Lo strano mondo del New York Times

Posted on 30 agosto 2012

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The New York Times è sicuramente una testata influente negli Stati Uniti come nel mondo, e in patria rappresenta l’approccio intellettuale dell’America liberal contrapposta alla rigidità culturale dei conservatori.

Il giornale è quindi un potente strumento di definizione del senso, fonte di clamorose inchieste giornalistiche e di dibattiti di discreto valore, che poi riverberano nel paese. Uno strumento che per questo non si può immaginare di controllo o felicemente anarchico nell’esercitare il ruolo di cane da guardia della democrazia che la stessa vulgata americana assegna in teoria alla stampa e all’informazione in generale. Al contrario, la testata opera costretta da un numero di vincoli decisamente numerosi, che vanno dai legami con le amministrazioni a quelli con il mondo corporate, con gli azionisti fino a quelli che i suoi giornalisti tengono personalmente in vita per avere accesso a politici, istituzioni e dirigenti.

Per farsi un’idea basti l’ultimo scandalo che investe in queste ore la testata e che  ha visto uno dei suoi giornalisti di punta, Mark Mazzetti, colto a interagire con la CIA per spiare e conoscere in anticipo il contenuto dell’annunciato articolo di una collega. Relazioni pericolose secondo uno schema praticato anche nel nostro paese, nel quale alcune penne sono state in passato condannate per la collaborazione a titolo oneroso con i servizi. Le mail con le quali Mazzetti informa il suo contatto sono il perfetto esempio di come uno dei giornalisti punta della testata,  che si presenta impegnato nell’investigare e scoprire le magagne del’intelligence e le amare verità dello sforzo bellico americano, alla fine risulti invece quello che spia i suoi colleghi per conto del governo. Una spia che il managing editor, Dean Baquet, ha difeso scrivendo a Politico a proposito della vicenda dicendo che non è successo niente e cercando di cavarsela con frasi come “l’apparenza non è quello che sembra” che assomigliano moltissimo alle mitiche supercazzole.

Se anche avesse voluto dire che la realtà non è quel che sembra, avrebbe almeno dovuto provato a spiegare quale sia la realtà oltre l’apparenza di uno scambio di email che si conclude con Mazzetti che invia l’articolo della collega al suo contatto e nel testo le dice di ricordarsi che non l’ha avuta da lui e di cancellare immediatamente il messaggio. Precauzione peraltro assurda, visto che tutte le mail di tutte le agenzie e di tutto il governo sono archiviate anche se vengono cancellate dai riceventi, ma probabilmente al Mazzetti impegnato a far la spia il particolare dev’essere sfuggito. A riportarglielo alla mente hanno pensato gli eventi, perché le sUe mail ora sono diventate di dominio pubblico proprio grazie a una richiesta a norma del Freedom Of Information Act da parte di  Judicial Watch, un gruppo di destra dedicato alla “trasparenza”.

Termine che con Obama al potere si traduce nel dimostrare che l’amministrazione Obama è allo stesso tempo quella che ha il record di denunce verso quanti hanno lasciato trapelare segreti o informazioni sgradite e fonte primaria della diffusione di notizie e documenti segreti utili a plasmare positivamente l’immagine del presidente agli occhi degli elettori. Non potendo contestare ad Obama di essere più bushista di Bush nell’affrontare le questioni relative alla “sicurezza nazionale”, la destra cerca di evidenziare come il “comandante in capo” abbia la pretesa di gestire a comando quello che deve passare ai giornalisti e quello che se passa ai giornalisti merita sanzioni, punizioni e seccature. Cercavano le tracce di rapporti tra l’amministrazione e Hollywood,  direzione verso la quale sospettavano abbiano viaggiato le informazioni riservate utili a guidare i cineasti impegnati nella fattura di un film su Osama Bin Laden. Invece hanno trovato Mazzetti.

