Alan Turing, il martirio di un genio

Posted on 23 giugno 2012

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La storia di Turing dimostra come l’ignoranza e il pregiudizio abbiano costi umani e materiali incalcolabili.

Se esistono i geni ed è possibile immaginare un pantheon nel quale siedano quelli che più hanno contribuito allo sviluppo tecnologico e scientifico, ad Alan Turing vi spetta un posto di diritto. Purtroppo un posto di riguardo gli spetta anche nel pantheon dei martiri dell’ignoranza e del pregiudizio ideologico in età moderna, moderni martiri di altri tempi ai quali è stato impedito fisicamente e violentemente di vivere la vita che desideravano, dalla tirannia della morale costituita.

Turing visse solo 42 anni, nei due terzi dei quali produsse tali e tanti contributi scientifici innovativi da porlo tra i massimi scienziati di sempre. Si ritrovò molto giovane a Princeton, chiamato da Alonzo Church, un logico e matematico che in contemporanea a lui aveva risolto un difficile problema matematico, ma in maniera migliore. A Princeton in quegli anni lavoravano tra gli altri Einstein, Gödel e Neumann, per citarne alcuni, una compagnia che non mise in imbarazzo il giovane Turing negli anni che vi trascorse dal ’36 al ’38, ma che anzi si risolse in fruttuose e mutue contaminazioni. Oltre ad arricchire il suo percorso accademico, si fece notare al punto che Neumann lo invitò a restare e partecipare a un suo progetto. Ma Turing, mai scontato, rifiutò l’onore e l’opportunità per tornare in Gran Bretagna, che ormai era all’alba della guerra con la Germania.

Durante la guerra Turing conseguì uno dei suoi più noti successi, guidando il gruppo che costruì le prima macchine computazionali in grado (diremmo oggi) di craccare l’impenetrabile “codice enigma” (Il codice segreto con il quale comunicavano i tedeschi) con la bruta forza di calcolo di una macchina alimentata dall’elettricità. Turing non fu solo l’inventore, il costruttore e l’utente di uno dei primi computer al mondo, fu soprattutto il primo a formulare l’idea di una “macchina universale” capace di svolgere innumerevoli compiti a seconda di come è stata programmata. Fu anche un geniale crittografo e matematico tra i più distinti, compiendo incursioni brillanti anche nella chimica e nella biologia.

Le intuizioni matematiche e logiche di Turing non si contano, ripercorrendone la bibliografia sembra davvero impossibile ricordarle tutte e persino stabilire gerarchie d’importanza all’interno di un’opera tanto breve quanto incredibilmente intensa e di superba fattura. Sua la “Macchina di Turing” incursione necessaria nella semantica per superare brillantemente il limite posto dal teorema dell’incompletezza dei sistemi formali di Gödel. Suo il Test di Turing, che ha la funzione di distinguere tra un’intelligenza umana e una artificiale. Il problema di riconoscere l’intelligenza nelle macchine si pose fin da subito e Turing superò di slancio problemi come quello rappresentato proprio dal definire cosa sia un’intelligenza, ideando un test nel quale un operatore umano dialoga con una macchina e un altro operatore umano attraverso una tastiera, senza sapere quale dei due sia umano. Quando l’operatore si trovi di fronte all’incapacità di stabilirlo o pensi di avere a che fare con due umani, vorrà dire che la macchina ha dimostrato abbastanza da poter essere considerata intelligente come un umano.

Possono sembrare questioni sottili e poco rilevanti, ma sono questioni risolte le quali si sono aperte le porte dell’era informatica. Intuizioni e innovazioni grazie alle quali oggi siamo qui a scambiarci opinioni attraverso le macchine immaginate da Turing e alcuni altri pionieri. Tutti i giorni ci capita di usare le idee di Turing navigando in rete, anche se spesso non facciamo caso nemmeno a quelle che abbiamo sotto il naso, come ad esempio i CAPTCHA. Quelle finestre dove i siti ci chiedono d’inserire un codice “sporcato” con i colori o deformato nei caratteri, sono test di Turing. Più esattamente: “Completely Automated  Public Turing test to tell Computers and Humans Apart” o un “test di Turing completamente automatico per distinguere i computer dagli umani”, secondo l’acronimo che nel 2000 i suoi inventori hanno usato per battezzarlo.

