C’era una volta una Svezia

Posted on 6 giugno 2012

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C’era il “peccato svedese” e c’era la socialdemocrazia. In poco più di vent’anni la Svezia è diventata un piccolo museo degli orrori, gettando alle ortiche un modello guardato con ammirazione in tutto il mondo. In molti paesi la caduta del Muro di Berlino ha determinato grandi cambiamenti e lo stesso è stato per la Svezia, tanto che una rivista della destra americana come l’ American Spectator nel settembre scorso scriveva con soddisfazione che ” La Svezia ha silenziosamente trasformato la socialdemocrazia in un pezzo da museo”. E non solo la socialdemocrazia verrebbe da dire ad osservare quanto è come è cambiato il paese negli ultimi venti anni. Agli svedesi i politici e i commentatori  americani guardano con interesse e con invidia per quello che riguarda la ripresa economica e per l’approccio a questioni quali il contrasto alla droga e alla prostituzione. Un entusiasta Washington Post un anno fa presentava il paese come la “rockstar della ripresa” per via della crescita economica registrata, tra le più alte al mondo tra  paesi sviluppati. Ovviamente trarre conclusioni e ricette dall’esperienza di un paese di dieci milioni di abitanti e applicarle a uno di trecento è un esercizio che spesso lascia il tempo che trova, ma è evidente l’interesse di buona parte dell’élite statunitense nel ricercare modelli neoliberisti di successo da riproporre nonostante il plateale fallimento culminato con la grande crisi economica.

Gli svedesi hanno superato relativamente bene la crisi del 2008, sia perché avevano adottato una politica, anche bancaria, più prudente dopo  il crash del 1990, anno in cui l’inflazione toccò punte del 500% e il paese sembrò sul punto d’esplodere, sia perché robuste iniezioni di dollari da parte della Federal Reserve mantennero in vita le banche svedesi, strangolate dalla fuga dalla moneta nazionale verso valute più sicure. Anche la Svezia è intervenuta per salvare le sue banche e se oggi ha un rapporto debito/PIL del 45%, è anche vero che la Riksbank, la banca centrale svedese, controlla società che rappresentano più del 25% dello stesso PIL. Non esattamente il paradiso del liberismo, ma gli americani apprezzano l’intervento statale nell’economia quando serve a metterci una pezza. La transizione dalla socialdemocrazia a quella cosa che c’è oggi, e che nessuno sente la necessità di nominare o identificare, è cominciata con la caduta dell’impero sovietico, allorché i socialdemocratici svedesi hanno imboccato l’equivalente locale della “terza via” di Blair ovvero l’adesione quasi incondizionata della sinistra europea al modello liberista. Quanto sia costata la transizione lo si ricava facilmente da un recente rapporto del parlamento svedese, che ha concluso che “Una volta sommati i contributi erogati per malattia, disoccupazione e infortuni sul lavoro, il livello massimo raggiunto nel 2010 era solo la metà del livello relativo disponibile nel 1975. Il paese un tempo egalitario oggi ha “il più rapido incremento della diseguaglianza tra i 34 paesi OECD negli ultimi 15 anni”, come ha riportato Reuter in marzo, notando che continua a crescere a una velocità quattro volte superiore a quanto non faccia negli Stati Uniti. Per qualche americano rappresenterà un modello, ma gli svedesi e gli americani in generale hanno pochi motivi per goderne. Gli svedesi hanno infatti registrato un rapido degradarsi dei servizi sociali, presi a tenaglia tra il taglio del 50% dei fondi e la distrazione di parte del rimanente in direzione di discutibili politiche repressive. Tanto che per gli svedesi ora sono normali le storie di malasanità all’italiana: le ambulanze chiamate e mai arrivate e gli “errori” medici strappano i titoli come da noi e i tagli alla spesa sociale hanno prodotto comportamenti impensabili, tanto che sono arrivati persino a disporre la pesatura dei pannoloni usati dagli anziani incontinenti per evitare lo spreco di cambiarli quando ancora possono incamerare urina. Sussidi e servizi hanno seguito lo stesso destino, che non ha risparmiato neppure l’istruzione.

