Morto Nayef, viva Salman

Posted on 19 giugno 2012

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Con la morte di Nayef  bin Abdulaziz è venuto a mancare l’erede alla corona saudita, ma soprattutto uno storico ministro dell’interno.

Morto a Ginevra, dove si stava curando circondato dalla solita riservatezza che caratterizza i sauditi, il principe Nayef è stato sepolto meno di 24 ore dopo in una tomba anonima nella moschea della Mecca, come vuole la tradizione wahabita e l’iconografia con la quale i Saud si rappresentano come custodi dei luoghi sacri all’Islam. Quasi in contemporanea con i funerali, i canali di stato hanno annunciato che l’erede alla corona è ora Salman  bin Abdulaziz (nell’immagine), al ministero dell’interno va il fratello Ahmed.

La successione tra i due fratelli ha diversi significati, primo tra tutti quello di fare di Salman già oggi la maggiore autorità del regno e della famiglia, posto che il re Abdullah è molto avanti con l’età, 88 anni, e in pessime condizioni fisiche. Relativamente più giovane, Salman è nato nel 1935, il re nel 1924 e Nayef nel 1933, ha comunque i suoi rispettabili 77 anni e, anche se non gli sono note grandi difformità culturali rispetto ai fratelli, rappresenta comunque l’ultimo erede in linea di successione tra i figli del fondatore della dinastia saudita.

Più esattamente tra i figli che ha avuto da Hassa bint-Ahmed al-Sudairi, moglie che gli ha dato sette figli, cinque dei quali sono già stati re e Salman in linea di successione. Nayef è stato il più sfortunato di questi che sono soprannominati appunto “i sudairi”, ma non certo quello che ha tenuto meno il polso del potere, visto che per anni è stato allo stesso tempo ministro dell’interno e della difesa. Anni nei quali ha stroncato qualsiasi dissenso e mostrato i denti a qualsiasi minaccia, fidando sulla grandissima vicinanza personale dei Saud alla Casa Bianca e in particolare alla grande famiglia Bush. Nayef è uno dei migliori clienti dei produttori d’hardware militare americano, oltre a essere uno dei pochi che pagano davvero. Con grande discrezione e con l’abituale generosità la sua Arabia Saudita era riuscita anche a concludere un accordo segreto con la Svezia, per il quale l’azienda statale che copre le esigenze della difesa svedese s’impegnava a costruire un moderno stabilimento per la fabbricazione di missile e artiglierie. Discrezione mantenuta anche quando in Svezia è scoppiato lo scandalo e l’affare è andato a monte, non un fiato.

Salman è noto per essere stato per anni il governatore della capitale Riyadh dal 1963 al 2011, che sotto la sua amministrazione è cresciuta dalla dimensione di una piccola cittadina di 150.000 abitanti a una metropoli nel deserto da cinque milioni. Il tutto ha avuto discreti costi ambientali ed enormi costi economici, coperti dall’abbondanza delle entrate petrolifere, che hanno consentito al regno di continuare a mantenere buona parte dei sudditi a carico dello stato, a cominciare dai componenti dell’ormai sterminata famiglia reale, che conta i suoi membri a migliaia. A parte il problema posto dal geometrico aumentare dei membri della famiglia reale intitolati a rendite sempre più alte, i Saud sono ormai di fronte a quello che sembra un salto generazionale non indifferente tra i figli dei sudairi, che anche se non sono molto più giovani, sono molti di più. Il che complicherà inevitabilmente una scelta destinata a poi ad ampliarsi ancora alla generazione successiva. Se l’originale sistema di transizione della corona per linee laterali a saturare la discendenza dei sudairi partendo dal più anziano della coorte generazionale garantisce il ricambio, dall’altro apre scenari di grande incertezza nella successione, perché il principe della corona non lo diventa automaticamente, ma solo dopo una consultazione allargata della famiglia e e alle autorità religiose.

Con Salman a capo di difesa gli Stati Uniti possono contare su un alleato altrettanto sicuro. Suo figlio Sultan è stato il primo arabo nello spazio grazie a un passaggio gentilmente offerto dallo Space Shuttle nel 1985 e fin dalla gioventù ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con gli Stati Uniti e gli americani in generale. Nel video che segue, tagli di un documentario degli anni ’60, appare in alcuni spezzoni, in mezzo ad alcune considerazioni che si ritrovano identiche del terzo video.

In poco più di un anno da ministro della difesa si è fatto notare per le numerose visite ai militari e per l’annuncio di robuste spese per “modernizzare” l’esercito. Anche lui come Nayef teme l’Iran, anche se non è dato sapere se condivide la vera e propria fobia del fratello o posizioni più sfumate. Nono sono quindi da attendersi grandi cambiamenti nemmeno dall’assunzione del ministero dell’interno, che sotto Nayef ha esibito un profilo spietato e dittatoriale imponendo il terrore e soffocando qualsiasi dissenso sul nascere. Tanto duro e spietato che il sovrano del Bahrain ha decretato tre giorni di lutto per la sua scomparsa, con lui se ne va chi ha inviato le truppe saudite a coprire le spalle ai suoi mercenari mentre massacravano i cittadini dell’emirato che protestavano pacificamente. E che continua a farlo impunito.  Identico il grande sostegno che sotto la sua guida l’Arabia Saudita ha offerto a numerose autocrazie arabe e che ora offre ai più reazionari nei paesi nei quali sono crollate a seguito delle rivolte. Resta da vedere quanto Salman avrà il polso di un apparato di sicurezza sempre più numeroso e con quale stile affronterà le inevitabili tensioni che la pressione demografica e la chiusura della società saudita rendono inevitabili e crescenti con il tempo.

Il cambio generazionale, ormai inevitabilmente prossimo, resta il vero dilemma della transizione saudita, difficilmente Salman riuscirà ad imporre la sua scelta del suo successore e difficilmente tra i numerosissimi nipoti sudairi del fondatore sarà possibile mantenere la stessa concentrazione di poteri e lo stesso controllo sulla successione, l’unica minaccia apparente al potere della più potente e incivile monarchia feudale rimasta al mondo, che sopravvive, solo grazie alla compiacenza e complicità dei  grandi paesi esportatori di democrazia, i cui rappresentanti finiscono inevitabilmente ammaliati dalle buone maniera e dalla generosità dei Saud e dei loro vassalli del Golfo e si dimenticano della democrazia, della libertà e persino delle parole di fuoco contro la società feudale dalle quali è nata la ribellione all’assolutismo e sono nati i paesi che sono oggi chiamati ad amministrare e rappresentare.

Pubblicato in Giornalettismo

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