvera la rinuncia a un “uso retroattivo” della Corte Penale Internazionale che è del tutto impossibile e che quindi non può essere nei piani della dirigenza palestinese.

«Il Presidente Monti a telefonato al Presidente Mahmoud Abbas e al Primo Ministro Benjamin Netanyahu per spiegare le motivazioni della decisione italiana. Nel dare sostegno alla Risoluzione, l’Italia, in coordinamento con altri partner europei, ha in parallelo chiesto al Presidente Abbas di accettare il riavvio immediato dei negoziati di pace senza precondizioni e di astenersi dall’utilizzare l’odierno voto dell’Assemblea Generale per ottenere l’accesso ad altre Agenzie Specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte Penale Internazionale o per farne un uso retroattivo».