I segreti di Obama

Posted on 6 agosto 2012

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L’amministrazione Bush ha gonfiato all’inverosimile la nozione di segreto, quella Obama la interpreta in maniera del tutto originale.

Con oltre quattro milioni di americani dotati di un qualche nulla-osta di sicurezza che concede loro l’accesso ai documenti variamente classificati e oltre un milioni direttamente impiegate nel settore dell’intelligence, gli Stati Uniti hanno messo insieme un apparato elefantiaco che in teoria è subordinato all’autorità del Presidente e sottoposto allo scrutinio del Congresso, ma che in pratica non è chiaro come occupi il suo tempo, se non raccogliendo e macinando quantità spaventose di dati su stranieri ed americani.

Le modalità con le quali esaurisce questo compito sono le più varie e già l’amministrazione Bush aveva  abbattuto qualsiasi parvenza di steccato che limitasse l’attività di spionaggio, in particolare sui cittadini americani. All’atto che ha sancito l’inizio della war on terror la presidenza americana si è ritagliata, e il Congresso ha validato l’iniziativa, poteri quali non se ne erano mai visti alla Casa Bianca. Esemplare il caso dell’autorizzazione alla tortura dei nemici e l’invenzione del sistema delle rendition, costruito per operare in un limbo giuridico tale solo perché tutte le istituzioni americane che avevano voce in capitolo hanno silenziato qualsiasi opposizione e qualsiasi ricorso che abbia chiamato in causa la sua manifesta incostituzionalità.

Così è stato anche per l’autorizzazione all’uso delle torture, alle quali è bastato cambiare nome per soddisfare a lungo i congressisti e la Corte Suprema, che quando si è arrivati al dunque non ha incriminato nessuno per quelli che sono crimini anche per le leggi americane. Ma lo sono anche per le leggi di guerra, che però gli Stati Uniti ritengono inapplicabili ai casi in quanto Washington non ha formalmente dichiarato guerra a nessun paese, riservandosi il diritto di ridefinire la guerra come un’operazione di polizia internazionale anche quando sia stata iniziata senza alcun mandato da parte di alcuna istanza internazionale.

L’uso del segreto e la manipolazione semantica sono stati gli strumenti principali con i quali le amministrazioni hanno aggirato o tentato d’aggirare i limiti imposti dalle stesse leggi americane che le legislazioni d’emergenza (più d’una) non hanno abbattuto. La manipolazione del consenso attraverso falsi spesso smaccati sono stati gli strumenti della promozione delle gesta bushiste e l’amministrazione Obama non vi ha rinunciato, semmai ne ha approfittato superando alcuni limiti che Bush non aveva valicato.

Esemplare in questo senso è la storia delle kill-list di Obama, che settimanalmente darebbe la sua autorizzazione all’omicidio dei “terroristi”, autorizzazione che comprende anche l’uccisione di cittadini americani. Ci sono voluti più di tre anni e l’avvicinarsi delle elezioni perché il Congresso a maggioranza repubblicana chiedesse ad Obama di vedere la sua “licenza d’uccidere” i cittadini americani. Che un presidente abbia il potere di far liquidare i suoi amministrati con un tratto di penna è qualcosa di difficilmente ammissibile anche per il patriotticissimo Congresso americano, ma senatori e deputati hanno atteso l’arrivo delle presidenziali per sollevare la questione che aveva fatto fin da subito gridare allo scandalo i difensori dei diritti umani e civili. La probabile soluzione sarà quella d’escludere i cittadini americani dalla lista, per gli altri non c’è molto interesse, anche se la pratica nei loro confronti non è meno illegale o eticamente riprovevole. Ma se ne parla ora solo perché una “fonte anonima” dei servizi ha vantato il ruolo del presidente.

Lungi dal chiudere Guantanamo, ma costretto a fermare le rendition a causa dei numerosi procedimenti penali aperti in giro per il mondo contro esponenti dei governi complici, Obama si è ampiamente rifatto autorizzando gli omicidi mirati a mezzo dei droni in numerosi paesi, Dalla Somalia al Pakistan. Ha inoltre autorizzato attentati e attacchi informatici alle strutture strategiche iraniane dello stesso tipo che la sua amministrazione ha catalogato come atti di guerra ai quali gli USA risponderebbero bombardando. Tutte attività consumate nel segreto, ma anche tutte attività che sono state rivelate e confermate al pubblico dagli esponenti dell’intelligence su un evidente impulso della Casa Bianca, interessata a costruire l’immagine di un commander in chief risoluto e deciso nel condurre le numerose guerre americane. La cosa ha fatto scalpore, perché al contrario l’amministrazione Obama è la più spietata della storia americana contro chi spiffera segreti, tanto da aver aperto sei procedimenti contro americani infedeli che hanno rivelato storie sgradite all’amministrazione. La storia di Bradley Manning e di com’è trattato vale ad esempio, ma ci sono altri che sono finiti sotto accusa solo grazie all’ampliamento spropositato di quello che è considerato segreto. I Congressisti, in particolare i repubblicani, hanno detto di averci visto un pericolo per gli Stati Uniti e in effetti si è trattato di vere e proprie autodenunce che non giovano all’immagine degli Stati Uniti e in teoria li espongono a diverse seccature. Seccature che l’amministrazione Obama ha messo a carico del paese, pur di presentare il presidente come piace agli americani, mentre tiene i nemici nel mirino.

