Assange, Palacio, Hashemi, un asilo per tre

Posted on 12 settembre 2012

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Il capo di una milizia sanguinaria, un giornalista vicino ai golpisti e Assange, che in giro per il mondo passa per terrorista e stupratore.

Tarek al-Hashemi (Tariq al-Hashimi) secondo The New York Times è stato accusato e ritenuto colpevole di controllare e finanziare una squadra della morte che ha ucciso ufficiali della sicurezza e burocrati governativi. Hashemi era il vicepresidente iracheno e leader di Iraqiya (a dire il vero detiene ancora le due cariche), il raggruppamento sunnita ora minoritario ed è stato incriminato il giorno dopo la data del ritiro ufficiale degli americani dall’Iraq e nei giorni scorsi condannato a morte. Il processo ha destato rumore, le accuse sono state trasmesse in televisione e oltre al ritrovamento di molte armi nelle sue proprietà, in tribunale sono sfilati numerosi testimoni tra i suoi dipendenti e persino parenti che hanno descritto un’attività terroristica su larga scala.

 Hanno testimoniato di aver  compiuto attentati e agguati sotto la direzione di Hasemi, calcolati più o meno in 150 dal 2006 al 2011, per lo più contro gruppi di sciiti. Uno dei suoi uomini ha detto di aver ricevuto dalle sue mani una busta con 3.000 dollari in contanti. Alla fine una giuria di iracheni di differente estrazione e provenienza lo ha trovato colpevole dei reati di cui era accusato e successivamente i giudici hanno decretato la pena capitale. Hashemi dice ovviamente che si tratta di una persecuzione politica, ma l’Iraq ha emesso un mandato di cattura recepito dall’Interpol e lui ha dovuto lasciare il suo più recente rifugio negli Emirati, che di diritti umani non ne vogliono sentire parlare nemmeno per conto terzi. Così è approdato in Turchia, dove il governo che conserva più giornalisti in galera di tutto il mondo, gli ha offerto la protezione dovuta ai perseguitati. Il giorno dopo la sua condanna numerosi attentati hanno fatto più di 100 morti e quasi 400 feriti e hanno colpito per lo più obiettivi sciiti. Gli Stati Uniti non hanno espresso nessuna condanna o censura per il governo o il sistema giudiziario iracheno, Victoria Nuland si è limitata a ricordare che Hashemi può ancora fare appello. Straordinaria la copertura da parte di molte fonti nostrane [1] [2] [3] [4] [5] che sono riuscite a far scomparire quasi del tutto le accuse di Hashemi, riducendo un’attività terroristica che avrebbe fatto centinaia di vittime a un paio o “alcuni” omicidi politici. Ovviamente nessuno ha per ora questionato l’asilo offerto da Erdogan, campione del mondo d’incarcerazione di giornalisti, a questo signore condannato dai tribunali del suo paese per reati gravissimi e odiosi, stragi di pellegrini comprese.

Il paragone con quanto successo al momento della concessione dell’asilo a Julian Assange è stridente. Il presidente dell’Ecuador Correa è stato presentato alla stampa come un persecutore di giornalisti che offre asilo a uno stupratore, nonostante Assange non sia ancora stato accusato di alcunché e nonostante le minacce britanniche all’ambasciata di Quito bastino e avanzino a testimoniare l’esistenza di un accanimento politico nei suoi confronti.

Ad aggiungere pepe al confronto serve sicuramente il caso dell’asilo concesso da Washington a Emilio Palacio un giornalista che in Ecuador è molto vicino all’opposizione. Secondo molti media occidentali Palacio sarebbe stato perseguitato perché “critica” il presidente. Palacio in realtà è un uomo libero e su di lui non pendono giudizi, le cause per diffamazione intentate da Correa contro di lui, i suoi editori e un altro paio di scrittori si sono concluse con la vittoria del presidente, che poi ha usato i suoi poteri per annullare le sentenze e “perdonare” i condannati.

