Figli di un Myanmar minore

Posted on 26 agosto 2012

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La Cina espelle i profughi Kachin. I problemi con le minoranze s’aggravano. E l’ arrivo di Aung San Suu Kyi e del suo partito in parlamento per ora non ha portato loro grandi vantaggi. L’ex Birmania è un paese nel quale il lascito coloniale rappresenta ancora una zavorra.

In giugno  Human Rights Watch aveva segnalato le povere condizioni di vita dei profughi dell’etnia Kachin in Cina, in questi giorni Pechino sembra decisa a risolvere il problema rispedendoli in Myanmar, dove però nello stato del Kachin infuria la guerra civile. Ai Kachin la colonizzazione britannica ha lasciato il cristianesimo, al quale i missionari britannici hanno convertito la popolazione un tempo animista, e una tradizione militare maturata combattendo per gli inglesi fino alla seconda guerra mondiale.

Lo stato del Kachin è il più settentrionale del paese e confina con la Cina, anche e a dire il vero parte di quello che un tempo era territorio Kachin ora si trova entro i confini cinesi. Il territorio montagnoso ha sempre dato una mano ai locali a difendersi dalle pretese delle giunte militari che hanno dominato il paese negli ultimi decenni, ma nonostante una fiera resistenza i Kachin sono minoranza anche all’interno dello stato e non hanno mai avuto la possibilità d’imporre la loro volontà a Yangoon, capitale e centro del potere di recente traslocata nell’interno a Naypyidaw, una città costruita dal nulla per volere del leader dell’ultima giunta militare Than Shwe, che nel 2011 ha lasciato la carica di capo di stato al suo delfino Thein Sein, già primo ministro e ora presidente.

Con i Kachin la giunta militare aveva raggiunto un accordo per il quale la minoranza godeva di una discreta autonomia, siglato 18 anni fa e rispettato almeno formalmente fino all’anno scorso, proprio nel momento in cui il paese si accingeva a riaccogliere Aung San Suu Kyi in parlamento insieme al suo partito. La circostanza ha sollevato in molti parecchi sospetti, perché l’esercito conserva ancora molto potere e ogni insurrezione o conflitto con una delle numerose minoranze che popolano il paese. diventa automaticamente la dimostrazione dell’utilità della casta militare ormai al potere da decenni.

Il problema dei Kachin è che lo sfruttamento del loro territorio è stato a lungo una faccenda tra il regime militare e Pechino, che nella regione ha investito in diversi progetti senza curarsi troppo di quello che succedeva agli abitanti. Come in altre zone del paese, i militari non hanno esitato a ricorrere a un espediente già denunciato anni fa ad esempio per la costruzione di un oleodotto utile a Total, costringendo in pratica la popolazione locale al lavori forzati grazie a campagne terroristiche a basi di stragi e stupri di massa. Con l’arrivo della democrazia non è che sia cambiato molto, anche perché l’arrivo della Nobel per la pace e del suo partito in parlamento per ora non ha portato grandi vantaggi alle minoranze.

La stessa Suu Kyi in una recente visita in Europa ha detto ad esempio di non poter dire se la popolazione Rohingas sia da considerarsi cittadina del paese o meno. I Rohingas sono la minoranza musulmana e per niente armata o bellicosa, che il regime considera come profughi provenienti del Bangladesh, anche se i Rohingas in Birmania li hanno portati gli inglesi nell’ottocento e da allora non si sono più mossi. Salvo di recente, quando una serie di aggressioni e di pogrom hanno trasformato in profughi 90.000 di loro, su circa 800.000. Per risolvere la questione secondo la leader birmana occorre “andare alle radici del problema”, che sono però abbastanza evidenti a chiunque, da una parte c’è il razzismo alimentato dai media, ma anche da presunti personaggi pro-democrazia che hanno chiamato alla pulizia etnica nei loro confronti e dall’altro la repressione da parte dei militari, che ha tramutato questi desideri in realtà.

Con i Kachin non è andata molto meglio e la signora e il suo partito non sono riusciti ad andare oltre a un richiamo agli accordi Panglong, con i quali suo padre Aung San concesse a diverse minoranze una discreta autonomia, poi molto compressa dalle giunte militari che hanno governato fino al 2011 incontrastate. Anche Thein Sein ha convenuto sulla necessità seguire lo spirito di Panglong, ma poi i militari hanno agito diversamente. La recente fine della censura diretta sui media non deve ingannare, la casta militare è ancora nel pieno controllo della sua autonomia e risponde solo a se stessa e a Thein Sein, che per quanto sia considerato un uomo del dialogo è pur sempre il garante di quanti fino a ieri hanno governato il paese con il pugno di ferro e di una repressione che ora sembra meno brutale, ma che si conserva violentissima e sistematica.

Sarà per questo che le minoranze appaiono già deluse dal cambiamento e per nulla inclini a fidarsi dell’esercito, il Tatmadaw, che ultimamente sembra più impegnato a riaccendere antichi fuochi, che a pensare allo sviluppo democratico del paese. Per di più negli anni di tregua i Kachin, che hanno un proprio esercito, hanno subito scissioni da parte di quanti non erano dell’idea di accettare la dubbia pace offerta dal governo. Non va troppo meglio con le etnie vicine, in particolare con gli Shan, che ultimamente hanno ripreso le armi contro i Kachin ai quali, soprattutto quelli non arruolati nell’esercito locale, non è rimasta che la fuga verso Sud e i campi approntati dal governo o verso la Cina, da dove ora sono rispediti in patria senza tanti complimenti.

Pubblicato in Giornalettismo

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