Israele a tutta destra

Posted on 26 ottobre 2012

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Israele fa orecchie da mercante a condanne e critiche e alla fine l’Occidente ha rinunciato persino alla tradizionale pantomima, e i palestinesi sono scomparsi, richiusi nei ghetti costruiti per loro dagli israeliani. Mario Monti e un buon seguito di ministri visitano il paese, mentre Lieberman e Netanyahu annunciano un matrimonio con i botti 

Proprio mentre mezzo governo italiano è in visita nel paese, il premier Neanyahu e il ministro degli esteri Lieberman hanno annunciato che alle ormai prossime elezioni i rispettivi partiti, Likud e Yisrael Beiteinu, si presenteranno in tandem all’interno di una coalizione, “non un partito, ma una lista unica“. La mossa secondo alcuni sondaggi dovrebbe permettere ai due partiti di passare dagli attuali quarantuno seggi a circa 50 nella prossima Knesset. Secondo Netanyahu la mossa stabilizzerà e renderà più forte il prossimo governo, sottinteso il loro, e quindi Israele.

L’alleanza però è inquietante e la fiducia riposta nel superamento dell’attuale somma algebrica dei due partiti è da prendere al netto della propaganda politica e con ampio beneficio d’inventario. Netanyahu e il suo Likud rappresentano un partito di centro laico e nazionalista in Israele, Lieberman e il suo partito l’estrema destra più becera, portatrice di un plateale razzismo anti-islamico e sostenitrice della politica del fatto compiuto e dell’impiego sistematico dello strumento militare israeliano, senza paragone nella regione.

Una politica che ha i suoi sostenitori nella maggioranza degli israeliani, che dopo anni di terrorismo psicologico sistematico da parte delle destre vede pochissimi israeliani a sinistra e una minoranza sempre più sottile che preferisce il dialogo al bombardamento degli arabi. Già oggi il governo Netanyau, una coalizione nella quale oltre all’estrema destra di Lieberman ci sono anche due partiti che rappresentano il più puro e suprematista fanatismo religioso, e il governo ha sposato politiche platealmente illegali nei confronti dei palestinesi e discriminazioni sempre più evidenti verso gli israeliani di origine araba, oltre ad introdurre un ulteriore livello di discriminazione tra ebrei diversamente puri e devoti. L’Israele laica dei kibbutz appartiene ormai alla preistoria israeliana.

Una xenofobia che ha alimentato da un lato la compressione dei palestinesi in spazi sempre più ridotti e il dilagare della colonizzazione illegale della West Bank e dall’altro una bruttissima campagna contro gli “infiltrati”, che sarebbero gli immigrati illegali, qualche decina di migliaia di eritrei e sudanesi in fuga dalla guerra nei loro paesi, oggetto di una campagna razzista senza precedenti e infine di veri e propri pogrom. Proprio in questi giorni il procuratore generale ha risposto a una richiesta di alcune organizzazioni per i diritti umani che nessun ordine è stato trasmesso, e quindi nessun provvedimento implementato, dopo che il ministro degli interni Eli Yishai ha annunciato che tutti i sudanesi sarebbero stati espulsi entro il 25 ottobre. Sfrenate dichiarazioni, ineguagliate persino dai migliori razzisti europei e americani, figurarsi i ministri. Esempio che hanno prodotto aggressioni assassine da parte di bande di minorenni contro arabi e stranieri, un problema squisitamente culturale che segnala l’esistenza di una scuola e di un’ideologia radicate e dominanti.

Già nei mesi scorsi il governo ha provato ad organizzare espulsioni di massa verso il Sud Sudan, ma ha dovuto rinunciare. Se in Eritrea e in Sudan ci sono dittature e situazioni che rendono impossibile rispedirvi i rifugiati, che in realtà sarebbe doveroso accogliere, non è escluso che a qualcuno sia venuto in mente d’intenerire o minacciare il presidente sudanese al Bashir, che proprio in queste ore ha lamentato il bombardamento di una fabbrica di munizioni da parte di aerei israeliani. Israele dice che al Bashir è cattivo e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale e che per di più lascia che il suo territorio sia usato dagli iraniani (?) per far arrivare armi a Gaza.

