La silenziosa agonia del Bahrein

Posted on 6 ottobre 2012

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Dal 14 febbraio del 2011 buona parte del paese protesta contro la monarchia feudale degli al Khalifa, da allora anche la repressione scientifica del movimento non-violento procede imperterrita.

In Bahrein c’è una monarchia assoluta e il primo ministro è da 40 anni lo zio del re. Gli Al Khalifa sono sunniti, la maggioranza della popolazione è sciita e fin dall’indipendenza del paese è rimasta sotto il tallone di un regime feudale e discriminatorio. Se i reali hanno potere di vita e di morte su tutto, i sunniti vivono favoriti e agli sciiti restano le briciole. Ma soprattutto nel paese non c’è traccia di democrazia, tutto si decide a palazzo, anche come distribuire le ricchezze del paese.

Nell’ultima settimana sono stati uccisi due manifestanti e molti altri sono stati arrestati. Ali Hussain Yousuf Ni’ma aveva diciassette anni ed è stato colpito da una fucilata caricata a pallini e poi malmenato a lungo, quando è stata chiamata un’ambulanza era morto. La protesta alla quale stava partecipando era pacifica, il corteo del suo funerale è stato attaccato con i lacrimogeni e disperso. In carcere è morto anche un altro giovane,  Mohammad Mushaima, che dopo mesi di detenzione e di torture è stato dichiarato deceduto per anemia. In carcere sono e restano anche medici e paramedici ai quali sono recentemente state confermate condanne draconiane, colpevoli di aver curato e soccorso i feriti negli ospedali dove accorrevano dopo essere stati aggrediti dai governativi. Intanto la catena di supermercati  “24 Hours”, che appartiene alla famiglia sciita degli Jawad, ha subito il sessantunesimo assalto in 19 mesi, non male per un paese nel quale il crimine non esiste, se non che a compiere gli assalti sono bande di persone accompagnate dalle stesse forze dell’ordine, su YouTube ci sono diversi video che documentano la tattica di questi assalti.

Proprio oggi Nabeel Rajab, un attivista pro diritti umani condannato a 3 anni di carcere per nulla, ha annunciato lo sciopero della fame, della sete e delle medicine se non potrà accompagnare la madre defunta alla tomba. Rajab era stato scarcerato, ma il fatto che abbia rivolto un discorso ai presenti alla veglia per la madre lo ha riportato immediatamente in cella. Non è l’unico, tutti gli attivisti pro-diritti umani sono finiti in carcere per periodi più o meno lunghi, tutti indubbiamente detenuti politici.

La famiglia reale non potendo contare sulla bellicosità della minoranza dei correligionari ha provveduto importando ex militari pakistani e ponendoli al comando di un esperto americano, che si era segnalato per la dura repressione delle manifestazioni. Questo team multinazionale opera protetto dalle truppe saudite, già accorse lo scorso anno al salvataggio della monarchia, che neppure era minacciata. All’epoca i manifestanti chiedevano, ingenui, di partecipare in qualche modo all’amministrazione e alcune riforme davvero timide. Oggi molti vogliono la fine della monarchia o almeno di questa monarchia.

Gli ingenui si sistemarono nella famosa Rotonda della Perla, come avevano visto fare agli egiziani in piazza Tahrir. La piazza ospitava il monumento che era l’orgoglio del re e la cosa non gli deve essere piaciuta, tanto che dopo qualche tempo ha deciso di mandare i soldati a sparare sulla folla e a sgomberare la piazza. Tanto gli ha dato fastidio che ha fatto radere al suolo il monumento, facendo ritirare persino le monete che lo raffiguravano, e la posto della rotonda ha fatto costruire un incrocio mai visto a sei strade. Dopo di che ha spianato un buon numero di moschee sciite e ha spezzato le reni ai dimostranti con ampio uso di torture e di rappresaglie di ogni tipo, primo tra tutti il licenziamento per qualche migliaio di sventurati che si erano uniti alla protesta. L’improvvisa baldanza fu comprensibilmente motivata da una colonna di militari sauditi mandata in suo soccorso dai Saud, che non possono certo tollerare che si parli di detronizzare i sovrani del Golfo

A quel punto però gli è saltato il Gran Premio di Formula 1 e ha dovuto affrontare la dura realtà: non può esagerare senza mettere in imbarazzo i partner d’affari e in difficoltà l’alleato americano, che in Bahrein ha la base della Quinta Flotta e che anche nei giorni scorsi si è detto “concerned” per la situazione per bocca di Victoria Nuland. Per porre rimedio gli Al Khalifa hanno arruolato diversi lobbysti statunitensi, esperti per la gestione dell’immagine e giornalisti stranieri. Già, mentre ai giornalisti stranieri era proibito l’ingresso al paese, il regime invitava un gran numero di selezionati giornalisti specializzati a parlare delle bellezze e delle potenzialità del Bahrein.

