Città (tutte) private, una novità

Posted on 26 settembre 2012

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In Honduras il paese è fallito, e anche la sovranità è venduta a prezzo di saldo da un’oligarchia dittatoriale. Si farà la prima città privata, poi se ne faranno altre se prima non si rubano tutto.

L’Honduras è un paese centroamericano povero, con sette milioni di abitanti che campano in media con 5.000 dollari all’anno. A lungo dominato da dittature di destra, usato come retrovia della guerra ai sandinisti in Nicaragua, è un posto nel quale s’ammazzano ancora oggi i comunisti. O quello che c’è, in genere se si è poveri e ci sioppone a qualche prepotente iniziativa economica si finisce male e lo stesso capita a giornalisti, sindacalisti attivisti e a tutti quanti risultino molesti e indifesi.

Al potere c’è il partito nazionalista, che succede a quello liberale dopo averne rovesciato il governo con un golpe nel 2009 e aver vinto elezioni-farsa nel 2010. L’ex presidente Zelaya non è stato ucciso come s’usava fare un tempo, ma prelevato e scaricato in Costarica, mentre la Corte Suprema convalidava la presa del potere da parte dei suoi avversari. Zelaya non era popolarissimo, ma la cosa non piacque a molti che protestarono. Finirono abbastanza in fretta perché il governo sparava sulla folla e perché cominciò a morire parecchia gente.

Gli Stati Uniti condannarono, posero un embargo e poi tolsero l’embargo quando a Zelaya fu consentito di rientrare. Il nuovo presidente “eletto” si chiama Porfirio Lobo Sosa ed è un bel tipino autoritario sostenuto dai militari e dalle grandi famiglie che controllano la modesta economia del paese. Agli americani va bene, non ha infatti problemi ad ospitare 200 marines “non combattenti” e un numero imprecisato di agenti dell’antidroga che cercano di contrastare le organizzazioni che usano il paese come tappa o base per il transito verso gli Stati Uniti. Poi se succede che ci scappano i morti ed è un piccolo scandalo, che Lobo Sosa e il suo governo perdonano in fretta e il resto del mondo non se ne accorge neanche. Se per Washington il golpe è stato un semplice incidente di percorso, per Tegucigalpa quel che fanno i marines non è un problema.

Con gli americani il governo va molto d’accordo, tanto che ha accolto l’idea di un economista americano, Parul Romer, e ha siglato un’intesa con un gruppo statunitense per la costruzione della prima città privata. Cosa significhi la definizione non è facile da capire, così come non è facile prevedere a quali risultati porterà la collaborazione tra uno dei governi più corrotti del mondo e lo MGK Group di Michael Strong, che è un investitore immobiliare con idee molto originali e che nel progetto per ora non investe molto, appena quindici milioni di dollari, che però gli permettono di mettere le mani sulla “sua” città e d’invitarvi investitori da tutto il mondo.

Purtroppo Paul Romer si è sfilato dal progetto proprio nelle scorse ore, visto che l’annunciata trasparenza nel governo della città non l’ha vista proprio, nemmeno a lui hanno concesso di visionare certi documenti e certi accordi, eppure avrebbe dovuto essere una delle personalità internazionali chiamate a eleggere il governatore della città d’intesa con Strong.

Secondo il governo, queste città, che sono definite zone di sviluppo, potrebbero diventare “uno strumento di sviluppo tipico dei paesi del primo mondo”. Per ora a tutti gli altri sembrano invece qualcosa a cui guardare con sospetto. Diversamente da operazioni analoghe con le quali moltissimi governi hanno creato “zone speciali” con particolari condizioni di tassazione e di diritto per stimolare uno sviluppo diversamente impossibile, il governo dell’Honduras offre ai privati un’autonomia incredibile, una vera e propria cessione di sovranità per la quale si faranno la loro polizia, i loro giudici, le loro leggi, tasse, accordi commerciali e d’investimento con l’estero e altro ancora. Potranno persino esercitare la mitica sovranità monetaria e disporre della politica immigratoria. Al governo dell’Honduras resta da stampare le carte d’identità per i cittadini che vi andranno a risiedere ed esercitare in esclusiva la politica estera.

La prima città sorgerà nei pressi di Puerto Castilla, sulla sponda caraibica, poi ne seguiranno a breve altre due. Secondo le parole di Lobo Sosa il paese non rischia niente e non ha niente da perdere, perché quello che costruiranno gli investitori stranieri poi resterà in Honduras qualunque cosa facciano gli investitori, compreso l’andarsene, perché dice, non si potranno portare via le case. Poi ci sono i Garifuna, che abitando nell’area concessa a MGK sono invece dell’idea che ci sia parecchio da perdere, e ci sono quelli che s’oppongono al progetto che non temono che poi gli investitori se ne vadano, ma piuttosto che restino.

