L’americana che ha evitato che il Golfo Persico diventasse il Tonchino

Posted on 29 agosto 2012

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Falchi e colombe si confrontano da sempre a Washington, con risultati spesso imbarazzanti, come in questo caso, che dimostra come l’unico uomo con la testa sulle spalle a bordo della potente Quinta Flotta era una donna, che per questo è stata cacciata.

Gwyneth Todd ha tutte le caratteristiche per entrare nella storia come un personaggio da leggenda. Una bella donna, discendente da una famiglia che agli Stati Uniti ha dato diplomatici, banchieri, spie e intellettuali fin dai tempi della rivoluzione contro gli inglesi, è cresciuta seguendo il padre, diplomatico di carriera, in giro per il mondo e tornando tutte le estati al castello di famiglia in Francia, dove il suo albero genealogico conduce fino a Napoleone. Il nonno materno è stato assistente segretario di stato dell’amministrazione Kennedy. Laurea in studi sul medio e vicino Oriente a Berkeley, un master in studi internazionali alla  Georgetown University in affari internazionali e arabi, incarichi con l’amministrazione Clinton come esperta al National Security Council e nell’ufficio di Dick Cheney durante la prima amministrazione Bush.

Sposata prima con un matrimonio di convenienza con un diplomatico americano per fuggire dalla Siria dove rischiava l’arresto in quanto sospettata di essere una spia, poi s’innamora di un ricco e potente uomo d’affari americano, Robert Cabelly, molto più anziano di lei e sposato, già esperto d’Africa per tre amministrazioni e poi trasformatosi in lobbysta. Una relazione  dalla quale ricaverà una figlia, la scoperta che Cabelly non vuole divorziare  e alcuni grattacapi giudiziari a distanza di tempo.  Dopo aver lavorato anche sul teatro sudamericano a caccia di narcos, Todd si mette in proprio come consulente e registra un discreto successo, raccogliendo clienti potenti e la stima di molti. Stima che ha conservato anche da parte di ex colleghi e altri ufficiali dell’amministrazione, tanto da ricevere la proposta d’affiancare alla sua attività privata quella di consulente politico per la Quinta Flotta americana di stanza in Bahrein, dove giunge nel 2005. Vive inoltre un’intensa relazione con un magnate turco e coltiva i suoi clienti, una donna indubbiamente energica e dalle qualità non comuni.

All’epoca quarantaduenne e decisamente indomita, almeno da come la presenta il Washington Post nell’inchiesta che ha dedicato alla sua storia, corroborando il suo racconto con le testimonianze di diversi ufficiali, Gwenyth Todd diventa così la protagonista di una storia che sembra tratta di peso dal copione di un film e che, da qualunque parte si prenda, testimonia la pericolosa vulnerabilità della macchina da guerra americana a crisi, diciamo così. difficilmente incontrollabili e potenzialmente devastanti, che possono originare da problemi nella catena di comando o da iniziative avventate da parte di pochi, se non pochissimi. La storia che cambia la vita di Gwenyth Todd comincia nel 2007, quando l’ammiraglio Kevin J. Cosgriff assume il comando della quinta flotta.

I suoi predecessori avevano sempre resistito alle spinte provenienti dall’interno dell’amministrazione Bush, dallo stesso gruppo di falchi che hanno portato il disastro iracheno, ma Cosgriff, spalleggiato dall’ammiraglio Fallon suo mentore, si presentò subito con piglio bellicoso a Manama, deciso a mostrare agli iraniani chi comandava nel Golfo. Todd, come consigliere politico di punta, si trovò così a stretto contatto con l’ammiraglio e presente a tutti i colloqui con gli ufficiali e i membri dell’amministrazione. I problemi di Todd si materializzano il giorno che Cosgriff convoca una riunione dello staff e annuncia la sua intenzione d’inviare una fregata fino alla foce dello Shatt el Arab, area a lungo contesa nella guerra tra Iraq e Iran. Poi un altro giorno annuncia di voler convocare una conferenza regionale per contestare le pretese territoriali iraniane, e infine, l’idea che  fungerà da detonatore degli eventi. Cosgriff, che si è rifiutato di rispondere ai giornalisti del Wapo, espone in una serie di meeting l’idea di spedire three decks (tre ponti) nel Golfo Persico. Con l’espressione s’intendono tre portaerei con relativi gruppi navali, un’armata impressionante, e di farlo senza dire niente a nessuno, non agli iraniani e nemmeno ai cari Saud o agli altri dittatori del Golfo. Il tutto chiedendo esplicitamente allo staff di mantenere il segreto e di non lasciar trapelare niente con il Dipartimento di Stato.

Il Wapo ha raccolto la testimonianza di “mezza dozzina” dei presenti, uno dei quali ha ricordato che: ” Fu molto, molto chiaro, dovevamo riferirgli di qualsiasi segno che Washington potesse esserne al corrente o facendo domande”. A Todd la cosa evocò scenari come l’incidente del Tonchino, quando bastò che la USS Maddox si dicesse falsamente attaccata dai vietnamiti nelle acque del Golfo del Tonchino, perché Washington decidesse di scatenare la guerra del Vietnam. Qui lo scenario era anche più complesso, perché la reazione iraniana poteva dar seguito a un vero e proprio confronto militare come a un piccolo incidente, ma a Occidente i sovrani del Golfo ci sarebbero rimasti malissimo. Nel caso di una reazione militare iraniana (almeno) i loro porti, In particolare quello del Bahrein potevano considerarsi ad altissimo rischio, senza considerare che anche il resto del dispositivo militare americano nell’area non era certo pronto in attesa di un’escalation del genere e sarebbe stato esposto a grossi rischi. Il tutto al netto di un’iniziativa condotta all’oscuro di Washington e potenzialmente in grado di coinvolgere Washington con una guerra alla quale nessuno era preparato e che non godeva il consenso di nessuno dopo i disastri in Iraq e Afghanistan.

