L’indipendenza energetica degli Stati Uniti è una realtà

Posted on 28 giugno 2012

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Gli Stati Uniti producono sempre più petrolio e gas, da importatori diventano esportatori.

I prezzi sostenuti del petrolio e degli idrocarburi hanno prodotto nell’ultimo decennio investimenti e un conseguente salto tecnologico che ha reso accessibili riserve enormi un tempo considerate non disponibili, l’Energy Outlook 2012 rilasciato dall’Energy Information Administration certifica la novità e un futuro a medio termine nel quale la produzione di gas e petrolio statunitense aumenterà costantemente. Negli ultimi anni questo aumento è stato tumutltuoso, grazie a nuove licenze d’esplorazione e al boom della produzione di tight oil e shale gas. Il primo è un light crude contenuto in una roccia porosa che è estratto con una tecnica concettualmente simile allo shale gas (gas di scisti), ma nella pratica discretamente diversa  e si trovano in bacini geologicamente sono diversi.  La grande disponibilità di gas in particolare ha già determinato il crollo del prezzo sul mercato interno, anche perché gli Stati Uniti non sono pronti ad esportarlo e perché i paesi a tiro di gasdotto (Messico e Canada) sono anch’essi esportatori.Per esportare il gas a distanze maggiori servono degli impianti per produrre LNG (gas liquefatto), che può essere convenientemente spedito per nave e rigassificato a destinazione e in effetti l’EIA ha annunciato progetti per questo genere d’impianti. Appena pochi anni fa stavano per decollare i progetti per la costruzione d’impianti per l’import di LNG, un altro dato che rende la misura della svolta. L’aumento della produzione si è inoltre incrociato con il calo della domanda interna incoraggiato dalla crisi, ma già avviato da anni grazie alla delocalizzazione delle produzioni (e del relativo consumo energetico) e all’aumento costante dei prezzi, almeno fino a questa repentina inversione di tendenza.

Ma non basta, perché dopo che l’amministrazione Bush ha autorizzato le trivelle nei parchi nazionali, quella di Obama sta per aprire le acque dell’Artico nel mare di  Chukchi e in quello di Beaufort, luoghi tra i meno contaminati e battuti da un clima severo, dove incidenti come quello della Deepwater Horizon potrebbero costare (alla collettività e al pianeta) più di quanto si andrà ad estrarre, ma nelle quali un disastro costerebbe meno dollari in risarcimenti, perché molto meno popolati. L’annuncio lo ha dato personalmente Ken Salazar, che è il Secretary of the Interior di Obama. Da non confondere con il ministero dell’Interno, il Dipartimento dell’Interno sovrintende agenzie come il  Bureau of Land Management, lo United States Geological Survey, e il National Park Service. Ha cioè le chiavi dello sfruttamento dei suoli americani e nel suo caso le ha usate per aprire le porte alle compagnie petrolifere.

L’abbondanza di petrolio e gas  è un problema relativo , tanto che una delle strategie più velocemente percorribili nel caso degli Stati Uniti è quella della conversione a gas di molti consumi ora alimentati dal petrolio, dall’autotrazione al riscaldamento fino alla generazione elettrica. Una trasformazione che dovrebbe essere spinta impetuosamente dai prezzi stracciati del gas, liberando petrolio per l’esportazione e riducendo per di più le emissioni inquinanti localmente. Emissioni che  però globalmente non caleranno, perché se il futuro a medio termine è quello di una improvvisa abbondanza di gas e petrolio, è chiaro che su scala globale questo aumento si tradurrà in maggiori emissioni, visto che la combustione d’idrocarburi rappresenta un robusto contributo antropico all’aumento di CO2 in atmosfera. Maggiori emissioni e maggiore inquinamento, perché le nuove tecniche d’estrazione impiegano grandi quantità di acqua che dopo questo impiego non sono altro che un rifiuto (molto) pericoloso ed espongono i territori a devastazioni e rischi ambientali elevatissimi. Tutti costi che sono e continueranno ad essere socializzati in parallelo alla privatizzazione dei profitti. L’evoluzione tecnologica si estenderà poi necessariamente anche al di fuori degli Stati Uniti, aumentando in maniera simile anche la dimensione delle riserve globali e allontanando nel tempo il cosiddetto peak oil, il momento nel quale l’estrazione sarà inferiore alle necessità.
La novità rischia di avere contraccolpi nefasti anche sugli investimenti nelle rinnovabili, che comunque conservano la loro valenza strategica per i paesi importatori, ma che perdono quella particolare spinta offerta dallo stato di necessità o dalla mancanza d’alternative, anche se non è detto che la maggiore disponibilità di combustibili fossili non possa essere a sua volta scavalcata da un’ulteriore espansione dei consumi energetici, che a livello mondiale è ormai ritornata gagliarda dopo il tonfo del 2008. Un livello, quello  dei 20 anni pre-crisi, che con la previsione di una crescita costante dello 0.3 non sarà raggiunto dagli Stati Uniti nemmeno nel 2035, l’anno nel quale si esaurisce il lasso temporale indagato dal rapporto.

Per rimanere agli Stati Uniti, un tale stravolgimento non potrà che avere un discreto influsso sulla politica estera statunitense, basta pensare che un paese come l’Arabia Saudita cessa di essere un fornitore strategico per assumere le vesti di un fornitore concorrente, per cogliere immediatamente la quantità d’implicazioni politiche e strategiche con le quali le amministrazioni americane si dovranno confrontare nei prossimi anni vissuti da paese esportatore. Una veste nella quale non siamo abituati a rappresentarci gli Stati Uniti, storicamente un paese avido di risorse energetiche utili ad alimentare la sua macchina produttiva, ma oggi un paese che produce  molto di meno e che comincia addirittura a pensare  di poter godere di una rendita petrolifera, anche se la generosità delle amministrazioni americane fa sì che le compagnie lascino ben poco nelle casse pubbliche e l’attivo non è ancora previsto e prevedibile in dimensione tale da farne la panacea dei futuri conti americani.

Il Washington Post si è spinto fino a scrivere che l’incremento della produzione e la diminuzione della dipendenza americana dall’estero
potrebbero diventare “l’equivalente della caduta del muro di Berlino”, mentre un rapporto di CITI parla dell’America Settentrionale come del nuovo Medioriente, tanto per citare chi si è lanciato subito nell’iperbole. Se la seconda affermazione appare  ottimistica, la seconda è sicuramente più sensata e spinge un po’ tutti i paesi, dai partner agli avversari di Washington, a cominciare a pensare cosa succederà nei prossimi anni alla luce di questa notevolissima novità e fare qualche esercizio di previsione sulla probabile e imminente caduta di qualche muro e di molte certezze, che a breve non saranno più tali. Gli Stati Uniti che non devono competere con Europa, Cina e India per le risorse energetiche saranno diversi dal passato e c’è già chi dice che il disinteresse per la Libia, abbandonata alle cure di altri nonostante le ingentissime riserve, sia già un riflesso della consapevolezza di questo nuovo status, che ormai si è può dare per affermato anche se ancora inosservato al grande pubblico e sconosciuto ai più. Ipotesi per ora azzardate, perché è difficile che lo stile che fino ad oggi ha informato l’invadente politica estera della potenza statunitense possa essere abbandonato velocemente per un algido neo-isolazionismo, anche se non mancherà d’influenzare in maniera diversa, caso per caso e paese per paese, la politica estera statunitense, perché gli Stati Uniti dei prossimi anni saranno un paese diverso e probabilmente con priorità diverse.

Pubblicato in Giornalettismo