Rockstar, il supertroll dei brevetti

Posted on 24 Maggio 2012

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Ormai da qualche anno negli Stati Uniti ha acquisito notorietà la figura del patent troll, il troll dei brevetti. L’uso del termine troll indica, come in rete, l’attività di un soggetto improduttivo e molesto, che in questo caso esplica la sua molestia nel campo dei brevetti. Un patent troll non produce  e non inventa niente, compra brevetti da aziende fallite o in decadenza e si mette in caccia di aziende che li violano o anche solo che possano essere accusate di violarli.

L’attività si è rivelata redditizia e ben presto ha registrato un vero e proprio boom, determinando nel settore dell’ITC una situazione paradossale per la quale lo sviluppo del settore è minacciato e rallentato dalle sempre più frequenti molestie di questi troll, che per di più spesso riescono ad ottenere grosse somme di denaro al solo agitare la minaccia di una causa potenzialmente devastante. E di grandi aziende aziende che sono state colpite pesantemente ce ne sono già parecchie, da Blackberry che ha pagato 612.5 milioni di dollari alla NTP a Microsoft che era stata condannata a pagare un miliardo e mezzo di dollari a Lucent, poi fortunatamente addivenuta a un accordo meno oneroso.
Poi le compagnie hanno cominciato a reagire e a comprare i brevetti all’ingrosso, prima in funzione difensiva, poi a gioco lungo hanno accarezzato l’idea di entrare nel business. C’è una sostanziale differenza tra il patent troll e aziende come Apple o Samsung che difendono i loro brevetti o li usano per combattere i concorrenti, così come un’altra grande differenza separa queste da aziende come IBM o Qualcomm che guadagnano molto dai brevetti frutto delle ricerche del proprio personale e dei propri laboratori. 

Ma poi qualcosa è cambiato e la gara tra i big ad acquisire i brevetti ha assunto un aspetto nuovo, con la nascita di un nuovo attore, molto particolare. Un attore che Wired ha cercato d’esplorare e indagare a distanza di meno di un anno dalla sua apparizione in scena. Fu proprio alla fine del giugno scorso che un consorzio di aziende formato da Microsoft, Apple, Ericsson, EMC, Sony e RIM conquistò all’asta i brevetti della società canadese di telecomunicazioni Nortel, andata in bancarotta. Un bottino sul quale aveva messo gli occhi per prima Google offrendo 900 milioni di dollari, che poi sono diventati cinque volte tanti alla chiusura dell’asta. Google poco dopo ha pagato 12.5 miliardi per i 24.000 brevetti acquisiti insieme a Motorola Mobility e poi Microsoft ha speso più di un miliardo per 800 brevetti di AOL.

Dopo la vittoria all’asta è successo qualcosa di nuovo, Microsoft e Apple hanno incamerato circa 2.000 dei brevetti Nortel, e gli altri sono Eimasti in pancia al Rockstar Consortium, da quale si è sfilata solo EMC. E Rockstar, con una squadra di 32 ingegneri si è messa a setacciare la produzione elettronica mondiale a caccia di un impiego non autorizzato di uno di quei 4.000 brevetti, in meno di un anno sono già entrati in trattativa con 100 potenziali aziende-clienti, ai quali concedere licenze a pagamento o chiedere risarcimenti e penalità.

Il brutto di Rosckstar è che oltre ad essere enorme, come tutti i patent troll è inattaccabile. Samsung può difendersi da Apple facendo causa per altre violazioni, ma nessuno può fare causa a Rockstar, che non produce niente e quindi non corre rischi del genere. Un altro dettaglio interessante è che essendo “indipendente” dalle aziende che lo hanno creato, può agire anche contro i loro partner commerciali o industriali, azioni che spesso non sono praticabili per questioni d’opportunità, ma che ora diventano possibili. Potrebbe in teoria accadere anche che Rockstar citi i suoi azionisti, ma è opinione comune che questo non accarà, anche se la natura dei brevetti, che spazia dal 3g alla LTE solo per restare alle reti, in teoria permetterebbe di citare quasi chiunque sicuri di procurargli grossi problemi.
La vittoria dell’asta non era sfuggita alle autorità statunitensi, che avevano chiesto lumi, ma il Dipartimento di Giustizia concluse la sua indagine senza rilevare problemi, anche perché Apple e Microsoft promisero che avrebbero concesso in licenza i brevetti per le reti wireless a condizioni ragionevoli a chiunque ne avesse bisogno. Ma il Rockstar Consortium non è tenuto a rispettare un accordo che non lo riguarda ” A noi non si applica”, ha confermato a Wired il CEO di Rockstar.

Giochi pesanti che spingono ai margini i player più piccoli, ma che rendono problematico anche l’ingresso di nuove aziende nel settore, visto che i brevetti hanno una durata ventennale e ancora coprono quasi tutto quello che oggi riguarda l’elettronice e le trasmissioni dati. Un ingresso dei giganti cheha anche trasformato il panorama della contesa, ora riservata a chi può permettersi di pagare parcelle milionarie agli avvocati statunitensi specializzati in questo tipo di dispute.

L’intero settore dell’ITC è frenato dalla persistenza di liti legali tra i maggiori player e l’idea che a questi s’aggiunga un consorzio a interpretare il ruolo di troll più grosso del cortile non promette niente di buono, anche perché di piccole aziende già castrate o espulse dal mercato americano da minacce o estorsioni del genere ce ne sono già parecchie, visto che il settore si sviluppa attraverso un cambiamento tecnologico cumulativo e che così diventa probabile se non inevitabile che lo sviluppo di un’invenzione richieda l’accesso a diversi brevetti precedenti.Un esempio ricorrente è quello del rallentamento dello sviluppo dei sistemi per la trasmissione digitale delle cartelle cliniche dei pazienti ospedalieri. Che da quando Acacia Reasearch Corp. ha fatto causa a General Electrics, Siemens e Philips si è praticamente bloccato, nonostante il fatto che le una migliore trasmissione digitale delle informazioni mediche salvi molte vite e nonostante l’Acacia non abbia mai prodotto una sola vite o un solo brevetto originale in tutta la sua esistenza.

Ce n’è abbastanza per considerare da buttare o da riformare radicalmente il sistema dei brevetti e infatti c’è chi ha avanzato proposte “rivoluzionarie”, come Twitter, che ha annunciato che userà i suoi brevetti solo a scopo “difensivo” e che ne assegnerà la titolarità ai rispettivi inventori. Un’idea che sembra ragionevole e forse degna di essere sviluppata, ma che ovviamente non piace a chi ha fatto incetta di brevetti per giocare a fare il troll o per bloccare l’accesso di concorrenti al mercato. Tutta gente che ha avuto gioco facile a far notare che Twitter non possiede ancora nemmeno un brevetto, anche se l’idea in effetti sembra l’unica via d’uscita da una degenerazione che per ora sta facendo solo la felicità degli avvocati e rallentando lo siluppo tecnologico.

Pubblicato in Giornalettismo