Polveriera Congo

Posted on 14 giugno 2012

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Tra Congo e Ruanda sono volate parole grosse e considerando le leadership il rischio che dalla parola si passi alle armi è decisamente alto.

Le ultime settimane sono trascorse tra report di profughi in fuga dalle milizie di Bosco Ntaganda, un ex-comandante di una milizia tutsi congolese che era stato integrato nelle forze militari congolesi con i suoi uomini. Quello che legalmente si configura come una diserzione di massa è in realtà la fuga di un uomo contro il quale il Tribunale Penale Internazionale aveva appena emesso un mandato di cattura per crimini contro l’umanità, un’accusa buona per tutti i protagonisti degli eccidi che hanno macchiato il Congo dopo la scomparsa di Mobutu, molti dei quali com’era successo a Ntaganda erano rientrati nella legalità congolese grazie a un accordo di più ampio respiro che ha regolato la smobilitazione di un gran numero di milizie al termine di quella che è stata definita la Prima Guerra Mondiale africana, che in Congo ha fatto (almeno) 5 milioni di morti.

L’assenza di un giudizio nei suoi confronti ha aperto la strada al TPI, che ha competenza sussidiaria sui criminali che gli stati non perseguono. Colpire personaggi come Ntaganda è poi straordinariamente facile e nessuno se ne lamenta, infatti il TPI in genera si è occupato solo di criminali africani evitando con estrema cura di puntare il dito contro quanti godono dell’alleanza con l’Occidente. Diversamente il TPI avrebbe incriminato di preferenza le attuali leadership di Congo, Ruanda e Uganda, per stare in zona, che comprendono una collezione di criminali al confronto dei quali Ntaganda e i suoi omologhi diventano piccoli banditi di paese. Ntaganda e i suoi uomini, ma anche altri leader della diaspora tutsi in Congo (concentrata nelle provincie del Kivu) come Thomas Lubanga, Laurent Nkunda, Sultani Makenga e Vianney Kazarana sono oggi pericolosi relitti di un’epoca che si vorrebbe finita, ma che invece ancora arde sotto la cenere di nuovi governi, elezioni ridicole e grandi speranze che rischiano puntualmente d’andare deluse. Relitti che in teoria converrebbe affondare in silenzio e che invece continuano ad essere pedine di un gioco perverso tra Kigali e Kinshasa.

In Ruanda c’è Paul Kagame, al potere dagli anni ’90, che nelle elezioni del 2010 ha preso il 93% dei voti. Per dire della qualità della democrazia ruandese. Kagame è un tutsi e anche lui ha vissuto l’esperienza della diaspora, un’esperienza che insieme all’olocausto dei tutsi sembra restituire l’idea di una sorte simile a quella del popolo ebraico anche se le due storie non sono sovrapponibili. Alla radice dei mali del paese e di quelli dei suoi vicini c’è la dominazione coloniale, che con i tedeschi impose un regime di apartheid nei quali alla minoranza tutsi era affidato il comando sulla maggioranza hutu e che con i belgi, gli ultimi padroni del paese, lasciarono il Ruanda indipendente nelle mani della maggioranza hutu da un giorno all’altro, coerentemente con la strategia di gettare le ex colonie nel caos, al quale rimediare imponendo un dittatore eterodiretto. Andò così in Congo dopo l’assassinio di Lumumba e Mobutu servì allo scopo per tre decenni, al termine dei quali il Congo era ancora all’anno zero della democrazia.

La guerra per il controllo del Congo fu lunga e sanguinosa fino a che non ne emerse vincitore Laurent Kabila, padre dell’attuale presidente che lo ha sostituito nel 2001 dopo che fu assassinato. Kabila, alla guida dei tutsi congolesi e sostenuto dai governi di Burundi Ruanda e Uganda. Due anni prima Paul Kagame aveva sconfitto l’esercito hutu e preso il potere in Ruanda in circostanze che meritano di essere ricordate. Emergendo tra i tutsi rifugiati in Uganda, Kagame si legò all’attuale dittatore ugandese Museveni, accanto al quale ha combattuto per abbattere almeno tre aspiranti dittatori che lo avevano preceduto a Kampala. Incorporato nell’esercito ugandese, Kagame riceverà addestramento militare negli Stati Uniti e poi formerà un suo esercito con base in Uganda, con il quale partirà alla conquista del potere in Ruanda, sconfiggendo l’esercito hutu, più numeroso quanto distratto dalla partecipazione al massacro dei tutsi che oggi giustamente è ricordato come l’olocauto ruandese.