Da allora il modello repressivo si è evoluto in un’opera costante di caccia e a bassa intensità e allo sciita. Tutte le notti gli uomini del regime attaccano i sobborghi sciiti vandalizzandoli, distruggendo le auto e sparando una quantità incredibile di gas lacrimogeni. Quando hanno  finito la fornitura di gas lacrimogeni americani, poi il regime ha comperato uno stock in Brasile e una volta finiti anche questi ora ne usa un tipo che non riporta alcuna indicazione di fabbrica. Quando è stato il momento di consegnare una fornitura militare A Manama, il governo americano l’ha sbloccata dicendo che avrebbe ottenuto di più dandogli le armi che negandole, anche se così c’è da chiedersi perché allora per l’Iran e altri paesi valga il contrario.

Tanto è bastato alla “comunità internazionale” e agli esportatori di democrazia per dimenticarsi del Bahrein e infatti quest’anno si è tenuto il Gran Premio nonostante la situazione fosse la stessa dello scorso anno con 12 mesi di vittime in più. Il regime ha istituito una commissione internazionale che ha effettivamente rilevati i crimini della dittatura e ha “suggerito” correttivi, il re ha detto che avrebbe provveduto e tutto è rimasto come prima, comprese le condanne a morte, gli omicidi e il resto del menu già descritto. Tanto è bastato, il circo della Formula 1 è sbarcato e ben pochi giornalisti hanno scelto di guardare quello che succedeva invece dei culi presenti sul circuito. Ancora meno le squadre e i piloti. Il presidente della Fia Jean Todt intervistato da La Repubblica ha dato la linea dicendo che:“Dove c’è la democrazia c’è la possibilità di manifestare“ e che quindi, mutatis mutandis, in Bahrein ci sarebbe addirittura la democrazia. Perfettamente allineato ad Ecclestone che ha detto che va tutto benissimo e che ha cacciato quei pusillanimi di meccanici che avevano osato obbiettare sulla sicurezza della corsa solo perché si erano trovati in mezzo a scontri dove volava di tutto.

Il regime del Bahrein gode di un tale favore mediatico che ha persino potuto permettersi di ritirare l’ambasciatore dalla Siria per protesta contro la repressione, mentre lui faceva sparare sui manifestanti inermi, perché in Bahrein i manifestanti non sono armati e non aggrediscono o uccidono nessuno. Eppure la situazione è molto chiara per chiunque, è la stessa cristallizzata già negli anni ’50 da un documentario di BBC che riproponeva già allora le questioni di oggi, identiche. La protesta degli sciiti non è quindi una novità e non è nemmeno ispirata dall’Iran, tuttavia non ha speranza di essere adottata dagli esportatori di democrazia, che nel Golfo stanno bene alleati con i tiranni che ci sono.

Se negli Stati Uniti e in Gran Bretagna se ne parla e se ne discute, nel nostro paese l’argomento sembra quasi tabù, una curiosità per pochi, anche se attorno al piccolo Bahrein in realtà si sta mettendo in discussione un modello autoritario che è quello di tutti i paesi del Golfo, nei quali le primavere sono state ovunque represse con estrema durezza e spargimento di sangue. Non risulta una sola nota di biasimo da parte della nostra diplomazia e peraltro nessuno degli italiani che lo hanno visitato durante il Gran Premio ha fiatato, tanto meno l’aspirante leader politico Montezemolo, che con quelle tirannie fa grossi affari vendendo i suoi prodotti di lusso. In Bahrein non ci sono Sakineh  o Yoani Sanchez che tengano, i blogger si possono torturare e imprigionare per anni, i manifestanti possono essere condannati a morte, si può anche scatenare lo squadrismo contro la popolazione ostile. Si può fare senza che le grandi democrazie s’indignino e s’impennino e il fenomeno è lo stesso che copre i crimini dei Saud e degli altri tiranni del Golfo, incredibilmente generosi quandosi tratta di spendere per comprare benevolenza e comprensione. Si può anche se tutto dipende dal diritto di un uomo solo su molti, un diritto che si fonda sulla complicità di altri tiranni, ma anche sull’imprescindibile tolleranza del mondo libero™, che non vede, non sente e non parla.

Pubblicato in Giornalettismo

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