Haji, per molti, ma non per tutti

Posted on 28 ottobre 2012

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Nell’Haji l’Islam si ritrova unito nei luoghi dove Maometto e Abramo vissero i loro tormenti mistici, che da allora sono un po’ cambiati

Sicuramente Maometto non aveva in mente sviluppi tanto sensazionali quando riuscì a convincere i sacerdoti del culto pre-islamico che dominavano la Mecca ad abbracciare la sua predicazione. E probabilmente nemmeno quando istituì il pellegrinaggio obbligatorio, quello che ogni buon musulmano che non sia troppo povero o troppo menomato deve compiere almeno una volta nella vita, immaginava per il futuro un evento di massa com’è diventato oggi. Altra questione è se la versione dell’Haji apparecchiata dai Saud incontrerebbe il suo favore, ma è discussione che è giusto riservare agli scolari musulmani e alle loro dotte dissertazioni.

A far diventare la Mecca quello che è oggi hanno contribuito alcuni accidenti imprevisti della storia, primo fra tutti la cacciata degli ottomani e la consegna del paese nelle mani dei Saud da parte dei britannici nel 1927. Un’altra svolta influente l’ha offerta il 1938, quando nel paese è stato scoperto il petrolio, rivelando le maggiori riserve al mondo e fornendo i sauditi di una rendita senza pari. Ma è stato il 1979 l’anno che ha impresso la vera svolta, quando un gruppo d’islamisti sauditi dissidenti armati ha preso il controllo della Mecca scatenandovi una battaglia mai vista, durata due settimane e costata centinaia di vittime. I giovani fanatici, guidati da una coppia di fratelli che vestivano rispettivamente i panni di leader politico e di reincarnazione del Profeta, erano assai critici con la dinastia dei Saud, con la loro corruzione e con la rilassatezza dei costumi e avevano raccolto un seguito preoccupante.

La rivolta fu sedata con la consueta brutalità dai Saud, che decisero di precedere i fanatici e implementarono una visione locale del’Islam sempre più stretta, giungendo a spedire i giovani indottrinati a combattere in Afghanistan e finanziando le madrasse dell’islamismo radicale ovunque ce ne fosse l’occasione. La trasformazione dei Saud e la loro auto-investitura religiosa è culminata con la rinuncia al titolo reale in luogo di quello di “custode dei luoghi santi” e con l’investimento di cifre enormi alla Mecca.

La maggior parte dei capitali sauditi è assorbita dalla famiglia reale e prende la via dell’estero, ma l’aumento della popolazione ha comunque posto un severo problema alla monarchia, che fatica ad impiegare i sudditi in un’economia che si regge sul lavoro di un enorme numero d’immigrati e che si è ritrovata con milioni di giovani privi di lavoro, con poche speranze e pochi soldi in tasca, una minaccia evidente alla stabilità del regno.

Investire parte dell’enorme surplus commerciale nell’aumentare il flusso dei pellegrini alla Mecca è diventato quindi occasione di esibire impegno agli occhi dei musulmani e allo stesso tempo di creare posti di lavoro per i sauditi, che solo tra la Mecca e la vicina Jedda sono ormai la bella cifra di sette milioni.

L’Haji però resta una sfida, perché se da un lato la modernità ha portato qualche centinaio di milioni di musulmani a potersi permettere il viaggio, il rito si può svolgere solo in una finestra temporale di cinque giorni all’anno e li occupa tutti. La Mecca, che oggi accoglie tra i due e i tre milioni di pellegrini all’anno per l’Haji, non è ancora fisicamente  in grado di soddisfare la domanda e il business ha ampi margini di crescita. Il problema posto dall’impossibilità fisica  per un tale numero di pellegrini di compiere il rito nel tempo previsto, è stato risolto stravolgendo i luoghi della tradizione e dilatando gli spazi in maniera che non può che lasciare perplessi. L’esempio più rivelatore, ancora di più dell’enorme Mecca Tower dei Bin Laden che incombe sulla grande moschea, che a sua volta negli anni si è mangiata i dintorni ed è cresciuta un piano dopo l’altro, è la modifica che ha interessato i pilastri di Jamarat.

