Assange e la monarchia delle banane

Posted on 3 ottobre 2012

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“È un problema per Fredrik Reinfeldt, o per la Svezia, che il tipo di descrizioni che emergono della Svezia sulla stampa internazionale siano quelle di un paese con un sistema giudiziario da repubblica delle banane?”

Reinfeldt è il primo ministro svedese e all’intervistatore che gli ha porto questa domanda in televisione ha risposto che è normale che in certi casi si calunni il sistema giudiziario. Cioè non ha risposto, se non con una banale giravolta dialettica. Putroppo per lui è successo che il caso Assange abbia acceso i riflettori sul suo paese e che molti si siano accorti che il sistema penale svedese è abbastanza incivile per essere quello di uno dei paesi spesso indicati ad esempio paradisiaco. Un paese che non c’è più, se mai c’è stato.

In Svezia invece quando s’arriva alla giustizia penale ci si trova di fronte a un sistema profondamente influenzato dalla politica, dove persino i giudici laici sono scelti e nominati dai partiti e che offre ben poche garanzia agli imputati, tanto che la carcerazione preventiva è potenzialmente a tempo indeterminato e i procuratori la usano estesamente insieme a misure afflittive come l’isolamento e il divieto di comunicare con l’esterno e persino di vedere la televisione o leggere i giornali.

Tramontata la leggenda secondo la quale il processo contro Assange non poteva cominciare senza la sua presenza e quella che diceva impossibile la rogatoria, si è scoperto che i procuratori svedesi possono decidere come e quando se “vale la pena” presentare un caso alle corti. Nel frattempo possono detenere i non imputati come si diceva sopra. Proprio quello che è successo a Gottfrid Svartholm, uno dei fondatori di Pirate Bay, che è stato estradato dalla Cambogia e che quando è atterrato non è finito in carcere per scontare la condanna a un anno ricevuta per le questioni di Pirate Bay, ma è stato incarcerato in quanto possibile responsabile di un’attacco informatico a Logika ,che gestisce una buona parte di dati sensibili degli svedesi. Per la questione di Pirate Bay non doveva andare effettivamente in carcere, per quella di Logika può starci fino a che vuole il procuratore, che ormai ce lo tiene da più di un mese, mentre cerca le prove. E per cercare le prove ieri ha sequestrato i server di PeRiQuito AB (PRQ), gestore di server libertario che ospita chi cerca la protezione della legge svedese in tema di libertà di stampa, la stessa che per ironia della sorte ha attirato Assange e Wikileaks. Con questo intervento ha spento Pirate Bay (che ora non è illegale) e diversi altri siti che sicuramente rientrano tra quelli protetti dalla legge svedese, ma pare non importi molto al procuratore. Casualmente anche Wikileaks aveva materiale sul sito, che ora è nei dischi sequestrati.

Lo stesso procuratore Olin ha rivendicato la correttezza del suo operato: “È sospettato d’intrusione informatica. la corte ha stabilito che c’è il rischio che possa alterare le prove e che c’è il rischio che commetta ancora il crimine. Secondo il sistema svedese, quando le indagini preliminari saranno finite, deciderò se imputarlo (…) Nel sistema svedese è abbastanza per le persone essere detenute per questo quadro giuridicoi, e mi offre la possibilità d’impedirgli di avere contatti con altre persone. La curiosità è che già due persone sono state in galera perché sospettate dello stesso reato e uno dei due è stato anch’egli membro del gruppo che ha fondato Pirate Bay. Poi li hanno rilasciati, ma intanto… Tra l’altro i “giudici laici” che assistono i giudici professionisti in questi casi, sono tutti di nomina politica, e quindi rappresentano appena il 2.9 della popolazione, visto che poi sono anche scelti tra i ranghi dei politici. L’istituzione, d’origine medioevale, era intesa ad avere giudici rappresentativi del popolo, poi si è corrotta ed è diventata una specie di pensione per politici di seconda fila, niente che offra grandi garanzie agli imputati.

Assange rischia ovviamente di fare la stessa fine, tanto più che contro di lui si è coagulata una serie di persone legati da fili e motivi evidenti, ma potrebbe rischiare anche di peggio, oltre all’altissimo rischio di essere deportato negli Stati Uniti, dove comunque non può aver commesso reati. Tito Beltran è un rifugiato politico cileno è un tenore celebre internazionalmente che è stato condannato per stupro. A denunciarlo, rappresentata dall’avvocato  Thomas Bodström, già ministro della giustizia e politico socialdemocratico, Monica Dahlström-Lannes, un’attivista che si batte per proteggere le donne dalla violenza sessuale, che ha presentato denuncia alla polizia. Le prove erano nelle dichiarazioni della vittima e di due suoi amici che hanno detto di averglielo sentito dire in seguito. I fatti si erano verificati nove anni prima della denuncia e Beltran, che ha negato,  è stato condannato lo stesso. I giudici avevano ritenuto “credibile” il racconto della vittima, che per inciso all’epoca dei fatti era la segretaria politica dell’avvocato-ministro.

Dahlström-Lannes era nel board di ECPAC, dove sedeva anche Thomas Bodström, che poi ha negato di conoscere la donna. Bodström & Borgström è anche il nome dello studio che assiste le accusatrici di Assange e  Thomas Bodström è anche il ministro che ha firmato l’accordo segreto con Washington per le rendition e quello con l’Arabia Saudita per la fornitura segreta di una fabbrica d’armi chiavi in mano. Passandola liscia, perché quando è scoppiato il caso non si è trovata una corte che abbia deciso che “vale la pena” di scoprire chi ha infranto la legge. Anche se l’infrazione è stata riconosciuta dallo stesso sistema giudiziario svedese, che poi ha fatto l’elemosina a due egiziani che aveva spedito dai torturatori di Mubarak.

Nei casi che riguardano le offese a sfondo sessuale la legge svedese consente poi di tenere i processi in segreto, a tutela delle vittime, anche se nel caso di Assange il procuratore è corso in conferenza stampa a raccontare di tutto. Nel caso di Assange gli inquirenti hanno dimenticato di registrare le deposizioni delle accusatrici e una delle due è stata interrogata da un suo amico. Claes Bogström, che segue il caso per il suo studio, ha partecipato insieme al procuratore Mariane Ny e all’ex ministro, allo studio della nuova legislazione che ha radicalizzato i procedimenti e le pene per le offese sessuali.

Poi magari Assange si è davvero bucato il preservativo con un’abile mossa da inseminatore folle e ha davvero esercitato un’incredibile violenza psicologica costringendo l’altra ragazza a dirgli che andava bene senza preservativo e a parlare di bambini, ma più ci si addentra nei dettagli di questa storia, meno sembrano esistere le condizioni minime per le quali Assange possa sperare in un processo equo e ancora meno sulla presunzione d’innocenza, che in Svezia non esiste proprio, visto che prima t’arrestano e poi vedono se accusarti. Una realtà giustamente stigmatizzata da ONU e Unione Europea, che hanno chiesto alla Svezia di allinearsi agli standard di civiltà fissati dalle corti e dalle convenzioni internazionali, senza tuttavia ricevere risposta per ora.

Pubblicato in Giornalettismo

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