Jonathan Pollard, la spia più odiata dagli Stati Uniti

Posted on 25 agosto 2012

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Una storia agli antipodi di quella di Bradley Manning, una persona che ha venduto il proprio paese per denaro e che poi è stata adottata da uno dei governi più ostracizzati del mondo. Quella di Pollard è una storia d’avidità, falsità e arroganza che non ha paragoni nella storia degli Stati Uniti, per questo le autorità americane non lo perdoneranno mai. 

Jonathan Pollard nasce nel 1954 da genitori ebrei, americani della classe media. Ultimo di tre fratelli, durante l’infanzia è spesso oggetto di atti di bullismo che la sua storia successiva farà sospettare provocati dal suo pessimo carattere. La sua cifra fin dalla gioventù è quella di un millantatore e di un violento. Nel 1970 compie il suo primo viaggio in Israele come partecipante a un programma scientifico, finisce all’ospedale dopo una rissa con un altro studente, lasciando una pessima impressione. Uno degli scienziati del centro lo ricorderà come un piantagrane instabile, “il peggior caso di questo tipo nella storia dei programmi estivi“. Al ritorno negli USA frequenta la Stanford University dove consegue un diploma in scienze politiche. I compagni di studi ricordano come dicesse di avere la doppia cittadinanza israeliana e americana, di lavorare per il Mossad e di avere ottenuto il grado di colonnello nell’esercito israeliano. Niente di tutto questo era vero.

Dopo la scuola cercò lavoro presso le agenzie d’intelligence americane, venendo respinto dalla CIA dopo aver fallito un test con il poligrafo, durante il quale ammise di aver fatto abbondante uso di droghe durante gli anni scolastici. Gli andò meglio con la marina, che non prevedeva il test con il poligrafo e che dopo averlo assunto chiese invano alla CIA copia della sua valutazione. Nel frattempo ottenne credenziali temporanee che gli permettevano l’accesso a informazioni riservate, ma non a quelle segrete perché venne assegnato a un incarico per il quale non ne aveva bisogno. Dopo appena due mesi il direttore tecnico del suo dipartimento ne chiese il licenziamento perché aveva proposto l’apertura di un canale operativo segreto con il Sudafrica e millantato che suo padre collaborasse con la CIA. Venne invece trasferito a un’altra unità dell’intelligence della marina, che dopo appena un mese gli concesse le credenziale per accedere al materiale classificato come segreto.

Una volta lì, rivolse la stessa proposta relativa al Sudafrica al comandante del Naval Intelligence Command (CNIC) Summer Shappiro. Dopo l’incontro con Pollard, Shapiro ordinò che gli fossero immediatamente revocate le credenziali  e che fosse riassegnato a una posizione lontana da questioni delicate, giudicandolo un pazzo. Lo stesso generale, anche lui di religione ebraica, in seguito dirà che il suo più grande errore fu quello di non averlo licenziato immediatamente. Lo stesso, parecchi anni dopo firmerà insieme ad altri ufficiali militari e civili una dichiarazione con la quale chiederanno che resti in prigione fino a che sarà possibile. A margine Shapiro dichiarerà pubblicamente: ” Abbiamo lavorato duro per ottenere risultati importanti e per vederli rovinati da qualcuno… e poi per vedere le organizzazioni ebraiche mettersi in fila per cercare di fare di quest’uomo un eroe del popolo ebraico, una cosa che mi fa imbestialire”.

L’ufficio di Shapiro chiese alla CIA d’investigare su Pollard, la CIA lo considerò una persona a rischio e raccomandò di non assegnarlo a compiti sensibili e chiese per lui una valutazione da parte di uno psichiatra. Nel 1982, dopo che gli psichiatri conclusero che non aveva malattie mentali, riottenne le credenziali e nel 1984, a seguito di un riorganizzazione degli uffici, Pollard si propose e fu accettato per il ruolo di analista al comando dell’intelligence della marina.

