La pace di Parigi nel cuore dell’Africa

Posted on 13 settembre 2012

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François Bozizé resta al potere in un paese fallito. Come il resto dei suoi colleghi sostenuti dalla Francia.

La Repubblica Centrafricana è il perno della colonizzazione francese dell’Africa. Un grande spazio vuoto a lungo dominato da dittature che sapevano come compiacere Parigi per averne il sostegno e al compiacenza. I diamanti di Bokassa fluivano verso l’Eliseo e tutti vivevano felici e contenti. All’epoca François Bozizé era già generale di brigata del dittatore, una carriera precoce, che lo segnalerà anche al primo presidente eletto democraticamente in tempi recenti, Felix Patassé. Che si rivelerà a sua volta un discreto criminale e sarà destituito da un golpe condotto proprio da Bozizé nel 2003, che da allora è diventato il dittatore del paese.

Qualche anno fa Bozizé si era trovato in difficoltà, il suo fido alleato e sponsor Idris Deby era assediato nella capitale del Ciad dalla ribellione, mentre in RCA dilagavano banditismo rivolta. Erano gli anni nei quali si parlava con insistenza della tragedia del Darfur e le vicissitudini dei due dittatori e dei rispettivi paesi e popolo passò ampiamente sottotraccia, anche se sul posto venne inviata persino una missione di peace-keeping della UE. Mentre questi facevano l’assistenza alle centinaia di migliaia di profughi e davano una mano a controllare il territorio, i soldati francesi presenti nel paese misero in salvo Deby e in fuga gli sgangherati ribelli. Sorte non migliore toccò ai ribelli in RCA, perché seppur apparentemente abbandonato dalle forze armate, Bozizé è rimasto la potere e a gioco lungo ha piegato i ribelli, che ora hanno firmato un “accordo di pace” che è una cambiale in bianco al dittatore, che sembra intenzionato a incassarla tutta.

Il Disarmament, Demobilisation and Reintegration programme (DDR) non sembra essere servito a diminuire violenza e banditismo e nemmeno la presenza della Multinational Force of Central Africa (FOMAC) sembra poter molto. In compenso gli oppositori hanno firmato un accordo che prevede elezioni democratiche nel 2016, non esattamente dietro l’angolo. Inoltre, firmato l’accordo e sciolta l’attenzione internazionale, il dittatore ha subito cominciato a tradire gli impegni appena sottoscritti, a cominciare da quelli sulla riconfigurazione della Commissione Elettorale. Tutti impegni che dopo essersi assicurato con clamorosi brogli e frodi la rielezione nel 2011, ha poi semplicemente dimenticato.

Nonostante tutto i gruppi ribelli hanno continuato a firmare l’accordo di pace, che però a queste condizioni sembra poco risolutivo e destinato a collassare per inconsistenza. L’amnistia concessa ai ribelli e ai massacratori di stato rischia di sedimentare un senso d’impunità finora mai scalfito e la tentazione di prendere le armi contro la dittatura.

Anche i più benevoli verso l’accordo non possono fare a meno di notare che a Bangui manca qualcosa, che ci sarebbe bisogno di democratizzare il sistema politico, di maggiore trasparenza e minore corruzione nella gestione delle risorse naturali del paese, lotta alla povertà, controllo del territorio, selezione del personale politico, riforma dell’esercito e sviluppo di un sistema giudiziario indipendente. Mancando queste cosucce ed essendo che l’autorità e il controllo del governo si estendono solo pochi chilometri oltre i confini di Bangui, si potrebbe considerare la Repubblica Centrafricana come uno stato fallito, anche perché tutti gli indicatori sociali ed economici situano il paese sul fondo del fondo di tutte le classifiche. Pare, ma non è. O almeno si fa finta che non lo sia, che Bozizé sia un presidente legittimo come tutti gli altri, a loro volta impresentabili.

In effetti se a Deby è stato permesso d’arruolare mercenari per sterminare i ribelli e praticare una politica di terra bruciata nelle regioni che li ospitavano come quella praticata in Darfur, non si vede perché se ne dovrebbe fare una colpa a Bozizé, che un villaggio bruciato dopo l’altro ha costretto alla fuga appena mezzo milione di centrafricani. Bozizé come Deby è un buon massone, in ottimi rapporti con la massoneria francese e con i politici francesi, ospita nel suo paese il dispositivo militare Sparviero, una forza di pronto intervento che la Francia mantiene sul continente per i casi in cui deve intervenire d’urgenza a preservare gli equilibri che le sono cari, per lo più fondati su autocrazie affidate da decenni veri e propri criminali, che però hanno il pregio di consentire ai grandi gruppi francesi di monetizzare le risorse di quei paesi, in cambio di lucrose quanto ragionevoli tangenti.

Deby non ha destato scandalo quando ha fatto stracci delle condizioni di un prestito della Banca Mondiale che lo impegnavano a destinare il ritorno dell’investimento in spese sociali, nemmeno quando ha usato quei soldi per arruolare mercenari e banditi per fare strage di ciadiani. Neppure il recente ed ennesimo matrimonio dell’ottuagenario con una giovane sudanese figlia del capo dei leggendari Janjaweed, benedetto dal reietto dalla comunità internazionale al Bashir ha fatto notizia, anche se ha avuto l’effetto di rinsaldare un legame di solidarietà che si era incrinato tra i due, un tempo alleati contro l’influenza libica e gli stessi nemici interni di Deby.

Dopo quasi dieci anni dall’esplodere di gravissime crisi scoppiate in piena war on terror, l’Africa Centrale può presentare le stesse dittature dell’epoca, molto più forti dell’epoca. Persino quella di Karthum oggi sembra più salda, nonostante la secessione dei Sud Sudan, stato fallito sul nascere nonostante gli autorevoli patrocini. Non è tutto merito della Francia, che ha potuto far poco per Museveni, Kagame e Kabila, sostenuti e guidati invece da britannici e americani. Di certo fa impressione notare come dopo il crollo del muro di Berlino, dopo gli anni dell’esportazione di democrazia e quelli delle primavere democratizzanti, il cuore dell’Africa sia ancora oggi dominato da autocrazie che si possono forse definire sub-coloniali, ma che non per questo rappresentano un sistema di dominio meno integrato e codificato di quello che un tempo furono i regimi coloniali costituiti dagli europei in Africa.

Un sistema che inoltre ha il pregio non indifferente di passare del tutto inosservato dai grandi movimenti di protesta in Occidente,  dove le terrificanti gesta di questi viceré spesso sanguinari passano inosservate e le pene di quei popoli sono quasi del tutto sconosciute. E dove purtroppo, anche quando sono conosciute, non suscitano che una frazione dell’indignazione che può muovere il maltrattamento di qualche cucciolo nelle opinioni pubbliche, anche quando si tratta di pene e sofferenze che si portano via la vita di milioni di persone, alle quali da secoli stiamo insistentemente “portando la civiltà”.

Pubblicato in Giornalettismo