Correa però non aveva fatto causa a Palacio perché questi lo aveva semplicemente criticato, ma perché lo aveva accusato di “crimini contro l’umanità” e di aver fatto sparare in un ospedale pieno di gente. Oltre a definirlo “dittatore” che non è proprio corretto, visto che Correa è al potere perché ha vinto le elezioni e gode di un robusto consenso. L’accusa per di più chiamerebbe in causa un particolare momento della storia recente di quel paese che ovviamente i media americani e molti occidentali non hanno grande interesse a rievocare.

Secondo Palacio quel giorno il presidente scatenò il caos reagendo male a uno “sciopero” si parte della polizia e dei militari. Cronache un po’ più condivise e verificate permettono di mettere in fila una sequenza di fatti che racconta un’altra storia. La mattina del 30 settembre del  2010, membri dell’esercito dell’Ecuador e della polizia hanno organizzato blocchi stradali nelle capitali di nove provincie, l’aeronautica ha chiuso i due principali aeroporti del paese e occupato l’edificio del parlamento. Dopo aver aggredito Correa che cercò il contatto diretto con i poliziotti in “sciopero”, Correa rimase assediato per orE in un ospedale, mentre in diverse zone del paese i giornalisti dei canali pubblici e di media vicini al governo erano aggrediti. Nel pomeriggio la polizia, accompagnata da Pablo Guerrero, avvocato dell’ex-presidente, attaccò la televisione nazionale e prese il controllo di tutti i canali televisivi. Una robusta rivolta popolare e l’intervento di parte delle forze di sicurezza rimaste leali all’ordine costituzionale pose fine all’evidente tentativo di golpe, secondo Palacio un riot provocato dalla reazione di Correa che poi si sarebbe macchiato di “crimini contro l’umanità“.

Difficile immaginare crimini del genere a fronte di un risultato tutto sommato modesto in termine di vittime, appena otto e per lo più dalla parte dei lealisti e con centinaia di feriti in giro per il paese aggredite da squadracce che hanno agito in maniera coordinata e con una chiara impronta ideologica e politica. Nessuno dei tanti che sostengono la natura antidemocratica di Correa riesce a ricordare che non più tardi di due anni fa hanno tentato di deporlo e farlo fuori, forse perché rovinerebbe il racconto, un po’ come lo rovina spiegare meglio la questione dell’asilo concesso ad Hashemi, che difficilmente vedremo dibattuto come quello di Assange e di sicuro ben pochi giornalisti e testate ironizzeranno sul fatto che un fior di repressore come Erdogan possa offrire asilo a uno stragista (ormai non più presunto), per difenderlo dalla persecuzione altrui.

Correa reagì all’editoriale di Palacio facendo causa, in Turchia Palacio sarebbe stato spedito in galera, in altri paesi forse non sarebbe sopravvissuto al fallimento del golpe,  in Ecuador è stato prima condannato e poi perdonato per un editoriale obbiettivamente calunnioso ed è finita lì. Correa ha detto che gli interessava che un tribunale sancisse la verità e il tribunale ha confermato che quelle di Palacio sono calunnie, eppure più di una fonte lo presenta come una vittima del presidente cattivo, anche se la maggioranza si limita a sorvolare del tutto su questi incresciosi dettagli.

Dettagli tra i quali si potrebbe persino trovare che Washington tollera abitualmente, che in numerosi paesi alleati le persecuzioni dei giornalisti siano sanguinose e sistematiche o che addirittura il Dipartimento di Stato intervenga ordinando la detenzione di giornalisti locali che ficcano il naso tra le bugie attorno ai bombardamenti americani nel paese, come accaduto in Yemen.

Palacio comunque è una personcina riconoscente e a dedicato parte della conferenza stampa con la quale ha festeggiato la notizia dell’asilo rilanciando le false accuse contro Correa, a spiegare come Assange non abbia presentato nessuna prova che dimostri che è perseguitato, “Come prova dice che la Svezia vende molte armi“. Una dichiarazione imbarazzante che spiega le qualità del personaggio più di mille discorsi, anche dalle nostre parti in fondo ce ne sono parecchi così.

Pubblicato in Giornalettismo

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