Lo stile Nixon è sopravvissuto al Watergate

Posted on 15 giugno 2012

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Carl Bernstein e Bob Woodward ricordano quei giorni e la figura del presidente.

Quarant’anni fa, esattamente il 17 giugno del 1972 alle due e trenta del mattino, una squadra di scassinatori in giacca, cravatta e guanti di gomma per non lasciare impronte fu arresta all’interno degli uffici del quartier generale del partito democratico a Washington, situati nel Watergate Building. Era l’avvio dell’omonimo scandalo, della caduta del presidente Nixon e la consacrazione di due giornalisti destinati a diventare un totem della professione, Carl Bernstein e Bob Woodward, che insieme scriveranno due libri sullo scandalo: “Tutti gli uomini del presidente”  (All the President’s Men, 1974),”e “I giorni della fine” (The Final Days, 1976). Da allora non hanno più scritto dello scandalo, lo fanno in occasione della ricorrenza in un riassunto della figura di Nixon sicuramente gustoso e chiarificatore (“Nixon era molto peggio di quanto pensassimo), quanto monco della parte che non entrò in discussione durante lo scandalo Watergate, quella della storia della sua politica estera, che su Nixon e il suo ministro degli esteri Henry Kissinger ha deposto la responsabilità di milioni di morti e delle enormi sofferenze patite da interi popoli.

Nixon si è segnalato prima di tutto come un fedele rappresentante di quell’America bellicosa riunita attorno all’anticomunismo e ad un’élite che per anni ha occupato le gerarchie dell’esercito e di agenzie come la CIA. Un gruppo di potere legato a interessi facilmente individuabili e dotato di uno stile inconfondibile, tale da renderlo indistinguibile da quello dei tanti crimini e criminali che ovunque nel mondo sono prosperati beneficiando di un rapporto preferenziale con Washington. Nixon che viene ricordato per la storica quanto inevitabile apertura alla Cina, l’anno successivo chiedeva a Pechino di attaccare l’India (Think Big) d’Indira Ghandi, colpevole di aver arrestato il genocidio in Bangladesh inviando le sue truppe a fermare il corpo di spedizione pachistano che, con il placet scritto di Nixon e Kissinger, stava falciando i cugini bengalesi, colpevoli di aver votato male.

Simili autorizzazioni sono state concesse all’indonesiano Suharto per lo sterminio di oltre un milione (tendente a due) di presunti “comunisti” indonesiani oltre a qualche centinaio di migliaia di abitanti di Timor Est e della West Papua, poi offerta allo sfruttamento dell’industria mineraria americana. Potrebbe sembrare ancora poco rispetto al disastro della guerra in Vietnam, un capitolo che Nixon non ha cominciato e semmai ha chiuso, ma se poi si aggiungono le vittime in quasi tutti i paesi centro e sudamericani di feroci dittature sostenute e catechizzate da Washington e storie come quella del Piano Condor, dell’assassinio di Allende, il golpe contro Mossadeq in Iran e azioni simili contro altri innumerevoli leader progressisti, favorendo e sostenendo in genere una violenta repressione di stampo fascista che è andata evidentemente ben oltre le “necessità” imposte dalla guerra fredda.

Una serie di crimini gravissimi, come testimonia la lunga storia di queste imprese, le impronte ideologiche che recano, la selezionata platea dei protagonisti e soprattutto una enorme mole di documenti ufficiali americani, dalle registrazioni dei dialoghi tra Nixon e Kissinger fino alle minute, che toglie ogni dubbio sui moventi e sui risultati perseguiti dal dinamico duo sul fronte della politica estera. Uno stile che non è cambiato nel tempo, tanto che oggi la realtà ci offre la normalità di un’amministrazione Obama che sull’onda di quella Bush naviga in acque molto più lontane dalla legalità senza grossi problemi.

I due ex-reporter del Washington Post, conosciuti anche con il il soprannome colletivo di “Woodstein”, hanno ricordato come Nixon sul fronte interno arrivò a scatenare quelle che definiscono cinque guerre diverse, contro il movimento anti-Vietnam, contro l’informazione, i democratici, il sistema giudiziario e infine la storia. A loro sostegno chiamano un’altra mole di documenti, quella raccolta durante il Watergate, che negli anni è stata confermata e integrata definitivamente a eliminare qualsiasi dubbio da documenti e testimonianze di decine d’ufficiali americani.

Nixon è stato il primo e unico presidente americano a dimettersi, anche se non ha mai pagato in altra maniera, visto che il presidente Ford che gli succedette in maniera irrituale a completare il mandato dopo essere stato nominato vicepresidente dallo stesso Nixon , gli concesse un perdono pieno e incondizionato già nel 1977, a meno di tre anni dalle sue dimissioni. Richard Nixon era un uomo energico, scelto da Eisenhower come vicepresidente e delfino, riuscirà ad arrivare alla presidenza solo dopo un tentativo andato a vuoto contro J.F. Kennedy e un nuovo tentativo dopo la sua morte, favorito anche dall’assassinio di Robert Kennedy proprio mentre era in testa alle primarie democratiche che lo avrebbero portato a sfidarlo alle presidenziali che poi vinse contro un candidato democratico con molto meno appeal, coincidenze che hanno dato lavoro a metà dei giornalisti americani.

A distanza di anni la mentalità e certe iniziative di Nixon fanno sorridere. Oggi i presidenti americani non pensano più che i media siano nemici, ma in compenso spiano molto di più. I primi team di spioni organizzati da Nixon per controllare sovversivi ed avversari politici impallidiscono al confronto della libertà e capacità di spionaggio di cui godono oggi le agenzie governative americani, che spiano gli americani a milioni senza bisogno di alcuna autorizzazione di un giudice. Che a dire il vero non ne hanno bisogno nemmeno per uccidere i cittadini americani.

Addirittura buffo il piano che consisteva nel riempire uno yacht di prostitute “wired” per registrarle al lavoro e da parcheggiare a Miami in occasione di una conferenza dei democratici, poi ridimensionato allo spionaggio più semplice con agenti microfonati che s’aggirarono per l’evento. Anche oggi ai presidenti americani spiegano che è incostituzionale, ma poi lo fanno lo stesso. Nixon si muoveva e ragionava da mafioso, era notoriamente paranoico, sboccato e platealmente antisemita, anche se la sua amministrazione poteva contare su numerosi ebrei, su tutti Kissinger, del quale disse sempre di fidarsi, a differenza di altri giudicati traditori e inaffidabili. Non meno buffo uno degli espedienti preferiti impiegati per disturbare le campagne altrui, che consisteva nell’entrare negli alberghi e razziare le scarpe lasciate fuori dalla porta per essere pulite.

All’epoca Nixon si organizzò anche per fare in modo che la CIA testimoniasse come continuare l’indagine sul Watergate avrebbe pregiudicato la sicurezza nazionale, ma non se la bevve nessuno. Oggi invece va giù che è un piacere e i presidenti americani fanno regolarmente quello che all’epoca fu considerato uno scandalo nello scandalo. Il racconto dei Woodstein resta una testimonianza preziosa su una delle più tumultuose presidenze americane e un capitolo mitico nella storia del giornalismo, ma non esaurisce la storia della carriera politica di Nixon, delle sue responsabilità e delle responsabilità di quel coacervo di potere del quale è stato espressione.

Pubblicato in Giornalettismo