Censuro Facebook, quindi sono

Posted on 28 novembre 2012

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C’è un paese nel cuore del cuore dell’Asia che non fa mai notizia. È un paese modesto, governato da un dittatore modesto e sconosciuto ai più, che non costruisce capitali moderne e  che non fa notizia nemmeno quando si applica nella repressione scientifica del dissenso. Poi capita che al governo venga in mente di bloccare Facebook ed ecco che i media si precipitano a chiedere notizie al ministro delle comunicazioni, che a certe cose non è abituato e così ci mette due giorni per inventarsi che il blocco del sito azzurrino è stato chiesto a gran voce dai ” migliori membri della società” e che dopo aver decretato il blocco è stato subissato dalle telefonate di cittadini entusiasti. Roba da fondere il telefono ha detto, assicurando che ben pochi hanno protestato.

Scuse ridicole, ma la dittatura di Emomalii Rahmon (Emomalii Rahmanov ai tempi sovietici) deve molto, come quella dei dittatori delle ex-repubbliche sovietiche confinanti, alla formazione ricevuta nascendo in URSS e facendo carriera nel partito comunista. Parte integrante di questa formazione è noto preveda un uso spregiudicato della propaganda a sfidare il ridicolo per negare l’evidenza e una pratica della repressione sistematica.

Rahmon giunse al potere nel 1994, vincendo le prime elezioni e andando al governo di un paese distrutto dalla guerra civile scoppiata immediatamente dopo l’indipendenza dalla Russia e costata 100.000 morti nell’indifferenza del mondo globalizzato, all’epoca troppo concentrato su quel che accadeva nell’ex Jugoslavia per accorgersi dei massacri altrove. All’epoca c’erano 1.2 milioni di tagiki profughi in casa od oltre frontiera.

Rahmon  è stato svelto a fortificare la sua presa sul potere, tanto che nel 1999 ha preso il 98% dei voti e nel 2006 si è accontentato del 79%, nel 2013 c’è la prossima farsa e allora il regime si prepara per tempo blindando la rete o almeno provandoci. Non che la rete sia molto influente nella politica tagika, solo lo 0,55% della popolazione ha accesso a internet, poco più di 40.000 persone, ma il segreto del successo di questi regimi post-sovietici sta proprio nel non lasciare nulla al caso, anche se poi i pochi internauti tagiki hanno già dimostrato di saper aggirare senza problemi questo tipo di censure.

Il regime è comunque in buoni rapporti con tutti, con i russi, che continuano a donare forniture militari, e anche con gli americani. Il confine meridionale del paese è a meno di 300 chilometri in linea d’aria da Kabul e l’appoggio tagiko è stato di grande valore per le operazioni in Afghanistan, dove peraltro al Nord alcune province sono abitate da una maggioranza tagika.


Il Tagikistan è etnicamente omogeneo, la popolazione è d’origine persiana, quasi tutta musulmana, ma sunnita a differenza degli iraniani, con i quali comunque è in ottimi rapporti e si sente legata culturalmente. I confini attuali e il suo destino sono il frutto dell’imperialismo russo, ma prima ancora della dottrina militare russa, che fin dai tempi degli zar ha visto l’unica possibilità di difesa delle sue vaste pianure nell’espansione territoriale fino a guadagnare confini fisici consistenti, dottrina che ha spinto i generali russi verso Sud fino alle montagne del Caucaso e fino ai confini con l’Iran e l’Afghanistan.

A Mosca fu congegnata anche la particolare disposizione dei confini intorno alla valle di Fergana, dove un tempo fiorì la Battria (o Bactria) e dove si spinsero anche i greci di Alessandro il macedone che costruirono colonie anche in quella remota parte dell’impero persiano strappato a Ciro. La valle di Fergana è un luogo unico nell’Asia Centrale, per il resto dominata da vaste catene montuose e da territori desolati. Grande all’incirca come la pianura padana è una valle fertile che gode di un un clima di tipo continentale con primavere miti, estati calde ed inverni severi, ma non troppo lunghi, bagnata da due fiumi e arricchita dai sedimenti che trasportano dalle catene himalayane.

