Quaestio perpetua de repetundis

Posted on 26 settembre 2012

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Sebbene la definizione “quaestio perpetua de repetundis” tradotta in modo corretto, indichi una commissione giudiziaria permanente sulla corruzione (de repetundis) creata dagli antichi romani, quando viene tradotta in latino maccheronico e poi riferita alla situazione de noantri, sembra piuttosto alludere a una “questione perpetua” della corruzione. Perfino l’espressione “repetundis” a dispetto del suo significato reale (corruzione), dà la coercitiva impressione di essere riferita ad una sorta di ripetizione permanente, di loop, di ciclo infinito della corruzione. Mettendo in conto i circa duemiladuecento anni anni che separano i fatti odierni de La Pisana dalla commissione (questio) permanente (perpetua) degli antichi, si può sostenere che l’impressione di avere a che fare con un ciclo infinito non dipenda solo dagli effetti deformanti dell’onomatopea di noi latinisti improvvisati. I fenomeni di corruzione sono talmente incistati nella vita romana da far pensare che della capitale condividano il segno distintivo più forte e noto: l’eternità, appunto.

E pensare che Platone, in anni recenti bersagliato da molti come nemico della democrazia e padre di ogni dittatura, aveva centrato nel De Republica una questione essenziale: la distinzione tra potere e ricchezza. Come ha scritto Mario Vegetti nelle sue “Quindici lezioni su Platone”: «L’unica garanzia possibile contro un uso del potere al servizio degli interessi dei suoi detentori (…) non poteva che consistere, secondo Platone, nella radicale separazione tra proprietà privata e ruoli di governo». E fin qui uno potrebbe ancora cavarsela pensando che il filosofo avesse in mente qualche forma rudimentale dell’attuale argomento del conflitto di interessi. Ma per Platone, la separazione tra proprietà privata e ruoli di governo era “radicale” in senso proprio e consisteva nella: «nel negare a chi vi era destinato (al governo) il diritto a possedere privatamente qualsiasi tipo di beni e di ricchezze».

Nell’argomentare le ragioni di un simile accanimento Platone specificava che «se essi possedessero privatamente terra, case e ricchezze, invece che ‘difensori” della città diventerebbero amministratori e agricoltori, e da alleati degli altri cittadini si trasformerebbero nei loro odiosi padroni».

Del pensiero di Platone s’è scritto di tutto e, considerato il suo ruolo di “fondatore” della cultura occidentale, qualcuno, per evitare guai, s’è  provato a sostenere che in alcuni testi egli facesse dell’ironia. Ma il Nostro parlava assai chiaro su questi temi, e il rischio di equivocare è estremamente remoto.

Ciò che in qualche modo continua a sorprendermi di questo paese trombone, che si fa vanto di avere radici classiche, è che – rispetto alle idee di Platone – ha del tutto rovesciato il piano: colui che meglio cura i suoi interessi, colui che meglio tutela i propri beni e le proprie ricchezze, proprio costui sarà il miglior politico, il migliore amministratore pubblico. Un’idea palesemente assurda che ha raggiunto la forma perfetta nell’elezione dell’ Innominato.
I sofisti come Trasimaco predicavano “cinicamente” la legge del più forte, ma non si spingevano all’assurdità secondo cui dovrebbe esistere una sorta di coincidenza virtuosa tra interessi privati e interessi pubblici. Questo è un concetto talmente controintuitivo che solo un’orda di dementi come quelli che abitano la mia città ha potuto prenderlo sul serio.
I risultati si vedono: “quaestio perpetua de repetundis”.

Rattus

Via lista Neurogreen

(vignetta by Mauro Biani)

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