Un vero e proprio golpe a ben vedere, un atto che prima di essere sconsiderato è da riconoscere come eversivo. L’ammiraglio  David C. Nichols, vice comandante del Centcom nel 2007 e ora in pensione ha spiegato che Fallon: “Voleva fare una esercitazione di libera navigazione in quelle che l’Iran considera acque territoriali, che non facevamo da molto tempo. Niente di male in sé, ma il problema era che “Noi non conosciamo la percezione degli iraniani di quello che stiamo facendo, e  quindi non capiamo cosa stiano facendo e perché”. E conclude diplomaticamente: “Ciò rende possibili gli errori di valutazione”.

Fu a quel punto che Todd prese il telefono è chiamo un buon amico al Dipartimento di Stato alla sezione dedicata all’Iraq. Il quale informò i superiori e nel giro di poco a Cosgriff fu ordinato di desistere e di notificare tutto ai sauditi e agli alleati prima di ordinare qualsiasi manovra. Alla fine le navi entrarono nel Golfo e non successe nulla. Paradossalmente nel 2008 l’ammiraglio Fallon si presenterà in un’intervista come l’uomo che aveva fermato i falchi di Bush che volevano scatenare una guerra con l’Iran, salvo dimettersi subito dopo a causa di quella stessa intervista. Cosgriff ora è aggregato a un centro di comando in territorio americano.

Todd, che era riuscita a sfuggire ai sospetti di Cosgriff, finì tuttavia nel mirino di altri e in particolare fu coinvolta in un’inchiesta sulle attività sudanesi di Cabelly, il filo che li legava a quel punto era quello dei soldi che Cabelly versava per la figlia. Ai due agenti del FBI che la raggiunsero in Bahrein spiegò la questione e di essere allora legata con Charles Huxtable, un ufficiale australiano che fungeva da ufficiale di collegamento con la Quinta Flotta. Todd consegnò i suoi computer e mostrò la casa agli agenti, gli chiesero di 30.000 dollari ricevuti da Cabelly e lei spiegò che servivano per un intervento in chirurgia d’urgenza, in Bahrein gli stranieri pagano anticipato. Soldi restituiti senza averli impiegati, perché il suo buon amico turco era intervenuto prima che ce ne fosse bisogno. Todd si prese allora un avvocato.

Alcuni mesi dopo, senza averne più saputo nulla, Todd si trovò dopo una notte trascorsa in missione nell’emirato, che il Wapo racconta nei dettagli, a verificare un rapporto su un’assurdo piano terrorista degli sciiti del Bahrein ,Todd si vide respinta prima dal badge che non funzionava e poi da un collega che le corse incontro alla porta dicendo di stare alla larga dagli uffici. Venne poi a sapere che Cosgriff avva revocato le sue credenziali subito dopo averla mandata in quella che credeva una pericolosa missione. Alla richiesta di recarsi negli uffici della flotta oppose allora un netto rifiuto, Anche il suo contratto fu disdetto dopo poco. Fu Huxtable a quel punto a proporle di precederla a Perth, dove sarebbe stato trasferito e d’attenderlo là.

Quando mesi dopo Todd riuscirà finalmente a sapere i motivi del brusco licenziamento non si accontenta di leggere accuse incredibili, ma prende la tastiera e le refuta decisamente e reclama il rispetto delle procedure e il diritto all’appello che prevedono. Da allora le capiterà di ricevere la visita di due agenti dell’FBI che prima si presenteranno con una scusa e poi, il giorno dopo essere stati messi alla porta, con la loro vera identità, invitandola a recarsi all’ambasciata statunitense. Ormai signora Huxtable e quindi insensibile a qualsiasi minaccia d’espulsione o revoca del passaporto americano a quel punto oppone un netto rifiuto, mentre il marito avverte le autorità del suo paese sul fatto che i due fossero intenti in un’indagine clandestina che violava i protocolli tra i due paesi.

Oggi Todd incontra i parenti in Canada e non mette piede negli Stati Uniti, Cabelly è ancora là da finire le sue traversie giudiziarie e tutte le persone accusate in qualche maniera da Todd si sono rifiutate di commentare le vicende in questione. Sembra chiaro a questo punto che s’assiste comunque a uno scontro tutto interno alla macchina militare americana. Se Todd ha ragione così come paiono essere convinti al Wapo e i testimoni intervistati, sono abbastanza evidenti il tipo e la magnitudo del pericolo sfiorato. Se diversamente Todd e quanti hanno corroborato la sua versione fossero impegnati in un’azione in malafede, ci si troverebbe comunque di fronte a una non meno grave destabilizzazione interna, quali che ne siano gli scopi e l’origine.

Pubblicato in Giornalettismo

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