Con un milione di tutsi fuggiti in Congo, 800.000 uccisi dagli hutu su una popolazione di appena dieci milioni di abitanti, Kagame riuscirà comunque ad andare al potere e a registrare percentuali di consenso bulgare alle elezioni, segno indiscutibile di un pesante deficit di democrazia. Non è mancato chi ha visto nella caccia ai leader della diaspora tutsi congolese un piano di Kagame per liberarsi di presenze scomode e soprattutto in grado di minacciare la sua immagine di “protettore dei tutsi”. Non a caso tutti i signori della guerra sopra ricordati combattono da anni per “proteggere” i tutsi congolesi che però è più facile che muoiano per causa loro che non perché perseguitati in Congo.

Sembrerebbe impossibile che il destino del Congo sia stato per tempo appeso a quel che si decideva a Kigali, ma erano quelli i tempi nei quali il Ruanda non era l’unica spina nel fianco del Congo e su tutto aleggiava la supervisione del Dipartimento di Stato americano. Il Ruanda è il 144° paese per estensione al mondo, il Congo l’undicesimo, essendo cento volte più vasto, anche se popolato da “appena” sette volte gli abitanti del Ruanda, ma questo non ha impedito al Ruanda d’invadere il Congo per ben due volte nella storia recente.


Inquieta quindi l’idea che Human Rights Watch abbia per prima accusato il Ruanda di armare e sostenere Ntaganda e quanti si sono uniti a lui, subito seguita a ruota da Washington e da Kinshasa, che ovviamente non l’ha presa bene e sostiene di aver investigato e di avere fonti proprie che confermano la denuncia di HRW. Il dato confortante è che Ntaganda e i suoi paiono ora finalmente sconfitti e asserragliati su tre coline vicine al confine con il Ruanda, questa volta l’esercito congolese e i peacekeeper della missione dell’ONU (MONUSCO) sembrano essere effettivamente riusciti a mettere all’angolo una milizia che già da settimane terrorizzava le zone che occupava, tanto che decine di migliaia di abitanti hanno attraversato i vicini confini di Ruanda e Uganda per cercare rifugio.

Alle accuse il Ruanda risponde negando e il Congo gonfiando il petto, per gridare alla comunità internazionale (gli USA e gli alleati) che sarebbe ora di smetterla di preoccuparsi della democrazia in Congo e di guardare al Ruanda. Per il quale secondo i congolesi l’Occidente ha sempre un occhio di riguardo, per lo stesso genere di senso di colpa che poi avrebbe portato tanti governi occidentali ad assecondare sistematicamente Israele dalla fine della Seconda Guerra mondiale a oggi. Una specie di strabismo che ha impedito di vedere e riconoscere i cinque milioni di morti in Congo e l’enorme numero di delitti, dagli stupri alla riduzione in schiavitù, commessi anche dai cari leader alleati.

Il problema con leadership come quella di Kagame o del suo mentore Museveni è che sono maturate in battaglia e che quindi anche uomo come Kagame, che passa per gran tessitore d’accordi, ha la tragica tendenza a risolvere le cose sparando o comunque ordendo piani nei quali l’azione militare è ingrediente fisso.

Altrettanto si può dire per il regime di Kabila, che da anni tradisce le aspettative dei congolesi e che resta abbarbicato al potere senza tante idee che non sia l’approfittarne per arricchirsi e che potrebbe avere interesse a un sussulto patriottico per motivare gli elettori a sostenerlo al potere, a prescindere dai risultati fallimentari fin qui registrati. E ancora di peggio si può dire dell’efficacia e della lungimiranza dei tanti governi occidentali e vicini che da anni ingeriscono negli affari congolesi, alcuni dei quali portano responsabilità ben più gravi di quelle dei protagonisti locali del caos.

Pubblicato in Giornalettismo

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