La parte centrale della valle oggi appartiene all’Uzbekistan, l’imboccatura è in territorio tagico e tutte le montagne intorno invece appartengono al Kyrgizistan, controllando il quale Mosca s’assicura la presa sull’area dove vivono la maggior parte degli abitanti degli altri due paesi, ma anche il controllo di Kazakistan e della Cina, appena al di là dei confini orientali. Un intreccio che in teoria dovrebbe spingere i tre paesi a collaborare e in effetti non si sono registrate particolari tensioni nell’area, nonostante l’elevatissima concentrazione d’autocrati. Solo con l’Usbekistan del paranoico Karimov ci sono tensioni saltuarie, per lo più concentrate in occasione delle sfuriate repressive dell’uzbeko che provocano improvvise fughe in territorio tagiko. Karimov sospetta che il vicino abbia in simpatia i suoi oppositori e  sono abbastanza frequenti i processi a improbabili spie dei tagiki esposte anche in imbarazzanti e poco credibili confessioni televisive nelle quali sfortunati contadini dicono di essere stati costretti a spiare i movimenti delle truppe uzbeke.


Niente che turbi veramente il regime, che si concede anche accenni dinastici piazzando la prole proprio come gli autocrati vicini.  Emomalii Rustam, figlio prediletto del leader, è a capo della federazione calcistica nazionale e possiede l’Istiqlol Dushanbe, il club fortunato vincitore degli ultimi due campionati, che a modo loro riflettono lo stato del paese e offrono spesso spettacoli extra calcistici di discreto valore. Anche il calcio tagiko soffre della locale tendenza ad emigrare, il fatto che i calciatori fuggano in massa verso il campionato iraniano la dice lunga sulle condizioni dello sport locale.

Gli Emomalii hanno un unico problema, regnano su un paese che è passato dall’essere la più povera delle repubbliche sovietiche a essere il più povero d’Asia. Nonostante l’apertura al libera mercato e la vendita delle modeste risorse naturali del paese, il 55% dell’export è coperto dall’alluminio il paese è passato attraverso le distruzioni della guerra civile senza riprendersi mai del tutto, nonostante l’impetuoso sviluppo registrato negli ultimi anni. Tassi di crescita del 6/7% all’anno non sono bastati a fare di un’economia comatosa una tigre dell’Asia Centrale, solo dopo il 2010 i tagiki sono riusciti a tornare al Pil pro-capite dei prima anni ’90, al tempo dell’URSS.

La guerra e la dittatura hanno infatti provocato la fuga in massa dei russi e dei più dotati, tanto che oggi le rimesse dall’estero coprono oltre il 35% delle entrate valutarie. Il Tagikistan ha quindi nell’esportazione di manodopera e competenze la seconda fonte di approvvigionamento di valuta pregiata, ma al prezzo di un impoverimento generale del paese e in particolare delle classi dirigenti, che quando non emigrano devono sopravvivere sguazzando in una corruzione ormai leggendaria e al tempo stesso temendo gli abusi e i soprusi degli uomini del regime.

Con buona parte del regime che è impegnata anche nel traffico di droga che dall’Afghanistan attraversa il paese diretto ai mercati di Russia e Cina, tanto che nonostante questi coinvolgimenti noti il paese è il terzo al mondo per sequestri di droga, la classe dirigente tagika trova di che vivere alla grande anche avendo a disposizione solo uno dei paesi più poveri al mondo da mungere. A poter fare quel che si vuole di un intero paese e dei suoi abitanti per decenni, il modo di guadagnarci bene si trova comunque, ancora di più se nessuno al mondo se ne preoccupa o ci fa caso.

Per questo si può considerare che la mossa di bloccare Facebook si sia rivelata nefasta proprio perché ha attirato l’attenzione internazionale sul regime senza che vi fosse la necessità di rispondere a una minaccia reale. Adesso lo sanno anche in Tagikistan: puoi ammazzare centinaia di persone e non ti calcolerà nessuno se sei un dittatore che sa stare al mondo e nelle alleanze giuste, ma se tocchi Facebook o qualche vacca sacra di Internet ti guardano subito tutti malissimo.

Pubblicato in Giornalettismo

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