Amos Gilad ha detto alla radio dell’esercito israeliano che il leader sudanese è un criminale e che aiuta il terrorismo, aggiungendo che l’aviazione Israeliana è una delle aviazioni più prestigiose del mondo, chi voleva capire ha capito. Eppure al Bashir ha tanto collaborato alla War on Terror da raccogliere il plauso della CIA, per la quale i suoi servizi hanno gestito rendition e interrogatori. Ingrati.

Un’occhiata alla cartina geografica rende bene l’idea di quanto possa essere poco plausibile un’accusa del genere, ma agli occhi degli israeliani è perfettamente lecito bombardare un paese sovrano, per di più rifiutando di ammettere, ma non negando, di averlo fatto. Così com’é lecito mandare squadre di assassini all’estero ad uccidere i palestinesi negli alberghi o per strada. Che si tratti di atti illegali e irresponsabili è invece evidente e non solo perché ora un qualsiasi attacco di matrice sudanese a interessi israeliani nel mondo sarebbe una risposta motivata e legittimata da questa azione, che si pone al di fuori delle leggi e delle consuetudini che regolano i rapporti tra stati. Uno stato d’eccezione che Israele difende con le unghie e con i denti fidando soprattutto sul potere di veto all’ONU dell’alleato americano.

Avigdor Lieberman però è considerato da buona parte degli israeliani, e soprattutto della diaspora ebraica, come un razzista e un neo-fascista guerrafondaio (eg. Martin Peretz su THe New Republic), un impresentabile, opinione condivisa da molti politici occidentali a destra come a sinistra, e non solo per il suo passato di estremista nel Kach di Rabbi Kahane, formazione poi messa al bando per il suo stomachevole razzismo, o per il suo attuale zelo da colono. Lieberman si è dimostrato più volte indegno di sedere nei consessi internazionali e molti israeliani sperano semplicemente che sia messo fuori gioco da qualcuna delle diverse inchieste che lo inseguono da anni, visto che non appare un mostro d’onestà. Tuttavia il suo matrimonio con Netanyahu e l’ipotesi di una premiership a rotazione una volta conquistata la maggioranza è da considerarsi una reale minaccia alla stabilità della regione e, secondo molti, alla stessa sicurezza d’Israele.

Il progetto peraltro si basa su una solida base di consenso, se è vero che un recente sondaggio tra i cittadini israeliani ha rilevato un consenso maggioritario per l’apartheid (definito proprio con quesoto termine) dei palestinesi, per la loro segregazione in spazi sempre più ridotti nella West Bank e persino per l’ipotesi che i cittadini arabi d’Israele abbiano meno diritti di quelli ebrei. Il 59% ritiene che ai cittadini ebrei vada riservata una preferenza negli impieghi pubblici,  il 47% vorrebbe che fosse tolta la cittananza agli israeliani arabi, il 58% riconosce l’esistenza di un regime d’apartheid e trova congruo e non fastidioso il termine, il 50% ne riconosce l’esistenza in diversi settori, mentre solo il 31% lo nega. La maggioranza degli israeliani inoltre non vuole l’annessione della West Bank, ma nel caso non concederebbe il diritto di voto ai palestinesi, segno che l’ambiguità e l’illegalità nelle quali ha vissuto finora l’avventura coloniale israeliana oggi è preferita a qualsiasi accordo di pace o soluzione definitiva che offra ai palestinesi la dignità di cittadini, sia di uno stato palestinese o di quello israeliano. E pensare che secondo la posizione ufficiale del governo israeliano chi parla d’apartheid è ufficialmente antisemita e non merita risposta.

Inquietante, ma non abbastanza da impedire che in questi giorni in Israele si tenga la maggiore esercitazione militare israelo-americana di sempre Austere Challenge 2012, un gentile e visibile segno di sostegno da parte di un Obama che va alle elezioni  che da Netanyahu finora ha ottenuto solo rifiuti e risposte sprezzanti, da Lieberman anche peggio.