Quell’anno Pollard incontra Aviem Sella, un colonnello dell’aviazione israeliana, negli Stati Uniti per conseguire un diploma in scienze informatiche, gli dice che lavoro fa e si propone come spia per Israele. Si tratta dell’inizio di un’attività frenetica, durante la quale Pollard vende segreti agli israeliani che gli passano una somma iniziale e uno stipendio mensile, insieme a un anello prezioso con il quale chiederà la mano della sua futura moglie. Nel giro di un anno Pollard venderà segreti anche al Sudafrica e al Pakistan e ad altri due paesi dei quali l’identità è ancora nascosta dal segreto che ha avvolto il suo processo. Ad Israele passerà decine di migliaia di documenti, parte dei quali saranno usati dal governo di Tel Aviv come merce di scambio con l’URSS. Pollard vende segreti anche a due uomini d’affari, con uno dei quali entrerà in società. In questo caso non riceve soldi, ma la promessa di una sistemazione una volta che avrà finito di lavorare per il governo. Offrirà documenti segreti anche al governo australiano attraverso uno dei suoi agenti, ma Sidney, subito informata, rifiuterà temendo che si trattidi un espediente della CIA per testare la fedeltà dell’alleato.

Nel 1985 l’attività di Pollard è scoperta, il  suo superiore diretto si reca insolitamente al lavoro di sabato e, passando accanto alla sua scrivania, nota del materiale riservato che dovrebbe essere conservato con maggiore cura. Prende l’iniziativa di riporlo e scopre che non ha nulla a che fare con i compiti che gli ha affidato. Pollard viene interrogato informalmente e nel corso dell’interrogatorio chiede di avvisare la moglie, alla quale comunica attraverso l’uso di una parola in codice di essere nei guai. Anne Pollard agisce velocemente e con l’aiuto di un vicino occulta i documenti che i due conservano nella loro abitazione. La donna è fermata e interrogata, perché la successiva perquisizione della casa porta al rinvenimento di alcuni documenti di scarso valore che la donna ha dimenticato di rimuovere. Pochi giorni dopo il caso sembra destinato a sgonfiarsi e ad essere considerato un semplice caso di gestione maldestra di documenti da parte di un impiegato che si portava il lavoro a casa. Ma il vicino, del tutto all’oscuro delle attività illecite dei due, prende contatto con le autorità perché preoccupato per quella valigia con oltre trenta chili di documenti chiaramente segretissimi che ha ricevuto e che non può restituire ai due, nel frattempo spariti.

Pollard a quel punto confessa parzialmente e collabora, i due sono rimessi in libertà e sorvegliati, Tentano allora di ottenere asilo nell’ambasciata israeliana a Washington, ma sono respinti dagli israeliani presenti, ignari del loro ruolo. I due vengono arrestati e l’ambasciata è circondata dagli agenti dell’FBI non appena i due escono escono dal suo perimetro. Fino ad allora gli investigatori non erano sicuri che i Pollard avessero spiato per Israele, che in seguito dirà che l’operazione è stata condotta da elementi deviati dei propri servizi.

Israele si offre di collaborare alle indagini, ma restituisce solo pochi documenti di scarso valore, nonostante gli americani sapessero già che Pollard ne aveva passati decine di migliaia. Quando gli investigatori americani si recheranno in Israele saranno trattati con ostilità per tutta la durata del loro soggiorno, costretti a lunghi spostamenti all’interno di autobus senza finestrini, costretti e non dormire se non per poche ore. Tutte le domande a Sella e altri dovettero essere tradotte in ebraico e le risposte dall’ebraico all’inglese, nonostante tutti i coinvolti parlassero perfettamente l’inglese. Agli americani furono rubati persino numerosi effetti personali.

Pollard concluse a quel punto un accordo con le autorità in base al quale, a fronte di diversi impegni a cooperare mantenendo la riservatezza, sua moglie fu rilasciata e a lui fu garantito che non avebbe rischiato la pena di morte, plausibile e probabile, in quanto grazie all’attività di Pollard furono bruciati numerosi agenti e contatti in giro per il mondo e le loro vite messe in pericolo. Pollard mancò di rispettare gli impegni, in particolare rilasciando una famosa intervista in carcere a Wolf Blittzer, del Jerusalem Post, che lo presentò poi al pubblico israeliano come un eroe e la miglior spia israeliana. Per gli americani fu troppo e Pollard ottenne così l’ergastolo invece della clemenza.

