Un paradiso al guinzaglio

Posted on 29 ottobre 2012

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Una crescita economica da record e una delle popolazioni più povere del Commomwealth. Il paese deve il suo nome al navigatore spagnolo Yñigo Ortiz de Retez, che passando da quelle parti nel 1500 ebbe l’impressione che gli abitanti dell’isola assomigliassero molto a quelli delle colonie spagnole della Guinea e battezzò così Nuova Guinea l’intera isola maggiore a Nord dell’Australia e immediatamente a Sud dell’Equatore.

L’isola venne poi divisa dai colonizzatori in tre territori, la parte occidentale occupata dagli olandesi della relativa Compagnia delle Indie Orientali e quella orientale che ospitava a Nord una colonia tedesca e a Sud una britannica. La seconda guerra mondiale semplificò la geografia politica dei luoghi, con la parte Ovest poi assorbita dall’Indonesia con un referendum-truffa e la parte Est data in amministrazione all’Australia fino al 1975, anno dell’indipendenza. Come la parte occidentale (West Papua o Irian Yaya) anche Papua Nuova Guinea (PNG) è ricca di risorse naturali, dal legname delle foreste tropicali che la ricoprivano interamente, fino ai giacimenti di minerali, tanto ricchi da annoverare ad esempio la più grande miniera d’oro del mondo nella parte occidentale, sfruttata per decenni approfittando della presenza di amministrazioni deboli e la soppressione di qualsiasi contrarietà locale.

Gli abitanti locali in effetti non sono pochi, grazie a  un deciso incremento demografico registrato quando nell’isola fu introdotta la patata dolce, circa sei milioni e quasi tutti autoctoni, con poche decine di migliaia di stranieri provenienti da vari paesi. Patata preziosa nella dieta di una popolazione che ancora oggi è al 85% dedita alla mera agricoltura di sussistenza, con più di un terzo che vive con meno di un dollaro e un quarto al giorno. Il resto della popolazione sembra molto attivo, al punto che il paese l’anno scorso è stato il settimo al mondo per tasso di crescita.

Trainata dai prezzi dei minerali, ma accompagnata anche da un’evidente volontà della classe dirigente di aumentare l’export di materie prime e a testimoniarlo basta il dato sulla deforestazione, dal 1972 al 2002 ha perso un quarto delle foreste e al ritmo attuale rimarrà con meno della metà di quelle che erano negli anni ’70 non più tardi del 2001. Il governo attualmente si sta indebitando per costruire infrastrutture, strade, per aprire allo sfruttamento le regioni più remote, in una partita di giro al termine della quale è chiaro a tutti che rimarranno molti soldi a quelli del 15% e lande desolate a a quel 85% che di grandi aree deforestate non sa che farsene.

Paradossalmente in PNG la terra non è privatizzata o privatizzabile, solo un 3% del territorio è di proprietà privata, il resto appartiene alle diverse comunità tradizionali, tutelate nella costituzione, in teoria fortemente votata alla protezione dei territori d’elezione contro le numerose concessioni di sfruttamento distribuite dai governi. Comunità che sono davvero tante, se è vero che sono state censite 841 lingue diverse, 11 delle quali ormai estinte e che solo il 18% della popolazione vive in città.

Questa varietà è anche frutto di grandi divisioni e rivalità, che tradizionalmente hanno aiutato i tutori stranieri nell’ottenere quanto desideravano senza grosse difficoltà nel trovare alleati locali utili ai loro scopi. Divisioni testimoniate anche da dato elettorale, che spesso ha visto il partito di maggioranza relativa non  arrivare al 15% e vincere comunque le elezioni conquistando la maggioranza dei seggi grazie al sistema elettorale. Una situazione che ha portato inevitabilmente anche a frequenti dispute e crisi istituzionali.

Grossi grattacapi sono venuti poi dalle voglie secessionistiche di quelli dell’isola di Bouganville, che per due volte hanno tentato la secessione violenta e per due volte sono stati repressi, l’ultima volta nel 1988, innescando un conflitto che ha fatto 20.000 vittime. Non male per i nemmeno 200.000 abitanti dell’isola e nemmeno per le forze “multinazionali” mandate a risolvere la questione, poi sedata soprattutto con la concessione di una vasta autonomia.

La PNG è oggi un po’ “il cortile di casa” dell’Australia, un posto dove Canberra piazza basi militari e centri di detenzione per i migranti in cerca d’asilo in Australia. O ancora un paese nel quale le sue compagnie, e quelle multinazionali, arruolano mercenari per ridurre a miti consigli i lavoratori scioperanti o i gruppi tribali che s’oppongono al progresso. Gli australiani hanno rapporti molto stretti con i governi di Port Moresby e il jet-set locale è periodicamente gratificato dalle visite dei reali britannici e dagli avvocati delle corporation con le valigette piene di progetti per lo sfruttamento delle risorse naturali del paese.

Le tensioni sociali non sono tuttavia soffocate da un particolarismo timido, non sono infrequenti le sollevazioni locali anche violente e nel 2009 c’è stata persino una violenta esplosione di odio anti-cinese, con la minoranza cinese finita sotto accusa più per la pesante invadenza di alcune compagnie cinesi che per odio verso il modesto numero di cinesi che risiede sull’isola, più o meno stabile da secoli. Pur non mancando l’interesse per lo sviluppo sostenibile e una popolazione tutto sommato sensibilizzata sulle questioni ecologiche e fortificata da un sistema educativo consistente ed efficiente, il territorio resta uno dei più preziosi e allo stesso tempo minacciati al mondo.

Mari da favola, l’unico paese al mondo dove nevica all’Equatore, una varietà di climi e una ricchezza floro-faunistica con pochi paragoni, in buona parte ancora inesplorata e serbatoio una di biodiversità abbondante e unica, la PNG nelle foto dallo spazio oggi brilla di verde accanto al giallo dei deserti australiani e sa che ad esempio quel verde vale un capitale che sul lungo periodo rende molto di più di quanto non si possa ricavare oggi, segando tutto e vendendo il legname. Foreste che tra l’altro ospitano ancora tribù poco o per nulla conosciute e una varietà biologica dal valore incalcolabile. Resta da vedere se questa consapevolezza riuscirà a compensare o rimediare la scarsissima coesione del corpo sociale, che deve far fronte a interessi economici che al contrario sono molto coesi e che possono contare sul sostegno internazionale e su quello degli storici referenti coloniali.

Pubblicato in Giornalettismo