Apple e Foxconn, come prima

Posted on 25 luglio 2012

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Foxconn e Apple avevano riconosciuto le proprie responsabilità e promesso di rimediare, poi non lo hanno fatto.

SumOfUs ha pubblicato una petizione online che chiede a Foxconn e Apple di darsi una mossa e di rispettare gli impegni presi. La petizione è già stata firmata da oltre 130.000 persone. L’associazione ricorda la montagna di liquidità nelle casse di Apple e si rivolge in particolare a Cupertino perché agisca. La petizione giunge proprio nel momento nel quale migliaia di giovani s’affollano ai cancelli di Foxconn in cerca di un lavoro estivo e vanno incontro a un picco di domanda di manodopera generato dalla produzione di iPhone5 ormai pronto al lancio e, pare, anche di una versione mini dell’iPad. In coda sì, ma per produrlo, la coda per comprarlo la faranno altrove, visto che i dipendenti Foxconn non si possono certo permettere di acquistare iPhone e iPad.

A seguito delle polemiche scatenate da gravi incidenti in fabbrica e da numerosi suicidi all’interno degli stabilimenti, Apple e Foxconn erano finiti al centro di una vasto movimento internazionale di protesta all’inizio dell’anno, preso di petto da Tim Cook dopo la scomparsa di Steve Jobs. Il nuovo leader di Apple ha speso molte e nobili parole e ha affidato un’indagine a Fair Labor Association che ha confermato che nelle fabbriche si lavora male, pagati peggio e facendo orari disumani. Ma poi, ancora oggi, nelle grandi città-fabbrica di Foxconn, che impiega circa un milione di cinesi, tutto continua come prima e gli operai, una volta trattenute le spese per l’alloggio negli alveari predisposti dall’azienda, non arrivano ai 200$ di retribuzione netta, pur facendo una quantità di straordinari superiore al massimo consentito dalle leggi cinesi sul lavoro. Che a onor del vero a Pechino nessuno sembra interessato ad imporre a Foxconn.

Anche Foxconn all’epoca si era detta pronta a introdurre aumenti e migliorie, chiedendo tempo perché non è facile modificare una macchina del genere su due piedi. Cosa che riesce benissimo quando si tratta di aprontare una nuova linea di produzione per i numerosi clienti (Oltre ad Apple si servono da Foxconn buona parte dei giganti dell’elettronica di consumo). Pochi giorni dopo gli annunci edificanti Foxconn ha però annunciato l’arrivo sulle linee di centinaia di migliaia di robot, destinati a sostituire quelle mansioni nelle quali gli umani andranno fuori mercato se saranno concesse loro paghe e condizioni di lavoro decenti. A oggi Foxconn continua a sfruttare la forza lavoro come prima, non c’è traccia dello “… studio che documenti gli stili di spesa e i reali costi dei componenti di uno stipendio che che copra i bisogni di base” raccomandato da FLA e i modesti aumenti di stipendio concessi negli ultimi anni continuano a tenere la retribuzione a un livello che permette appena di coprire il 60% dei bisogni di base del lavoratore, niente di che far sopravvivere una famiglia.

Si tratta evidentemente di uno stato d’eccezione, quello di Foxconn in Cina, sicuramente garantito a livello politico, visto che le autorità locali e nazionali non hanno fatto altro che assistere a quella che dev’essere sembrata una questione tra stranieri, occasionalmente interessati al benessere dei lavoratori cinesi. Impressione che sembra condivisa anche da molti cinesi che non lavorano dentro Foxconn e che conoscono anche posti peggiori.. Foxconn, conosciuta anche come Hon Hai Precision Industry, non è esattamente cinese, ma di Taiwan e come tale probabilmente sfugge alla pressione che possono essere imposte alle aziende cinesi, ma allo stesso tempo fa sicuramente pesare la sua presenza in Cina, esattamente come altrove abbia stabilimenti, reclamando condizioni preferenziali e contributi statali ai propri investimenti. Anche per la Cina Foxconn è un gigante, anzi il gigante che ha portato in Cina la produzione dell’elettronica più avanzata.

Foxconn non è più legata alla Cina di quanto non sia legata ai guadagni, come dimostra l’apertura di uno stabilimento in Brasile, dove però vigono e si rispettano le leggi brasiliane sul lavoro e ancora di più il prossimo investimento da miliardi di dollari in Indonesia, dove probabilmente il costo del lavoro non aumenterà nei prossimi anni come invece sembra destinato a fare in Cina. L’investimento in Brasile segue la logica d’aggirare dazi pesantissimi per i prodotti d’importazione, producendo in loco Apple e Foxconn al guadagno aggiungono quello che un tempo andava in dazi, perché i prezzi per ora non li hanno diminuiti, tanto ormai i clienti brasiliani c’erano abituati. Quello indonesiano invece sarebbe sicuramente orientato a seguire l’offerta di manodopera al minor costo, visti gli aumenti salariali incombenti e comunque inevitabili in Cina. Che comunque Foxconn non potrebbe abbandonare su due piedi, visto che nessun altro paese al mondo con un basso costo del lavoro sarebbe in grado di offrire le infrastrutture e la manodopera necessarie a un tale sforzo produttivo.

Mentre Foxconn cercava mille acri di terra sui quali costruire una Silicon Valley aziendale, almeno a sentire l’eccitatissimo ministro dell’industria indonesiano che ha magnificato un accordo che ancora non c’è, a Taiwan si sono anche presi la soddisfazione di superare Apple nella classifica di Fortune 500, segno che gli affari vanno a gonfie vele e che anche Foxconn ha un modello di business che consente egregi profitti, ovviamente a spese di stipendi e investimenti nella sicurezza e salubrità degli impianti.

Anche i cinesi non possono fare altro che coltivare ottimismo, anche se l’aumento del costo del lavoro potrebbe provocare la fuga di molti produttori dal paese e quindi frustrare il piano che prevede un’espansione dei consumi interni a compensare il calo della domanda estera dovuta alla combinazione tra la crisi e l’aumento dei costi di produzione di Pechino. Un’eventualità che il paese deve assolutamente evitare, perché qualsiasi riduzione del tasso di crescita rischierebbe di far saltare un’economia che, ad immagine di quella globale, è costruita e gestita per cavalcare una crescita che non potrà durare all’infinito. In mezzo ci sono i lavoratori, quelli di Foxconn e ancora di più quelli di aziende meno note che a milioni in Cina s’assumono insieme al territorio la socializzazione di quegli sconti sui costi di produzione che ancora oggi rendono tanto competitivi i prodotti cinesi.

 

Pubblicato in Giornalettismo