Pollard chiederà e otterrà la cittadinanza israeliana nel 1995 e da allora i governi d’Israele non smetteranno mai di chiederne la liberazione. L’ultimo tentativo è stato opera di Netanyahu, che l’ha chiesta in cambio di un congelamento della costruzione (illegale) di colonie in Palestina per tre mesi. L’amministrazione Obama gli ha risposto picche, mentre a una richiesta ufficiale del 2011 (la prima) non ha mai dato risposta. Anche Bill Clinton, pur incline a concedere il perdono in cambio di un ammorbidimento delle posizioni israeliane e dell’adesione ai tentativi di pace con i palestinesi, ha risposto negativamente. Tutti gli ufficiali della sua amministrazione si sono schierati contro il perdono. Anche l’attuale vicepresidente Joe Biden dirà nel corso di un incontro con rappresentanti della comunità ebraica americana, che per liberare Pollard avrebbero dovuto passare sul suo corpo. In seguito smentirà queste parole, ma ne ribadirà il senso usando termini meno bruschi. Anche le amministrazioni Bush sono state adamantine nel loro rifiuto, nonostante alcuni dei loro membri abbiano perorato la causa di Pollard dall’interno. Anche i tentativi di sostenere che sia oggetto di una persecuzione e di una condanna troppo lunga perché vittima di un pregiudizio antisemita (!) sono naufragati miseramente.

Nel corso degli anni gli israeliani le hanno provate tutte, compreso uno scambio triangolare di spie con la l’ex URSS o l’offerta di liberare in cambio Yosef Amit, che stava scontando una pena di 12 anni per spionaggio a favore degli Stati Uniti e di un altro paese della NATO. Iniziativa naufragata per il rifiuto dello stesso Amit, che in una lettera spedita alle autorità affermerà di non desiderare di essere scambiato. Non sono molti gli americani che vogliono essere accostati a Pollard, che più volte negli anni è stato definito come un uomo privo d’onore e disposto a vendere la vita di militari e civili, americani ed alleati.

Mentre a Gerusalemme c’è una piazza intitolata a Pollard, negli Stati Uniti l’ostilità nei suoi confronti è ancora elevatissima e le speranze che possa uscire di prigione prima dei termini previsti dalle leggi americane sono pressoché nulle. Così come sono finite nel vuoto diverse iniziative propagandistiche rivolte al pubblico e ai congressisti americani, dei quali solo qualche decina ha aderito alla campagna per la sua liberazione. Una campagna che dipinge Pollard come un eroe che in fondo ha solo spiato a favore di un paese amico, approfittando del fatto che il processo di Pollard fu segreto e che quindi non è mai stata ufficializzata la reale estensione delle sue attività. Tuttavia le rabbiose reazioni di politici e ufficiali americani alle richieste di clemenza confermano che Pollard sia un personaggio odiato per aver agito in maniera dolosa e odiosa, per nulla un eroe. Un uomo che possibilmente non dovrebbe essere rilasciato mai, nemmeno nel 2015, quando diventerà possibile con l’applicazione degli sconti di pena previsti dal sistema americano.

Durissima ad esempio la reazione di Martin Peretz, editore di New Repubblic e pur rumoroso sostenitore d’Israele, che ha scritto contro la sua liberazione: “Jonathan Pollard non è un martire ebreo, è un condannato che ha spiato contro il suo paese per conto d’Israele e del Pakistan, Una spia, inoltre, che era pagata a caro prezzo per il suo lavoro. La sua carriera professionale quindi, è macchiata d’infamia e pervasa dalla depravazione”Secondo Peretz i supporter di Pollard sono: “…vittime di professione, per lo più loro stessi brutali, che hanno le loro radici nella destra ultra-nazionalista e religiosa. Sono insaziabili e vogliono che l’America sia la loro vittima“.

Il contrasto con Bradley Manning, che ha diffuso migliaia di documenti diplomatici senza guadagnare un dollaro e per scopi ideali, in dissenso con la politica americana e con i crimini che quegli stessi documenti rivelano, non potrebbe essere più stridente. Sarà per questo che tra  i sostenitori della clemenza per Pollard sono in molti quelli che vedrebbero con favore una condanna a morte per Manning e persino per Julian Assange, anche se il primo ha agito per nobili ragioni ideali e al secondo non può essere imputato altro crimine che l’aver diffuso informazioni ottenute lecitamente.

Pubblicato in Giornalettismo

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