Un elenco delle invenzioni e delle innovazioni proposte da Turing si può rintracciare su Wikipedia, sul sito dedicato alle celebrazioni del centenario e su molti altri siti, accademici e no, che ne ricordano le conquiste e i successi, il problema nell’elencarle tutte è che davvero “Non c’è una disciplina scientifica sulla quale Turing non abbia avuto influenza” o almeno si tratta di una dichiarazione abbastanza verosimile. Negli anni poi abbandonò ogni incostanza e sviluppò una grande dedizione al lavoro. Turing era sicuramente dotato di una mente eclettica ed era facile a incuriosirsi anche allontanandosi dal focus dei suoi interessi. Allo stesso tempo era terribilmente incline a seguire il filo dei suoi pensieri, ostile ai formalismi e alle formalità. Spesso solo, nonostante tutti gli riconoscessero un interesse e un’attiva ricerca di contatti umani. Il problema di Turing fu, fin dalla giovane età, quello di essere accettato dagli altri, un problema individuato fin da subito in età giovanile anche dai suoi insegnanti. Alla madre scriveranno che “...è il tipo di ragazzo condannato a rappresentare un problema in ogni tipo di scuola o comunità” in un’eccezionale confessione dell’incapacità di capire un giovane talmente alieno da rifiutarsi di “sostenere una sana discussione sul Vecchio Testamento seriamente“, perché gli veniva da ridere. I primi anni di scuola furono in salita per Turing, anche perché il sistema d’istruzione al quale aveva accesso l’élite britannica  svalutava le materie scientifiche come cosa da tecnici, dando invece grande importanza ai classici, alla filosofia e alla retorica. Incrostazioni tardo-imperiali delle quali i britannici si libereranno in parte solo molto più tardi, ma che peseranno sul ragazzo, incostante quanto immerso nella matematica con grande profitto fin da subito.

Ma la diversità che Turing pagherà con la vita sarà quella rappresentata dalla sua omosessualità. Un’omosessualità consapevole, meditata, riconosciuta e accetta al termine di un’analisi simile a quella che lo convinse, già in età giovanissima, di sposare l’ateismo. Una meditazione che però non poteva che concludersi riconoscendo che l’essere omosessuale lo metteva in pericolo, nonostante la sua grandissima diffusione tra l’élite britannica a causa del sistema educativo impostato sulla separazione dei sessi. La società nel dopoguerra, a New York come a Londra era ancora profondamente omofoba, tanto che Turing pensò di risolvere la questione sposandosi, come facevano e fanno tanti nelle sue condizioni. Scelse allo scopo una sua collega, ma  essendo profondamente onesto le confessò i termini della questione e raccolse un cortese diniego. Aveva scelto bene, Joan Clarke non lo tradì e non si scandalizzò, ma l’esito del tentativo lo convinse che non fosse la strada giusta.

Ringraziato pubblicamente da Churchill per il contributo allo sforzo bellico, tenuto in altissima considerazione dai maggiori scienziati dell’epoca, già padre riconosciuto d’innovazioni rivelatesi fondamentali, Turing rimase vittima di un incidente banale quanto rovinoso proprio a causa della sua omosessualità. Un suo giovane amico e amante, che evidentemente non si accompagnava a lui per amore, mise a segno insieme a un complice un furto in casa sua. Convinto della colpevolezza del giovane, Turing sporse denuncia, trovandosi quasi subito nella scomoda posizione di reo, accusato di grave “indecenza” ai sensi del Criminal Law Amendment Act (del 1885), lo stesso che a suo tempo portò in carcere Oscar Wilde e che sarà emendato solo a metà degli anni ’60. Erano gli inizi del 1952 e Turing fu condannato e in più sottoposto a castrazione chimica con un ciclo d’iniezioni di un ormone estrogeno sintetico.

La condanna lo rese poco di meno di un paria agli occhi di molti, tanto più che un episodio di anni prima, che aveva visto un britannico cadere vittima di una spia omosessuale russa, gettò su di lui il sospetto di una vulnerabilità che invece non esisteva. Omofobia e machismo militarista andavano mano nella mano all’epoca e un sospetto del genere faceva più notizia di quella di dieci funzionari effettivamente spinti al tradimento dalle Mata Hari sovietiche. Turing fu così spogliato delle credenziali che gli permettevano l’accesso ai progetti considerati strategici e protetti da segreto ai quali aveva lavorato tutta la vita e di fatto emarginato e cominciò una vita punteggiata dalle apparizioni di poliziotti che controllavano che stesse lontano dall’indecenza.

