L’ACTA è moribondo

Posted on 2 giugno 2012

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L’oscuro trattato internazionale per combattere la contraffazioneè stato bocciato in serie dalla UE

L’ACTA ( Anti-Counterfeiting Trade Agreement) è stato presentato come un trattato internazionale sul commercio per la tutela dei diritti d’autore e dei marchi, ma in realtà è un prodotto del tutto americano che gli Stati Uniti hanno prima imposto ad alcuni paesi alleati e che poi hanno cercato di far sottoscrivere anche alla UE. L’idea non parte dal governo americano, anche se le ultime due amministrazioni americane sono state particolarmente energiche nel cercare d’imporlo. L’articolato originale, che in gran parte è sopravvissuto ai negoziati internazionali, è una lista dei desideri delle maggiori aziende americane dell’entertainment, dell’editoria, della moda e del farmaco, i settori più esposti alla contraffazione e a suo modo rappresenta lo stato dell’arte delle pretese delle grandi imprese globalizzate. Un testo che ripropone le stesse previsioni di legge contenute in SOPA e PIPA, due testi simili già bocciati dai legislatori americani, ma che nonostante l’evidente mancanza di consenso attorno a proposte del genere, è stato spinto fino ad oggi nella speranza che possa diventare lo standard internazionale. A quelli che si chiedono perché mai gli statunitensi dovrebbero battersi per approvare quello che hanno appena affondato, membri dell’amministrazione statunitense hanno risposto che non sarà vincolante per gli Stati Uniti (?) e che comunque non cambierà nulla, se non “adeguare” il resto del mondo a come la vedono gli americani. Che è una palese bugia, visto che i trattati internazionali  prevedono che i firmatari li rispettino e visto che ACTA comprende obblighi precisi anche per gli Stati Uniti.

Il testo, come già accaduto in precedenza, si presentava molto male anche dal punto di vista formale, tnto che nelle note della Commissione Europea a margine del vertice di Seul del 2009, dedicato proprio ad Acta, la Commissione ha notato con orgoglio che gli altri partner hanno chiesto alla UE di rendere il testo comprensibile. Già tempo addietro il presidente del parlamento europeo Martin Schultz ha dichiarato alla televisione tedesca che l’ACTA “Non va bene nella sua forma attuale”. In particolare, secondo Shultz, l’accordo non tutela per niente i diritti degli utenti di internet. Con queste premesse stupisce che il negoziato sia continuato a lungo, fino al punto in cui il testo è arrivato ad affrontare i primi giudizi delle istituzioni europee, che lo hanno bocciato sonoramente.

La tripla bocciatura è arrivata in successione al parlamento europeo: dalla commissione giuridica (12 voti a favore del rigetto, 10 contrari e 2 astenuti), dalla commissione industria (31 voti a favore del rigetto, 25 contrari, 0 astenuti) e da quella che si occupa di libertà civili, giustizia e affari interni (36 voti a favore del rigetto, a1 contrario e 21 astenuti). Il prossimo voto sull’Acta avrà luogo in commissione commercio internazionale il 21 giugno e precederà il voto cruciale che dirà l’ultima parola sul controverso trattato nella
plenaria di luglio.

Non deve stupire che un articolato discusso per anni in segreto sia bocciato così clamorosamente una volta presentato ai legislatori, gli Stati Uniti hanno “trattato” molto relativamente e alla fine nessuna delle modifiche richieste dalla UE è stata accolta. Eppure i fan della normativa le hanno provate tutte, il presidente di turno svedese arrivò persino a proporre di non aggiornare più i governi sullo stato dei negoziati, per evitare che Gran Bretagna e Italia si opponessero alla previsione di sanzioni penali per le violazioni più semplici del copyright. Meglio evitare di fargli sapere che c’era.

Nemmeno la sempiterna pretesa di obbligare i provider di servizi internet a farsi poliziotti della rete per difendere i diritti di alcune corporation aveva alcuna possibilità di essere accolta, stante un Accordo Interistituzionale tra la Commissione, il Consiglio e il Parlamento dell’UE, che vieta (all’Articolo 17) esplicitamente  alla Commissione l’introduzione di strumenti di autoregolamentazione quando sono in gioco i diritti fondamentali. Nemmeno la richiesta della UE di dare priorità alla lotta alle merci pericolose per la salute umana, come i farmaci adulterati, è stata accolta. Scaricare un file pirata o vendere medicinali taroccati è lo stesso per ACTA. Gli europei non sono nemmeno riusciti ad ottenere la  precisazione di definizioni-chiave come “ambiente digitale” o di “online service provider”. C’è poi il problema che non avendo l’Unione Europea una normativa come quella americana sul fair use, la normativa rappresenterebbe un vantaggio competitivo per le aziende americane del settore, che godrebbero di libertà d’azione e d’uso del materiale coperto da copyright mentre i concorrenti europei si troverebbero bloccati da ACTA.  Un vantaggio evidente anche in fase di negoziazione, con tutti i paesi impegnati a non divulgare i testi in esame, ma con l’eccezione statunitense, dove c’è una legge che permette di mostrare tali documenti ad “azionisti selezionati” dei settori interessati. Che pertanto in teoria sanno da anni cosa si sta preparando.

Problematiche anche le previsioni che vorrebbero impedire, per esempio, la copia di file regolarmente acquistati e ancora la sparizione della protezione per le indicazioi d’origine geografica, chiesta con forza dalla UE e rigettata. Uscito dalle nebbie dei negoziati riservati e coperti da una discreta serie di bugie di qua e di là dall’Atlantico, ACTA si è rivelato per quello che i critici hanno sempre sostenuto che fosse: una riedizione internazionale delle pretese dell’industria americana già iscritte nel SOPA. Lo hanno capito gli europei che non hanno partecipato ai negoziati e anche i nostri parlamentari eletti a Bruxelles: “Il Parlamento europeo – hanno sottolineato gli europarlamentari del gruppo dei socialdemocratici, Luigi Berlinguer (Pd) e Sergio Cofferati (Pd), membri della commissione giuridica e Francesco de Angelis (Pd), membro della commissione industria – si è dichiarato nettamente contrario al tentativo di riscrivere, a colpi di trattati internazionali, le regole sulla lotta alla contraffazione e alla disciplina del diritto d’autore online”.

Pubblicato in Giornalettismo