Ci sono poi quelli che ne fanno giustamente una questione di cessione di sovranità che secondo loro è incostituzionale anche se i sostenitori di Lobo Sosa hanno scritto appositamente un articolo dedicato alle “zone di sviluppo”. Oscar Cruz, un ex procuratore costituzionale ad esempio ha presentato una denuncia in tal senso, ma la Corte Suprema non ha nemmeno voluto esaminarlo, rigettato. Con la sparizione di quella specie di consiglio dei saggi promesso dal governo, il progetto resta quello di una città affidata al volere di un’azienda o, meglio, rimane un’area nella quale un’azienda può esercitare quasi tutte le prerogative sovrane di uno stato creando condizioni d’incredibile favore per ogni genere d’investitore. Per ora MGK parla di attività modeste come call center o fabbriche d’abbigliamento, dove è facile immaginare che non varranno le condizioni minime di tutela per i lavoratori previste dalla legge dell’Honduras, ma è facile immaginare i vantaggi che un’area del genere può offrire a banche, esportatori di capitali, narcotrafficanti e alla stessa élite locale, che trasferendo la residenza o le attività economiche in questi luoghi, anche solo nominalmente, trarrebbe enormi vantaggi. E il bello è che a seconda degli sviluppi quelle aree potrebbero anche non assumere mai l’aspetto di città, con le aree residenziali, le scuole e gli ospedali venduti al popolo dal governo. Perché ad esempio costruire ospedali per gente che non se li può permettere, e che se sta male può essere cacciata a piacimento e sostituita con altri in un amen?

Dall’altra parte dei ricchi non si vedono proprio grandi vantaggi, anzi, da quel peculiare punto di vista la vita è una lotta continua contro gli abusi dell’oligarchia locale e questa idea sembra semplicemente la costituzione di un feudo di coloniale memoria. Lo credeva anche Antonio Trejo Cabrera, che ha collaborato con Cruz al ricorso alla Corte Suprema contro il progetto delle città private e che si batte da anni a fianco dei contadini privati della terra dai latifondisti e in particolare contro la Dinant Corporation, che appartiene alla potentissima famiglia Facusse, che al paese ha dato molti politici noti e in cambio si è presa quel che voleva e continua a farlo. Un rompiscatole che è morto in maniera molto scenografica domenica scorsa, nella capitale, quando gli hanno piantato in corpo cinque o sei colpi approfittando della sua presenza a un matrimonio, ucciso in pieno giorno da killer professionisti e chi doveva capire ha capito. Soprattutto i contadini in questione, che tra le loro fila hanno già subito altre esecuzione e ogni genere di violenza, compresa quella sessuale.

L’assassinio di Antonio Trejo Cabrera (in copertina il funerale) non è passato sotto silenzio, Amnesty International ha emesso un duro comunicato nel quale ha invitato il governo e il presidente a condannare il delitto con parole inequivocabili (il motivo c’è) e persino il Dipartimento di Stato americano ha offerto la sua collaborazione alle indagini. Nel resto del mondo non se ne è accorto nessuno e il progetto delle città private non pare averne sofferto per ora.

L’idea ha grandi potenzialità dal punto di vista degli investitori e forse è un bene che sia atterrata proprio qui, anche se è stata prontamente sconfessata dall’economista che l’ha ideata e che comunque continuerà a vedere il proprio nome speso per dare dignità al progetto. L’ambiente è infatti particolarmente ostile al business non solo per l’incertezza e la scarsa stabilità politica che non garantisce che l’autonomia concessa oggi non possa essere revocata domani con qualsiasi pretesto anche da chi l’ha siglata, come in effetti è già avvenuto. C’è poi una corruzione tra le più aggressive al mondo e una discreta diffusione di gruppi criminali o paramilitari molto pericolosi.

Tutte minacce che in teoria si potrebbero tenere fuori da una zona segregata come accade in altri paesi del mondo e costituendo un’amministrazione autonoma, ma che tuttavia comportano costi e attenzioni importanti anche quando siano affrontati con successo, dato che il limite territoriale della giurisdizione della città privata non permetterà alle sue forze di polizia d’indagare o compiere arresti al di fuori dei suoi confini. Un panorama che le potrebbe qualificare per la costruzione di aree residenziali super-protette per cittadini dell’Honduras più che per una corsa all’oro da parte di società private alle quali il progetto offre ben poche garanzie.

Tutta un’altra cosa sono invece gli esperimenti meno privati che hanno ispirato questa novità, i progetti di successo infatti non prescindono dall’offrire un quadro di riferimento legale certo agli investitori. Illuminante il caso di Qatar, che ha offerto agli investitori una legislazione civile riservata a stranieri e società investitrici ricalcata su quella anglosassone e garantita da corti supervisionate da personalità straniere di primo piano come il fratello di Tony Blair, risultato ottenuto importando interi pezzi della Financial Services Authority e veterani del sistema bancario britannico che ne hanno fatto un hub finanziario. Non sarebbe bastata la fiducia nei capitali del regno, stante l’incertezza garantita dall’esistenza di un potere monarchico assoluto, a far accorrere il capitale umano e finanziario che sta facendo del Qatar un fuoco d’artificio di “sviluppo” nato dalle sabbie.

Anche a livelli più modesti e meno ambiziosi, la certezza del diritto e la fiducia nella stabilità e affidabilità del potere che la garantisce sono ingredienti fondamentali anche per gli investitori con meno scrupoli. Resta il fatto, minaccioso, che pur essendo le città private dell’Honduras un progetto tutto da realizzare e gravato da handicap evidenti, in un domani non troppo remoto potrebbero diventare realtà altrove, in particolare dopo un battesimo al quale si sono opposti davvero in pochi.

Pubblicato in Giornalettismo

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