Il governo italiano si comporta alla stessa maniera e firma accordi di partecipazione mentre Netanyahu , nella gloriosa tradizione di Piombo Fuso e altre operazioni simili, fa campagna elettorale bombardando Gaza e il Sudan, mentre in mancanza di meglio, continua ad agitare istericamente la minaccia iraniana. Iran contro il quale Netanhyahu ha già inviato attacchi informatici e squadre di assassini ad uccidere diversi scienziati, che però non sono i Mengele nazisti, ma semplici fisici che nessuno ha neppure dimostrato che siano coinvolti in un programma nucleare bellico. Questione che comunque non si risolve ovviamente con crimini del genere, se non fosse che all’elettorato israeliano piacciono molto e fanno sentire che al governo non ci sono dei mollaccioni. Per le leggi internazionali restano comunque dei crimini, ed è facile pensare alla sollevazione delle cancellerie e dei veri democratici se un paese volesse espellere gli ebrei o privarli della cittadinanza, se bombardasse di virus informatici e di bombe vere un’Israele militarmente inerme come lo sono il Sudan e l’Iran o ancora se imponesse agli ebrei di vivere da decenni in aree recintate riservandosi di uccidere i più pericolosi e ribelli come nel tragico tiro al piccione degli “omicidi preventivi”

Monti e i nostri ministri, come altri, invece non si sono scomposti per nulla e dalla RAI è filtrato il ritratto di una visita espunto della questione palestinese, così pure come del recente assalto (illegale) in acque internazionali della nave umanitaria Estelle, diretta a Gaza. Quello di Monti è stato un vertice “business oriented”, quindi non è il caso di disturbare con la lagna dei crimini contro l’umanità o di chiedere a Netanyahu quale folle politica stia perseguendo. “L’obiettivo e’ portare avanti quella ‘diplomazia economica’ voluta dal Governo del professore per promuovere iniziative volte a facilitare i contatti delle imprese italiane, in particolare le Pmi, con i possibili partner oltrefrontiera, con la presenza, insieme alla delegazione governativa, anche di start up nel settore dell’Information Technology e rappresentanti della comunità scientifica.”

Start up, mica bruscolini, ma c’è tempo anche per la politica estera: ” l’Italia, grazie ai suoi buoni rapporti con i nuovi governi della “primavera araba”, probabilmente offrirà a Israele una sponda per cercare un riavvicinamento con quei paesi”. Per i palestinesi invece va bene l’apartheid e vanno bene i ghetti sempre più piccoli nei quali sono rinchiusi dal dilagare delle colonie in West Bank, dal proliferare di “strade riservate” loro e persino dallo sgombero degli abitanti da alcune aree per farne terreno per le esercitazioni dell’esercito. La “sicurezza” innanzi tutto e poi con i “terroristi” non si sa mai, anche se sono anni che non fanno attentati potrebbero sempre ricominciare, sarà per questo che Israele continua a tenerne prigionieri a migliaia grazie a regole personalizzate e autogestite che hanno pochi eguali al mondo.

L’importante è tenere presente che il nostro paese non è tra quelli che fanno del rispetto dei diritti umani una questione tale da disturbare gli affari, in fondo il nostro paese non emette un fiato neppure contro i tiranni del Golfo e ha sostenuto Gheddafi fino all’ultimo respiro, nemmeno Roma ha molti titoli per andare a moraleggiare a Tel Aviv.

Un panorama talmente fosco che non c’era davvero bisogno d’aggiungerci l’ufficializzazione dello scivolamento a destra del Likud, anche se forse si tratta di un passaggio chiarificatore del quale c’era bisogno perché anche i più distratti notassero la nuova realtà, che marca un’altra tappa nello scivolare (molto) a destra della società israeliana, fino a immergersi nella barbarie del razzismo. Forse un esito inevitabile, per una società militarizzata e governata per tutta la sua storia da ex generali e che ha sempre coltivato la superiorità militare come strumento di autoaffermazione e che ora non riesce a trovare la fantasia, e soprattutto il coraggio, per darsi opzioni che vadano oltre il continuare illegale sopraffazione e occupazione dei vicini più prossimi.

Pubblicato in Giornalettismo

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