 

Allo svanire di una proposta e di una cultura di sinistra, ha fatto seguito il dilagare di risposte di destra ai problemi del paese e un sostanziale consociativismo dei socialdemocratici di un tempo con i conservatori, che ha avuto effetti notevolissimi sia sulla politica interna che su quella estera del paese. Il paese un tempo neutrale, non allineato e paladino dei diritti umani, sembra aver rinnegato quella storia passando a un atteggiamento in politica estera allineato al blocco occidentale e non solo perché con l’ingresso nell’Unione Europea è entrato a far parte anche del sistema di difesa comune. Tanto bene si è integrato nel nuovo corso che, come ha dimostrato lo scoppio di un recente scandalo, sia i governi socialdemocratici che quelli conservatori hanno agito in frode alla legge svedese sottoscrivendo un accordo per la costruzione di un’enorme fabbrica di missili e artiglierie in Arabia Saudita, vietatissimo dalla legge che proibisce affari del genere con i paesi che non rispettano i diritti umani. Per conseguire lo scopo hanno ovviamente tenuto segreto l’accordo, evitando di comunicarlo anche alle istituzioni di controllo e da quando si è scoperto l’inghippo sono rimasti senza parole in attesa che il tempo lenisca le conseguenze di questo inconveniente. Agli svedesi è rimasta un’economia fondata sulla cogestione dei conflitti tra sindacati e imprenditori che non ha avuto lo stesso successo di quella tedesca, tanto che molte delle principali industrie nazionali sono fallite ripetutamente e hanno potuto sopravvivere solo grazie all’intervento pubblico a scongiurarne la sparizione. Un’economia che viaggia sempre di più verso i confini del neoliberismo senza dar cenni di volersi arrestare e una “crescita” teorica a spese dei cittadini delle fasce più deboli e sempre più numerose.

Ai problemi degli svedesi che scivolano verso la povertà nessuno tra i governanti è stato ovviamente in grado di dare risposte soddisfacenti ed ecco allora che anche Svezia si è assistito al dilagare dell’uso degli stranieri e delle minoranze più o meno devianti come capri espiatori e al risorgere dell’estrema destra. Non è un caso che l’autore di una recente serie di omicidi nella città di Malmö sia andato a caccia di “musulmani” da abbattere e al contempo fosse convinto che “gli ebrei” fossero gli autori degli attacchi alle Twin Towers. Tanto che c’è da registrare anche come il capo dell’Office to Monitor and Combat Anti-Semitism dell’amministrazione Obama, Hannah Rosenthal, sia stata inviata nel paese per discutere quelli che sono stati descritti come i “ripetuti commenti antisemiti del sindaco socialdemocratico di Malmö“. Non è più la Svezia di una volta e ancora meno la ricorda, se si osserva la filosofia che ha portato al cambiamento delle politiche nei confronti della droga e della prostituzione. Anche questi indicati a modello e non solo negli Stati Uniti. Cambiamenti drastici, ma ancora incerti nei risultati, anche se c’è stato chi ne ha già decretato il successo, pur in mancanza dei numeri sui quali fondare il giudizio, che gli svedesi stanno ancora radunando. L’approccio alla droga è quello della cara vecchia Tolleranza Zero modulata alla svedese: “L’obbiettivo della politica svedese contro sulla droga deve continuare a essere quello di una società libera dalle droghe“, c’è scritto nella legge, nientemeno.

Gli assuntori di sostanze stupefacenti sono puniti e viene offerta loro la disintossicazione e assistenza in cambio della remissione della pena. La polizia prende sul serio la questione e può fermare le persone che “sembrano” drogate, perquisirle e imporre loro un test, i test sono usati estesamente anche nell’accesso al lavoro, Non sembra che tanta determinazione e impegno diano grandi frutti, anche perché il consumo di sostanze psicoattive in Svezia è atipico rispetto all’Europa, essendo dominato dalle metamfetamine e ovviamente dall’alcol. Basta e avanza però per provare a rivendere agli americani la fallimentare war on drugs con una spruzzata di servizi sociali a rifarne il look. Non meno drastica l’evoluzione delle leggi che regolano i rapporti sessuali, guidata da un’evoluzione del femminismo svedese che si è guadagnata la definizione di “saudita” per alcuni evidenti eccessi, in particolare nell’estendere l’ambito dei reati sessuali con l’occhio puntato alla protezione della donna e molto distratto dalla realtà circostante. Un’azione che ha portato la Svezia a superare persino i paesi nei quali le violenze sessuali sono una piaga, nella percentuale delle denunce per stupro. Una deriva della quale è stato vittima anche Julian Assange, denunciato per stupro da una sua partner che lo accusa di aver voluto far sesso senza il profilattico. Non che accusi Assange di averla costretta, ma il fatto che secondo lei Assange abbia resistito alla sua richiesta di usarlo, è già stupro per la legge svedese, poco importa se nessuno in nessun modo ha impedito alla donna di negarsi a quelle condizioni.

