Somalia, via i mercenari?

Posted on 7 settembre 2012

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Poco più di un mese dopo la pubblicazione del rapporto del Monitoring Group dell’ONU, la presenza della SCS diventa un problema

Il compound della Sterling Corporate Services (ex Saracen) a Bosaso, dove la compagnia addestra le reclute della polizia somala era diventato la seconda base militare del paese dopo la base dell’Unione Africana a Mogadiscio, con tanto di aeroporto, torre di controllo e alloggi in tende per 1.500 persone. Impossibile per il Monitoring Group dell’ONU per la Somalia non notare la sua presenza. Impossibile poi non notare che Bosaso si trova in Puntland e questa è una regione per ora autonoma sottoposta a severissimo embargo.

SCS invece ci addestra soldati a centinaia e ha fornito l’esercito locale di blindati ed elicotteri, alterando così significativamente il già difficile equilibrio somalo tra decine di formazioni armate. A finanziare il tutto erano gli Emirati arabi, che però hanno chiuso di corsa il programma in Puntland inseguiti dallo scandalo, trattando con l’ONU per evitare sanzioni severe. C’è da chiedersi a quale logica rispondesse l’intervento di questo paese e per conto di chi, posto che è difficile immaginare gli EAU agire di propria iniziativa in un teatro tanto delicato e in fondo abbastanza lontano dal Golfo Persico.

Le raccomandazioni contenute nel rapporto auspicano che a quella che è definita “la più bruciante violazione dell’embargo per le armi da parte di una compagnia di sicurezza privata” sia posto termine immediato e che altrettanto veloci sanzioni vadano a colpire Lafras Luiting e i suoi associati. Luiting è un leggendario mercenario africano e tra i suoi associati c’è Tim Spicer, altro leggendario mercenario britannico. Se Luiting si è fatto le ossa nei servizi di sicurezza del Sudafrica dell’apartheid, Spicer vanta un passato nelle SAS britanniche, come il caro collega Simon Mann e che si è segnalato fin dal servizio prestato in Irlanda nel Nord sotto le bandiere di Sua Maestà per la propensione per i lavori sporchi.

Insieme hanno fatto parte di Executive Outcomes, leggendaria madre di tutte le compagnie private moderne, di cui il fondatore, Eeben Barlow, continua a cullare i ricordi, anche se poi fu sciolta perché inseguita dall’infamia. Le compagnie militari private cambiano nome spesso, a dimostrazione che il curriculum che possono esibire ai clienti non è esattamente presentabile a un pubblico diverso e meno selezionato. Gli eredi diretti di EO oggi si chiamano appunto SCS e Aegis, prima compagnia militare britannica, impegnata per anni in Iraq. Da quei lontani esordi dopo la caduta del muro dell’apartheid i due hanno preso  le parti del governo dell’Angola contro gli ex alleati del Sudafrica suprematista, partecipato attivamente alla prima guerra mondiale africana in Congo, guidato la resistenza del regime in Sierra Leone, tentato un golpe in Guinea equatoriale, fallito un intervento in Papua Nuova Guinea, affiancato con successo il governo dello Sri Lanka nel massacro delle tigri Tamil, fornito assistenza all’occupazione dell’Iraq e altro ancora.

Di sicuro al seguito del loro passaggio non è mai mancata una scia di massacri, se non nelle occasioni in cui sono stati fermati prima, come nel caso del golpe in Guinea Equatoriale o dell’intervento a Papua, quando non appena sbarcati furono affrontati dalla rivolta dell’esercito e della popolazione. l governo voleva farla finita con i ribelli dell’isola di Bouganville, che ospita la più grande miniera di rame del mondo (quella di Panguna, proprietà della famigerata Rio Tinto) e aveva avuto la bella idea di servirsi dei mercenari per organizzare un blitz militare, al quale Australia e Nuova Zelanda si rifiutarono di partecipare, e farne piazza pulita.

A loro il Monitoring Group chiede di vietare i viaggi, congelare i conti e le proprietà e un embargo per le armi mirato alla compagnia. Luitin è cittadino australiano dal 2009, una novità utile a sfuggire ai rigori di una legge sudafricana, poco implementata, che vieta ai cittadini di partecipare a imprese mercenarie all’estero, anche se da tempo Pretoria ha dimostrato di sapersi voltare da un’altra parte e di non riuscire a vedere questo genere d’attività neppure quando usano proprio il Sudafrica come base logistica. Il problema è che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non sta brillando per velocità in questo caso, a segnalare che l’attività di SCS in Somalia non è forse così sgradita, nemmeno agli stessi paesi che hanno proposto e votato l’embargo violato dai mercenari.

Secondo le autorità del Puntland si tratta solo dell’addestramento di personale della marina da schierare contro i pirati, ma il Puntland non ha una marina e in ogni caso l’idea di creare un esercito privato che risponde solo al presidente-dittatore del Puntland proprio mentre si vara la nuova costituzione somala e s’insedia il primo parlamento nazionale più o meno eletto, non pare accordarsi con la logica e ancora meno con l’esigenza di sopire la tensione dei diversi gruppi armati e di quella maggioranza di somali che nella sua vita non ha mai visto funzionare un governo somalo

L’esperienza insegna che il moltiplicarsi di gruppi ed eserciti più o meno privati non serve che ad alzare il livello di tensione e di violenze dove si verifica. L’idea che con tante armi in giro la violenza si riduca per timore di una risposta armata possibile da parte di chiunque, si è già rivelata fallimentare negli Stati Uniti e non si può certo sperare che faccia eccezioni per la sfortunata Somalia, dove quasi tutti possiedono un’arma e di preferenza automatica.

Pubblicato in Giornalettismo