La lunga mano della Francia sul Togo

Posted on 26 luglio 2012

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Anche in Togo, come in molti altri paesi dell’Africa francese, c’è fin dall’indipendenza un’autocrazia sostenuta da Parigi.

Migliaia di persone hanno preso le strade della capitale Lomé nei giorni scorsi per protestare contro l’irruzione da parte delle forze di sicurezza nell’abitazione di M. Fabre, presidente dell’Alliance Nationale pour le Changement (ANC), maggior partito d’opposizione. Numerosi poliziotti hanno fatto irruzione in casa sua all’alba, abbattendo la porta e lanciando gas lacrimogeni e hanno picchiato i presenti, lasciandone alcuni feriti. Quattro poliziotti, tra i quali un ufficiali, sono stati poi sanzionati, secondo il ministro della Sicurezza, il colonnello Gnama Latta.

Il Togo è una piccola striscia di territorio larga al massimo 100 chilometri che s’incunea per 600 tra il Ghana e il Benin, fino a toccare a Nord il Burkina Faso. In origine colonia francese più vasta, quello che è diventato un paese indipendente è quello che avanza dopo che gli abitanti del resto della regione, sotto amministrazione britannica, hanno deciso più o meno liberamente di far parte del Ghana. Ma forse più semplicemente avevano capito già all’epoca che in Togo sarebbe andata peggio.

La Francia ha concesso l’indipendenza al paese nel 1960, ma già nel 1963 un golpe militare ormai storicamente attribuito ai francesi portò al potere Étienne Eyadéma Gnassingbé, destinato a durare tra dittatura muscolare ed elezioni-farsa fino al 2005, quando è morto di morte naturale. Nell’occasione viene assassinato il primo e unico presidente eletto democraticamente in Togo, Sylvanus Olympio.

Com’è già accaduto per altre dittature franco-africane la morte dell’anziano autocrate non ha significato la fine del suo regime, in poche settimane e quello che è stato definito un golpe costituzionale il paese si è trovato suo figlio Faure Gnassingbé come presidente provvisorio, poi confermato dalle successive elezioni che gli osservatori internazionali han detto accettabili in mancanza di meglio.  Il principale concorrente Emmanuel Bob Akitani si era dichiarato vincitore con il 70% dei consensi, a Faure è bastato dichiarare poco più del 50% e uccidere circa 800 toglesi che erano scesi in strada a protestare o che avevano disturbato in altro modo. Osservatori che invece nel 2010 si sono detti scandalizzati dai brogli e della scandalosa campagna elettorale, giocata a reprimere l’opposizione più che a confrontarsi. 40.000 togolesi fuggono all’epoca nei paesi vicini per paura dei militari scatenati.

Con la Francia Fauré mantiene gli accordi già stabiliti dal padre, che in pratica ha fatto del paese una colonia commerciale francese, tanto che molte delle maggiori imprese francese hanno esteso i loro affari al paese come se fosse una provincia francese, con il vantaggio di non doversi confrontare con i tribunali francesi. Un’opportunità abbracciata anche da un francese un po’ particolare, Charles Debbasch, ex rettore, ex enfant prodige del diritto francese poi caduto in disgrazia e finito a scrivere le costituzioni per i dittatori dell’Africa Francofona e a fare l’eminenza grigia del vecchio e del giovane Gnassingbé.

Debbasch, che ha rivestito ruoli politici anche in Francia, oltre a quella togolese ha scritto le costituzioni di Marocco, Costa d’Avorio, Gabon e Repubblica del Congo, non testi che brillino per democrazia, trattandosi per lo più di maldestre protezioni tagliate su misura a protezione delle autocrazie esistenti. Debbash oggi è cittadino togolese e quando nel 2007 è stato arrestato in Svizzera per un mandato di cattura internazionale, è stato sveltamente liberato a seguito dell’intervento dell’ambasciata togolese.

A rafforzare il regime c’è stato poi l’accordo con Gilschrist Olympio, figlio del presidente ucciso da suo padre e leader del maggiore partito dell’opposizione, che a seguito della decisione di Olympio si è spaccato, lasciando il testimone dell’opposizione all’ANC. In tutto questo l’Unione Europea ci ha visto del buono e ha rimosso le sanzioni durate per un decennio e senza effetti apprezzabili, perché mai rispettate dalla Francia, e il regime ha potuto ripartire di slancio. Al regime basta continuare a incassare il prezzo della corruzione avendo cura di dividere il bottino con l’esercito, che è addestrato e armato dalla Francia, e che da sempre assicura lealtà alla dinastia al potere, che ricambia. Anche il Togo offre quindo lo spettacolo di un paese indebitato con l’estero e allo stesso tempo di forte esportatore di capitali, per lo più generati dalla corruzione e dalla svendita delle risorse del paese.

Negli ultimi tempi l’opposizione, che non ha mai smesso di lamentare la truffa del 2010, è tornata gagliarda perché il governo ha annunciato una serie di riforme elettorali per le prossime amministrative e legislative e tutti sospettano il trappolone cavilloso scritto per l’occasione da Debbash. Le elezioni sono a ottobre, ma non c’è ancora la data e nemmeno la legge elettorale. La novità è che l’opposizione sembra più unita che in passato e che s’ispira al modello delle primavere arabe (c’è anche l’hashtag #occupytogo)  come molti movimenti contemporanei di protesta in Africa. Il destino di queste proteste e del paese dipende esclusivamente dalla Francia, il Togo esporta e importa quasi esclusivamente dalla Francia e nessun altro governo di altri paesi spenderà mai una parola per il Togo, almeno fino a che non si scatenino efferati massacri a richiamare l’attenzione. Difficilmente vedremo Hollande liberare il popolo togolese dalle cricche francesi che lo infestano e dal controllo di Parigi, più facilmente si assisterà a un’escalation della repressione che conquisterà a malapena il taglio basso dei giornali transalpini.

Gnassingbé ha risposto alle pressioni della piazza con un rimpasto di governo, ha nominato un nuovo primo ministro al posto del dimissionario Gilbert Houngbo che si è dimesso per “fare in modo che tutti i partiti siano rappresentati nel governo” prima delle elezioni, ma poi i partiti sono rimasti quelli che erano e i rimpiazzi sono stati scelti tra i fedelissimi. I giovani eredi delle autocrazie africane sono diventati abilissimi nel dosare la repressione brutale (non manca il ricorso alla tortura) e nel gestire l’immagine, atteggiandosi a politici democratici mentre reggono deboli parvenze che bastano e avanzano per celare questi regimi agli occhi delle opinioni pubbliche internazionali. Una maestria che gode dell’assistenza di consiglieri stranieri che ne curano l’immagine all’estero e le campagne in patria, dove ai mezzi più moderni non trascurano di unire la distribuzione di sacchi di riso con il nome del presidente scritto sopra in grande.

Pubblicato in Giornalettismo

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