 

Lo stesso interesse per la “protezione della donna” ha dato vita a una legge contro la prostituzione originale quanto ammirata pur se i risultati, anche in questo caso, sono ancora da soppesare. L’idea centrale è che la donna che si prostituisce lo fa perché vittima di un modello di società dominata dal maschio e che quindi è il maschio che bisogna punire. Ne consegue che la prostituta non commette reato, ma il cliente sì ed è equiparato ai “trafficanti di carne umana” che alimenterebbero il fenomeno secondo la vulgata svedese, che vede solo schiave, schiavi e schiavisti. Come nel caso della legge sulla droga, la polizia ha ampia libertà d’intervento per salvare le prostitute dai loro sfruttatori/clienti, non solo dai classici sfruttatori che commerciano in carne umana. La cosa si è spinta fino al punto che la polizia interviene nelle camere da letto dove sospetta si stia consumando lo sfruttamento ed è accaduto speso che la natura criminale dell’accusa abbia già provocato rumorosi scandali, che hanno visto protagonisti anche numerosi giudici, tra i quali anche un membro della corte suprema. Ovviamente la prostituzione non è sparita in Svezia, anche se al colmo del parossismo c’è stato chi propose di boicottare i mondiali di calcio in Germania perché avrebbero ospitato anche legioni di prostitute e di tifosi/sfruttatori impegnati a degradare le loro dignità di esseri umani. Una donna che decida liberamente di prostituirsi non lo può fare senza rischiare di mandare i clienti in galera. A lei lo stato svedese offre incentivi e modesti sussidi (quando ci sono) perché non sia costretta a prostituirsi spinta dalla necessità, l’idea che si possa trattare di una libera scelta e come tale sia praticabile liberamente non è contemplata e, dato la formulazione neutra della legge, questa  si estende anche ai casi di prostituzione che vedono protagonisti transessuali, omosessuali e professionisti pour elle. Non si tratta quindi di una posizione venata di conservatorismo o da motivazioni religiose, quanto di un “neo-moralismo” che ha sfondato anche tra i conservatori e che è giunto persino a mettere la nudità sotto accusa, tanto che sono stati montati scandali anche per poster con uomini a torso nudo e ci sono più di 500 alberghi in Svezia che boicottano pubblicamente i film porno, il tutto in nome della battaglia contro la mercificazione e lo sfruttamento dei corpi. Addio torbido “peccato svedese” e addio liberazione sessuale, adesso bisogna fare molta attenzione a una serie di regole tutte nuove e tutte estremamente limitanti.

Quella che un tempo era l’avanzata Svezia, ha qualche problema con le sue radici calviniste che ritornano a soffocare gli svedesi dopo che si erano liberati dei retaggi più imbarazzanti del loro passato. Uno dei più pesanti è la politica di sterilizzazione forzata organizzata e condotta dai governi svedesi di ogni colore, che dal 1935 al 1975 hanno sterilizzato almeno 62.000 donne svedesi colpevoli d’inquinare la razza perché disabili o semplicemente povere a giudizio del sistema istituito a presiedere la pratica, che ha visto vittime anche le orfane, sterilizzate prima essere liberate per la sopraggiunta maggiore età e le abortenti povere. Una pratica abolita nel 1976, non prima di aver piazzato la Svezia al secondo posto per numero di donne sterilizzate nella storia dopo la Germania nazista, con il governo che solo di recente ha proposto un risarcimento equivalente a 21.000 dollari per la mutilazione, ma poi non se n’è fatto niente. Vittime di questa legge continuano ad essere i transessuali, perché ai legislatori che nel 1972 riconobbero i cambiamenti di sesso parve perfettamente normale che potesse essere concesso solo a quanti si dimostrassero sterili, rimuovendo o compromettendo quindi l’apparato genitale. Una scelta che non tutti i transessuali abbracciano, proprio per non precludersi la genitorialità e anche per la sua natura irreversibile e traumatica. Sparita la legge eugenetica è rimasta la condizione infamante e unica e così buona parte dei transessuali svedesi è costretta a vivere con documenti di un altro sesso e ovviamente ad affrontare i conseguenti fastidi. Anche questo è un problema che si cerca di risolvere da tempo, ma anche in questo caso ci devono essere forze potenti che remano contro, tanto che una pronuncia in senso contrario e recentissima, nel gennaio 2012 diversi parlamentari di diversi partiti hanno dichiarato che si oppongono all’abolizione della condizione. Spietati. C’era una volta una Svezia e adesso non c’è più. Pubblicato in Giornalettismo

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