Quello che si può dire senza tema di smentita è che il NYT rappresenti lo strumento di una parte della classe dominante americana non molto differente dalla sua concorrente conservatrice, esattamente come ormai sembrano del tutto sfumate le differenze ideologiche tra repubblicani e democratici. L’attivismo umanitario di un columnist come Kristol soddisfa la quota da destinare alle iniziative caritatevoli che sull’altra sponda sono agitate per lo più da organizzazioni confessionali, così come i fondi di Krugman rafforzano la legittimità del capitalismo statunitense anche quando l’economista se la prende con le deficienze sistemiche o per qualche scandalo, snocciolando come il buon dottore di campagna ricette a base di buon senso e auguri di pronta guarigione.

Il mondo visto dalla finestra del NYT è quello che si può osservare attraverso le lenti deformanti della classe dominante americana, un’incessante opera di rilettura e rielaborazione della realtà perseguita in punta di penna (o più probabilmente svolazzando sulla tastiera) che non affonda mai i denti sull’uno per cento privilegiato, né mettendo in discussione la legittimità di un sistema, che pure non manca di criticare con una certa frequenza, facendosi le domande e dandosi le risposte. Un esempio di questo agire di può rintracciare anche nella dibattito organizzato in questi giorni dal giornale su “La permanenza al potere delle monarchie arabe“, che s’interroga e interroga sei autori sulla resistenza delle monarchie alleate al fenomeno delle primavere arabe.

La scelta degli autori è già abbastanza rivelatrice e comprende uno studioso britannico esperto di monarchie del Golfo al punto da lavorarci tantissimo, un erede al trono del Marocco con discrete credenziali accademiche che vive e lavora negli Stati Uniti, Un ex primo ministro e ministro degli esteri della Giordania, un’imprenditrice  e un Kashoggi che fa il direttore di  Al Arab News Channel in rappresentanza dell’Arabia Saudita e infine un accademico del Bahrein, opportunamente riparato in Svezia fin dagli anni ’70 per sfuggire alla repressione della feroce dittatura locale.

I sei pezzi si srotolano veloci e il lettore viene così messo al corrente da Kashoggi che i sovrani sauditi non ingannano i sudditi perché non hanno mai promesso loro libertà e democrazia e conclude dicendo che, per vedere qualche cambiamento, bisognerà attendere l’arrivo al potere delle prossime generazioni dei reali, forse. Molto più fiduciosa l’imprenditrice saudita, che prevede progressi veloci, perché la monarchia starebbe addirittura pensando all’impensabile: concedere alle donne il permesso di guidare. Il politico giordano spiega invece come il suo paese sia ancora lì dov’è sempre stato e ripone le sue speranze di cambiamento nientemeno che nel suo sovrano. Se ci saranno riforme verranno dall’alto, anche se tradizionalmente sono state promesse ormai da decenni e poi non se n’è fatto mai niente.

Lo studioso erede al trono del Marocco invece ha sottolineato il ruolo delle monarchie nel sedare la rivalità tra sciiti e sunniti che, da quel che dice, si scannerebbero se non ci fosse il re. Secondo lui i marocchini non vogliono la repubblica, ma una monarchia più o meno costituzionale, giusto poco diversa da quella assoluta di suo cugino.  Lo studioso britannico parla invece dell’esistenza di un contratto sociale mai scritto e implicito, secondo il quale i sudditi di queste monarchie non avranno niente da obbiettare fino a che i sovrani distribuiranno soldi e servizi a sufficienza e che qualche problema ci potrà essere solo per quelli che non ci riusciranno, su tutti Oman e Bahrein. Ed è proprio l’accademico originario del Bahrein l’unico che analizza il legame tra militari e monarchia nel suo paese,  per concludere che l’esercito di mercenari stranieri che difende gli al Khalifa è invulnerabile alle defezioni e impermeabile a dilemmi etici quando si tratta di difendere il potere che lo stipendia con generosità. E che quindi nel suo paese la repressione è destinata a vincere sempre sul volere della maggioranza, anche perché quando non bastano i mercenari arruolati localmente, subito arrivano in soccorso le truppe dei Saud.