Isolato, trascorse gli ultimi mesi della sua vita diviso tra la preoccupazione che il suo lavoro fosse screditato dallo scandalo e terrorizzato dall’essere diventato impotente e dall’assistere allo spuntare dei seni causato dagli estrogeni. Nel giugno del 1954 Turing si toglie la vita mangiando una mela avvelenata con il cianuro. Il referto medico parlerà di avvelenamento suicida in un momento di follia, alcuni ci vedranno un tributo alla sua passione per Biancaneve, altri ancora un’accortezza per lasciare all’amata madre la possibilità d’abbracciare la tesi dell’incidente. Come in effetti fece, sostenendo che secondo lei l’avvelenamento fu accidentale e che Turing potrebbe semplicemente aver mangiato la mela senza lavarsi le mani dopo aver trafficato con sostanze chimiche pericolose.

Nell’anno e mezzo tra la denuncia e la morte pubblicò infatti  The Chemical Basis of Morphogenesis e puntò il suo interesse sulla presenza dei numeri di Fibonacci nella struttura dei vegetali, impiegando nei suoi appunti e nelle sue spiegazioni equazioni originali che ancora oggi sono considerate fondamentali negli studi sui pattern (schemi) d’accrescimento dei vegetali. Lo sconforto non aveva spento la sua curiosità e neppure il genio, anche questo suo produrre fino all’ultimo contribuì a convincere la madre a sposare l’idea di una morte accidentale. (P.s. sulla morte ho trovato anche una bella lettera del fratello di Turing che spiega l’aria e i limiti della  famiglia).


Solo nel 2009 il governo britannico si scuserà ufficialmente con lui, nonostante nel frattempo l’accademia inglese e in genere quella mondiale avessero intitolato premi e riconoscimenti alla sua memoria. Gordon Brown dichiarò allora in un discorso pubblico dedicato a Turing:  “…per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio.” Ma è durata poco, nel 2010 il governo britannico ha rifiutato la petizione con la quale si chiedeva al governo di sancire il perdono per il reato di Turing, ucciso crudelmente dal paese che tanto aveva direttamente contribuito a salvare dalla minaccia tedesca, risultando l’uomo che ha permesso la distruzione della marina tedesca e altri importanti successi durante la Seconda Guerra Mondiale. Considerazioni che non hanno smosso il governo britannico.

È vero, Turing avrebbe meritato di meglio dell’essere dato in pasto a un’orda di barbari rimasti al medioevo e tanto ingrati da torturare  una persona come  lui al solo fine soddisfare il moralismo pietoso di un impero medioevale in disfacimento. E insieme a Turing avrebbero meritato di meglio tutti gli omosessuali e le omosessuali ai quali leggi e persone del genere hanno rovinato la vita. Leggi e persone che non si sono estinte e che ancora oggi minacciano l’esistenza di milioni di omosessuali in quasi tutti i paesi del mondo, perché anche dove le leggi difendano gli omosessuali dalle discriminazioni, esistono per contrastare il pericolo rappresentato da una discreta parte della popolazione platealmente omofoba, quando non anche violenta. Leggi che non solo non servono affatto a limitare l’omosessualità, dimostrando già al confronto con i dati la stupidità di determinazioni di questo tipo, ma che soprattutto privano milioni di persone nel mondo dei loro diritti fondamentali e della loro stessa dignità di cittadini, uguali a tutti gli altri.

Leggi che hanno un prezzo terribile anche per i non omosessuali, come dimostra la perdita assolutamente criminale, in circostanze del genere, di una mente come quella di Turing che da sola si staglia come un gigante di fronte alle miserie di chi, ieri come oggi, ritiene giusto punire la diversità in quanto minaccia a un’ideologia o a un dogma religioso. Bigotti e ignoranti hanno ucciso Turing a quarant’anni, gli stessi bigotti e ignoranti che oggi sabotano la scienza per affermare le loro credenze religiose con favole come il creazionismo o il disegno intelligente. Bigotti e ignoranti devoti a un maschilismo che puzza di vecchio e di sporco, che fremono all’idea di poter mettere le mani delle mutande ai diversi per correggerne i comportamenti che deviano dallo stesso triste surrogato di normalità promosso e difeso da secoli, perché permette loro di proteggere l’evidenza della loro ignoranza e della loro cattiveria sotto la coperta del conformismo maggioritario.

Pubblicato in Giornalettismo

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