L’uomo invisibile d’Algeri

Posted on 23 novembre 2012

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L’Algeria resta opaca anche agli esperti. Tra i Global Intelligence Files, la raccolta di file estratti dalla posta di Stratfor, una compagnia statunitense d’intelligence o di “spie” mercenarie, c’è una serie di scambi che testimoniano un certo interesse per il paese, motivato dalla presenza di un cliente che chiede all’agenzia quanto sia opportuno un grosso investimento ad Orano e a quale ambiente politico l’azienda dovrà far fronte.

L’agenzia in questo caso non sembra poter offrire al cliente molto di più di quello che si può ricavare dalla lettura dei giornali e dal data mining attraverso internet, tanto che l’analisi finisce poi per svilupparsi attorno a un presunto dualismo tra il presidente algerino e il suo capo dei servizi segreti, il leggendario generale Mohammed (Toufik) Mediene, che da decenni guida i servizi e la repressione algerina dall’ombra e che ormai è abbastanza avanti con l’età, essendo del 1939.

Fama di spietato, Mediene è da sempre la presenza invisibile del potere algerino, il pugno di ferro del regime, al tempo stesso sostegno irrinunciabile per il presidente Bouteflika e minaccia per chiunque nel suo entourage si sia trovato a incrociare i suoi passi. Secondo gli analisti di Stratfor sarebbe stato proprio Mediene ad aver organizzato la modesta “primavera araba” nel paese, dalla quale Bouteflika è uscito vincitore andando incontro alle richieste delle modestissime folle.

Le ricostruzioni di Stratfor sembrano intese a confermare idee precostituite, anche perché le proteste in Algeria sono state sensibilmente più corpose di come ricostruiscono e perché a lato dell’evento principale i servizi e la polizia algerina hanno lavorato stroncando qualsiasi spontaneismo. Togliere lo stato d’emergenza, una mossa che a Stratfor leggono come difesa dei “civili” a disarmare Mediene e i suoi, non ha impedito al regime di condurre una dura campagna repressiva e preventiva che ha silenziato qualsiasi protesta.

Eppure il paese, formalmente una democrazia, ha una composizione anagrafica che gli consegna una grande maggioranza di giovani mediamente istruiti e disoccupati, priva di grandi speranze, ma con la consapevolezza di essere cittadini di un paese ricchissimo nel quale una classe dirigente corrotta si ruba tutto lasciandoli nella miseria. A bilanciare questa spinta c’è il ricordo ancora fresco in molti dei massacri degli anni ’90, quando gli stessi uomini del regime di oggi spianarono il radicalismo islamico a botte di stragi, retate e torture.

Mediene è effettivamente un personaggio misterioso, di lui esistono solo due immagini che circolano senza nessuna conferma ufficiale. Appare alle cerimonie pubbliche come i funerali, ma nessuno lo riprende mai, anche la televisione si dimentica sempre d’inquadrarlo e con il citizen journalism non va meglio, anche i tentativi collettivi di provare a far luce sul mistero sono andati frustrati. Una segretezza che insieme all’evidente accentramento di potere reale nelle sue mani, lo ha portato ad essere accusato di legami e attività inconfessabili con al Qaeda nel Maghreb e persino con il Mossad dalla vox populi.

Niente che lo possa turbare, trattandosi di persona rodata che è arrivato ad occupare quel posto dopo una lunga carriera cominciata con un corso di studi presso il KGB sovietico a Mosca, scuola che ha formato alcuni tra più tosti e determinati autocrati che hanno esteso il loro successo personale in patria ben oltre il crollo dell’URSS.

Il regime algerino non è mai stato monolitico e il fatto che la lotta tra bande a un certo punto si sia sublimata nel godimento della rendita proveniente alla corruzione ha di fatto penalizzato il paese e impedito ogni ricambio. L’Algeria soffre ancora il trauma dei massacri contro i fondamentalisti islamici e il vero e proprio terrore scatenato dal regime contro gli islamisti di qualunque genere, tanto che è opinione comune che solo i più giovani tra gli algerini possano scendere in piazza liberi dal timore di riaprire un ciclo di violenze temuto da chiunque abbia vissuto il periodo del terrorismo incrociato tra estremisti islamici e le squadre della morte governative.

La situazione, per quanto apparentemente stabile, rimane pericolosa per il paese, che perde un’occasione dietro l’altra e che sembra condotto da un governo del tutto insensibile a quanto accade oltre le frontiere, anche se poi non è affatto così. Questa ad esempio è l’immagine che gli algerini hanno opposto alle pressioni di Clinton e Hollande affinché il potente esercito algerino presti una mano a sloggiare i qaedisti che si sono piazzati nel Mali settentrionale e hanno dichiarato l’emirato in mezzo alle sabbie appena al di là della frontiera algerina.

La lotta per la successione ai due grandi vecchi dell’Algeria, che appassiona tanto Stratfor, difficilmente potrà scalfire l’integrità del regime e, ancora più difficilmente, potrà aprire la via al potere a una classe dirigente tanto più giovane o che sia espressione di qualcosa di diverso dai quadri cresciuti all’ombra dello stesso regime, che in mezzo a tante incertezze ha mostrato in più di un’occasione una singolare unità d’intenti quando si è trattato d’affrontare qualsiasi minaccia diretta o indiretta al suo sistema di potere.

Pubblicato in Giornalettismo

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