Curiosamente, solo uno su sei nomina l’esistenza della repressione, che sembra fenomeno del tutto sconosciuto agli altri cinque. L’uso della tortura, gli omicidi di stato, i processi farsa contro gli oppositori, una repressione tanto violenta da arrivare periodicamente a sparare sui manifestanti non entrano neppure per un attimo nel dibattito sulla sopravvivenza delle monarchie arabe, che a leggere la maggior parte degli autori cadranno come le foglie in autunno se e quando i rispettivi sudditi cambieranno naturalmente idea. Nessuna traccia nemmeno di nepotismo e corruzione, fenomeni che in questi paesi raggiungono vette di tutto rispetto, dell’esportazione dei guadagni ottenuti dalle rendite petrolifere. Nessun accenno nemmeno alle robustissime spese militari e appena velati riferimenti al fondamentale sostegno ai sovrani da parte di paesi come Gli USA e la Gran Bretagna.

Come dibattito sul futuro delle monarchie arabe sembra un po’ scarso, più adatto a riflessioni postprandiali che a un foro come quello del NYT, ma evidentemente anche il NYT risente di qualche legame con le classi dirigenti di questi paesi, oltre a quelli con numerosi politici americani che hanno stretto relazioni vantaggiose con i tiranni arabi. Ancora più strano perché gli Stati Uniti sono un paese nato dalla ribellione a una monarchia, hanno un sistema bipartitico con un partito che si dice repubblicano e l’altro democratico e negli ultimi 10 anni non hanno fatto che parlare di portare la democrazia agli arabi. Ma poi hanno evitato accuratamente qualsiasi attacco alle medioevali monarchie assolute rimaste all’epoca del feudalesimo, tollerando da parte di quei sovrani ogni brutalità e voltandosi dall’altra parte quando succede qualcosa di sgradevole. Eppure liberare gli emirati è da decenni un’azione tranquillamente alla portata di Washington, che però da sempre preferisce interfacciarsi con l’uomo forte. Sarà per questo che in Afghanistan e Iraq è finita com’è finita, con il paradosso di un Karzai ancora presidente dopo 10 anni e dopo che lo stesso mentore americano ha denunciato l’invalidità delle ultime elezioni-farsa con le quali è stato riconfermato al potere.

Una vicinanza alle autocrazie che il NYT non mette in discussione, che assume anzi a punto di partenza per analisi e dibattiti nei quali questo strano legame tra la terra dei liberi e le peggiori autocrazie ereditarie del mondo, non è mai messo in discussione e nessuna monarchia è mai condannata, nessuno si alza a gridare abbasso il re e se qualcuno ci prova è un terrorista. Anche al NYT quindi dev’esserci il divieto di parlare male delle monarchie arabe, una specie di codice deontologico che anche qualche giornalista italiano segue pedissequamente e con zelo, almeno a giudicare dalla lettura dei quotidiani degli ultimi anni.

Il modello di giornalismo del NYT è preso ad esempio in tutto il mondo, sia per la qualità della produzione, che per la capacità di ergersi a sfidare l’amministrazione, ma si tratta di fiducia mal riposta. La forza del NYT è invece quella di essere ad esempio di un giornalismo fungibile e riproducibile ovunque senza mettere in discussione i modelli economici e gli assetti politici realizzati e mantenuti dalle classi dominanti e che ovunque nel mondo ha prodotto cloni capaci di fornire un valido sostegno alle classi dominanti mentre si offrono alle opinioni pubbliche travestiti da paladini dell’informazione e spesso interpreti di una cultura progressista che è molto relativa, rimanendo il prodotto di élite selezionate e per nulla inclini a mettere in discussione il sistema e i suoi protagonisti.

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