Il problema è che la proposta di legge partorita a Washington è stata sommersa di critiche e difficilmente vedrà la luce com’era stata concepita, con l’obbligo per dipendenti dell’apparato dell’intelligence di non parlare senza autorizzazione preventiva e il divieto per i briefing “anonimi” con i quali le agenziE statunitensi informano le principali agenzie d’informazione. Una previsione di legge abbastanza assurda e non solo perché non ponendo alcun limite per l’amministrazione amplificherebbe le possibilità della presidenza di cantarsela e suonarsela da sola, ma anche perché diminuirebbe drasticamente la possibilità di denunce del malaffare all’interno delle stesse agenzie da parte di funzionari rispettosi della legge, che potrebero ritrovarsi accusati di aver diffuso un segreto compiendo il loro dovere denunciando un crimine.

Il provvedimento in effetti è affondato miseramente e sarà riscritto, ma è significativo delle battaglie sul niente che eccitano il Congresso, per il resto muto sui documenti (non più segreti) emersi a proposito delle torture e indifferente all’esito sempre più triste delle guerre oltremare, dove gli Stati Uniti si trovano sempre impantanati e sempre più a corto d’idee su come uscirne una volta svanita qualsiasi illusione. L’intelligence, tanto che ci hanno dovuto pensare al  Congresso per arrivare alla convinzione che in Afghanistan non si possa far niente per colpa della corruzione dei locali, alla quale è stato attribuito anche l’ultimo scandalo che ha scosso la missione, la scoperta che il miglior ospedale militare afghano, supervisionato dagli americani, è stato a lungo un’anticamera dell’inferno senza che nessuno dicesse nulla, al punto da stimolare paragoni tra il Dawood e quello di Auschwitz durante l’audizione alla Camera. Non poteva essere diversamente se nemmeno l’emersione della lista completa delle torture applicate ai nemici, ha smosso una dibattito che ai tempi di Bush si era arenato sull’oziosa questione dell’essere o no il waterboarding una tortura, e da lì non s’è più mosso. Documenti rilasciati dalla stessa amministrazione hanno documentato l’uso sui prigionieri di pistole, trapani, minacce, fumo, freddo estremo, posizioni “stressanti”, percosse, atterramenti violenti e persino false esecuzioni. Tutto passato nell’indifferenza, nonostante dimostrino l’esistenza di quella pratica sistematica della tortura che che il governo Bush non voleva ammettere. Che è un orribile crimine contro l’umanità ed è vietata dalle stesse leggi statunitensi.
Negli ultimi giorni l’amministrazione ha deciso d’intimidire potenziali chiacchieroni e il FBI si è lanciato negli interrogatori a tappeto di un gran numero di ufficiali. Un’azione che non ha molto senso pratico, ma un evidente senso politico e in effetti giornali ed agenzie dicono che la loquacità delle loro fonti e improvvisamente inaridita. L’amministrazione ha tutto l’interesse a cercare di mantenere il discutibile privilegio per il quale svelare i segreti che fanno il gioco di Obama è lecito, mentre qualsiasi critica è un potenziale reato che potrebbe scatenare i mastini della Casa Bianca alle calcagna dei traditori.

L’ipotesi appare del tutto impraticabile e foriera di problemi, con ottime possibilità di rivelarsi un boomerang, perché mettersi in urto con i membri di molte agenzie a pochi mesi dalle presidenziali potrebbe rivelarsi molto pericoloso. L’aspetto paradossale di tutta la vicenda è che è proprio la dilatazione esponenziale di quanto è considerato segreto che ha prodotto più danni che vantaggi, perché è chiaro che quando quei quattro milioni di americani che hanno accesso ai “segreti”, nella loro attività osservano per lo più dati innocui  tra quelli segretati (tra i quali persino quelli ricavati da fonti pubbliche), ai quali per di più hanno accesso in milioni, la nozione stessa di cosa sia il segreto e quale protezione gli vada accordata, sfuma anche agli occhi degli agenti del servizio segreto.
I problemi dell’intelligence americana sono quindi di natura sistemica e sono quelli di un’organizzazione elefantiaca che esiste per servire l’esecutivo prima che le leggi e che in cambio di questa sua fedeltà e complicità ottiene garanzia d’impunità. Non esattamente il sistema previsto dalle leggi statunitensi prima del 9/11 e nemmeno un sistema ammesso tanto platealmente in altre democrazie, quelle che si fondano sulla divisione dei poteri e sui controlli di legittimità incrociati tra le istituzioni, che nel caso degli Stati Uniti sono andati in letargo da anni .

Pubblicato in Giornalettismo

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