I buoni pellegrini devono tirare pietre a ciascuno dei tre pilastri, a simboleggiare il triplo rifiuto delle tentazioni del diavolo da parte di Abramo, che gli tirò i sassi su consiglio dell’arcangelo Gabriele. Impossibile per decine di migliaia di persone alla volta, difficile persino rimuovere le montagne di (piccoli) sassi attorno ai pilastri e allora si è resa necessaria una modifica radicale dei luoghi. Oggi i pilastri di Jamarat sono tre lunghi muri ovali con ampie vasche di raccolta per le pietre alla base e sono presenti su tutti e cinque livelli (ne sono previsti fino a 12) del Ponte di Jamarat, lungo 800 metri e largo 100.

Pare che per i chierici sauditi, normalmente molto restii alle innovazioni, basti che gli enormi simulacri degli antichi pilastri siano sulla verticale degli originali. Il nuovo assetto dovrebbe anche limitare i rischi di tragedie, come ne sono capitate di frequente quando improvvisi movimenti delle compattissime folle di pellegrini, hanno lasciato una strage al loro passaggio.

Il governo gestisce quindi il pellegrinaggio nei minimi particolari e l’allarme per la sicurezza è al massimo durante l’Haji, con controlli video ossessivi, doganieri inflessibili e video-sorveglianza ubiqua. i sauditi sono molto rigorosi e ogni anno si verificano problemi con i pellegrini di questo o quel paese. Il grosso degli arrivi giunge infatti con viaggi organizzati, ovviamente su base nazionale, che il governo saudita tende a considerare in blocco. Quest’anno ad esempio il governo ha predisposto una tabella oraria divisa per nazionalità per accedere alla sassaiola di Jamarat, un provvedimento che ha destato perplessità, ma che i sauditi dicono essere fondamentale perché ci sono sempre un sacco di pellegrini che alla fine del ponte si perdono e perdono i contatti con i loro gruppi, vagando per ore in quel mare di persone tutte obbligatoriamente vestite solo di teli bianchi.

Difficile anche trovare il proprio alloggio nel mare di 40.000 tende bianche climatizzate che ora occupano quella che un tempo era una landa desolata, e ogni contrattempo sofferto dai pellegrini è una perdita del flusso massimo del sistema che i sauditi devono ottimizzare. Ci sono poi anche problemi di altro tipo, quest’anno ad esempio sono state respinti all’ingrosso numerosi gruppi di nigeriane, in quanto prive di un parente “accompagnatore”, obbligatorio per le donne musulmane nel regno. Un provvedimento che in realtà sarebbe rivolto a impedire l’arrivo di prostitute mescolate ai pellegrini, come conferano altre espulsioni di nigeriane per altri motivi, ma non si può dire.

Diversa invece la questione con l’Uganda, c’è un divieto assoluto per i pellegrini ugandesi quest’anno, perché i sauditi dicono che in Uganda c’è l’Ebola. L’Uganda dice che il paese è stato dichiarato libero dall’infezione in luglio, ma i sauditi non ci sentono, storicamente sembrano temere molto l’esplosione di epidemie, che vista la promiscuità dei fedeli e le temperature potrebbero avere effetti pericolosissimi. In mezzo ci sono 900 ugandesi che ha pagato quasi tremila dollari a testa per viaggio e soggiorno e che ora è rimasto a casa e con le tasche vuote.

Il futuro dell’Haji è quello di crescere in teoria all’infinito fino a che i Saud non decideranno che basta o fino a che le evoluzioni della storia produrranno qualche evento capace di dare una svolta diversa alla sua storia. Oggi per i non musulmani l’HaJi rappresenta solo uno  spettacolo affascinante di masse umane impegnate in spostamenti sincronizzati e organizzati senza eguali al mondo. Eppure, leggere e misurare quei movimenti, notare le statistiche nazionali dei pellegrini, l’andirivieni dei capi di stato e ministri e le cronache bagatellari del pellegrinaggio, equivale in una certa misura a tastare il polso all’Islam e ai suoi rapporti con la monarchia saudita. Un esame quanto mai opportuno quanto trascurato, tanto durante la War on Terror che all’esplosione delle primavere arabe, nonostante i Saud abbiano fatto da tempo della Mecca il fulcro delle relazioni panislamiche.

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Pubblicato in Giornalettismo

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